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Questa politica è una gabbia di pappagalli

Questa politica è una gabbia di pappagalli

Gli onorevoli, di maggioranza e opposizione, fanno tutti parte di un unico stormo di cocorite. Il loro trespolo preferito è quello televisivo, dal quale ripetono all’infinito la solita filastrocca. A favore, o contro, il premier di turno.

La nuova figura del politico-tipo è il pappagallo. Uomo o donna non fa differenza, ma il politico è colui che si affaccia quotidianamente dalla finestra dei tg e in venti secondi recita una filastrocca di cui è scontato a priori il senso: un peana alla premier o un attacco a lei. È l’unico modo di far sentire la sua voce al popolo. Usa le formule rituali del momento: per esempio una che ora va molto in voga è «famiglie e imprese», per dire che la sua parte politica si preoccupa soprattutto di loro, e per gli uni il governo se ne prende cura, per gli altri le prende a calci. Puoi togliere il sonoro, leggi solo nel sottopancia chi è, a quale circo appartiene, e sai già cosa sta dicendo.

L’incrocio di pappagalli di diverso piumaggio è la prova che quel tg è pluralista e quindi vige la democrazia. Ma la loro non è un’opinione, è una frase ripetuta meccanicamente proprio come fa il volatile, che mima il suono, ma non ne capisce il significato e comunque è irrilevante che lo capisca o meno. È scritto nel copione del pluralismo mediatico. Deve esprimere un’opinione semplice e prevedibile, da venditore ambulante, mai complessa e articolata (mancherebbe pure il tempo, in venti secondi) e mai sorprendente.

Una regola basilare del giornalismo è che non fa notizia un cane che abbaia ma un uomo che morde un cane, cioè il contrario di quel che ci sarebbe da aspettarsi. Bene, lasciate ogni speranza voi che vedete i tg: mai accadrà che un pappagallo onorevole o senatore, maschio, femmina o trans, possa spiazzarvi e dire da sinistra una cosa contro la sinistra o a favore della destra, e viceversa. Il pappagallo ripete a pappagallo quello per cui è stato programmato e ingaggiato, altrimenti esce dal video, viene silenziato. Molti politici che un tempo andavano in onda soffrono come bestie, pappagalli frustrati, per essere stati chiusi in casa, incappucciati o impagliati; privati del trespolo da cui manifestavano la loro presenza ornitologica e ornamentale, vivono la depressione da perdita di identità, cancellazione e inutilità della loro esistenza. Eppure, quando andavano in video, dovevano solo spappagallare secondo la formula prevista.

L’onorevole Pappagallo ancora in auge e in servizio si sente invece gratificato dalla sua apparizione e dalla sua notorietà quotidiana, entra nelle case come un cucù all’ora stabilita; si sente importante nella vita istituzionale del Paese per la sua performance anzi per la sua gag prestampata. Ingrediente d’obbligo, quasi password d’accesso al tg, è ora la parola «Meloni», per esaltarla o vituperarla; non è possibile altro uso o altro tipo di riflessione. Miracolosa o maledetta. Si esaurisce lì la sua funzione di rappresentante del popolo ed esponente politico, in quella comparsata così breve e così intensa. Poi se è un pappagallo navigato, modula pure il timbro di voce, lo sguardo, la postura.

Gli altri colleghi merli o pappagalli repressi e bendati stanno peggio di lui perché a loro non è consentito l’accesso al trespolo televisivo, non devono nemmeno recitare la filastrocca in video, e così farsi notare, pavoneggiando le loro piume coi colori del partito di appartenenza; devono solo usare una parte minima del loro corpo, che non è la testa, il cuore o il fegato, ma il dito. Perché devono pigiare a comando, come se fossero pappagalli automatici, il bottone del consenso o del dissenso nei confronti del governo e del Parlamento. Questo