I primi segnali arrivano quando Lenaz, una ragazza di ottima famiglia, figlia di intellettuali e a sua volta studentessa impegnata e politicamente sensibile, si rivolge a una sua compagna di corso particolarmente avvenente e le sibila: «Alexa, non lo dico per te personalmente. Ma hai mai pensato ai tuoi privilegi immeritati e alla giustizia ottica in generale?». Alexa rimane sorpresa, mai si sarebbe aspettata di sentire citare qualcosa come la giustizia ottica.
Ma Lena insiste, le punta il dito contro e le intima di rendersi conto di quanto sia privilegiata. «Mi ha detto che dovrei pensare all’impatto che il mio aspetto potrebbe avere sugli altri, che potrei intimidirli, anche involontariamente. Che dovrei sentirmi responsabile verso le altre donne per il fatto di avere la possibilità di incontrare uomini che la maggior parte di loro non incontrerà mai. Che riceverei un trattamento preferenziale all’università, e che lo stesso accadrà con il lavoro. E che, in quanto donna, incarnerei gli ideali di bellezza della società, continuando a godere di privilegi, anche se questi standard di bellezza sarebbero stati da tempo smentiti dalla scienza che li ha mostrati come puri costrutti sociali. Infine ha detto forse la cosa più assurda, ossia che godrei di una cosa che lei definisce bonus bellezza.
Ma ti rendi conto?».
Inizia così, con rivendicazioni che sembrano folli e persino ridicole tanto sono allucinanti. Ma finisce molto male, e molto seriamente, con una repressione feroce. Come quella che esplode all’improvviso in casa della giovane Eva.
«Solo quando i genitori videro otto agenti in tenuta antisommossa, affiancati da due sentinelle robotiche, capirono la gravità della situazione.
Ma ormai era troppo tardi e la loro disperazione non fece la minima differenza. Il padre si scagliò contro gli agenti, con la rabbia che veniva dal fondo del suo amore.
La madre di Eva, singhiozzando, afferrò un inutile coltello da cucina e ferì leggermente un agente nel tentativo di proteggere la ragazza.
La polizia prese Eva, e anche i suoi genitori. I vicini della famiglia, coraggiosi, si precipitarono a filmare la scena, trasmettendo lo spettacolo alle masse virtuali. Nel giro di poche ore, le strade erano gremite di migliaia di manifestanti che gridavano contro l’orrore a cui avevano assistito.
In quel momento i dissidenti facevano ancora sentire la propria voce. Ma le autorità rimasero irremovibili. E mentre fuori proseguivano le proteste, presto sedate, la ragazza giaceva su un tavolo operatorio all’interno di un ospedale carcerario.
L’aria fredda e sterile, pesante per l’odore acre di disinfettante e medicinali, sembrava soffocarla. Il chirurgo, una figura senza volto di cui si vedevano solo gli occhi stretti sopra la mascherina chirurgica, guardava Eva completamente indifesa. Legata ai polsi, la ragazza lanciò un urlo straziante e piegò tutto il suo corpo in preda alla disperazione. Vide il medico scuotere la testa in segno di disapprovazione, poi sentì la puntura dell’ago che la fece sprofondare in un vuoto senza fondo».
Eva deve essere operata perché è troppo bella. Bisogna che il suo privilegio – quello che veniva ferocemente contestato alla brillante Alexa nei corridoi dell’università – venga eliminato, in modo da renderla uguale a tutti gli altri, omologata e conforme. Ecco il cuore della nerissima distopia intitolata 2075. Quando la bellezza divenne un crimine, un gioiellino firmato dall’intellettuale tedesco Rainer Zitelmann e pubblicato ora in Italia da Liberilibri.
Immagina un futuro molto vicino a noi in cui le istanze livellatrici della sinistra woke hanno trionfato, e in cui persino le differenze fisiche rappresentano una “diseguaglianza” che va colmata a colpi non solo di ingegneria sociale ma pure di chirurgia.
È un romanzo, questo, che appartiene a una straordinaria tradizione di cui fanno parte autori tra loro diversissimi. Tra i capolavori più prorompenti c’è un meraviglioso e mai abbastanza citato racconto di Kurt Vonnegut intitolato Harrison Bergeron. Immagina un Occidente futuro in cui l’eguaglianza è legge, per cui chiunque abbia qualche tipo di talento o di caratteristica fisica anche solo leggermente sopra la media deve essere limitato tramite un handicap che viene indicato dallo Stato.
«L’anno era il 2081, e tutti erano finalmente uguali», scrive Vonnegut. «Non erano uguali solo davanti a Dio e alla legge. Erano uguali in tutto e per tutto. Nessuno era più intelligente di un altro. Nessuno era più forte o più svelto di un altro.
Tutta questa uguaglianza era dovuta al 211°, 212º e 213° emendamento della Costituzione, e all’incessante vigilanza degli agenti dell’Handicapper generale degli Stati Uniti».
Vonnegut scrive il suo capolavoro breve nel 1961, appena un anno prima era uscito un romanzo che sviluppava il tema e che rappresenta l’esempio più riuscito in questo particolare genere di distopia: Giustizia facciale, del britannico L. P. Hartley. Anche lì esiste una delirante forma di redistribuzione della bellezza, di compensazione delle diseguaglianze tramite danneggiamento di coloro che sono ritenuti troppo aggraziati. Zitelmann si ispira con tutta evidenza a entrambi gli immensi predecessori, aggiungendo qualche pennellata da ottimo critico sociale della contemporaneità. Il punto non è, ovviamente, tessere chissà quale elogio della superiorità estetica, ma mostrare a quelli tremendi risultati può portare l’invidiosa ossessione per il conformismo.
È curioso notare, per altro, come il tema e soprattutto gli allarmi siano trasversali, lanciati cioè da autori di orientamenti molto diversi.
Vonnegut era senza dubbio un libertario ma con tendenze di sinistra, Hartley aveva in mente invece le possibili mostruosità prodotte dei laburisti, Zitelmann è l’opposto esatto di un socialista. Eppure tutti puntano nella medesima direzione: il conformismo e il livellamento sono catastrofi; la privazione di libertà individuale ai fini del benessere collettivo è pericolosissima; lo Stato-madre che si prende cura di cittadini ridotti a bambinoni o a eterne vittime è una aberrazione contemporanea da combattere con tutte le forze.
C’è di più. Se questi scrittori hanno immaginato un livellamento verso il basso che opprime l’uomo e lo rende schiavo, altri hanno messo in guardia sul conformismo eguale e contrario, cioè sull’adeguamento a un canone di apparente perfezione che tende a eliminare limiti e impurità.
Dal fumetto The Beauty di Jeremy Haun e Jason A. Hurley, Ryan Murphy e Matt Hodgson hanno creato per FX (in onda su Disney+) la serie omonima, che descrive una società ossessionata dalla bellezza e da un sorta di farmaco miracoloso capace di donarla a chiunque (con perverse conseguenze). Nel celebrato film The Substance, Demi Moore è vittima di una analoga fissazione per la giovinezza e arriva a iniettarsi un medicinale che promette di guarire la vecchiaia. Potremmo dire che abbiamo davanti una medaglia con due facce, entrambe le quali però appaiono concordi nella critica dell’omologazione forzata.
Utilizzare a fini satirici l’aspetto fisico aiuta a rendere più forte e chiaro il messaggio. Ma è piuttosto evidente che oggi la tendenza mostri in primis un livellamento di tipo culturale e spirituale. Si arriva a pretendere l’esibizione di patentini antifascisti per partecipare a una fiera del libro, autori di grande fama vengono boicottati perché pronunciano mezza parola fuori posto o non sono abbastanza conformi allo standard stabilito dall’Intellettuale unico progressista. E tutto questo avviene mentre ovunque si celebrano la diversity politicamente corretta, l’inclusione, la democrazia.
La realtà è che il pensiero attualmente dominante di marca liberal-progressista odia la differenza e punta a cancellarla.
Tollera la diversità solo se appartiene a minoranze piagnucolose che ne fanno strumento di rivendicazione, accetta il particolare solamente come maquillage, come tratto superficiale e folkloristico. Per il resto punta ad annullare ogni asperità, a cancellare la bellezza in ogni forma.
Soprattutto la bellezza che scaturisce dalla libertà.
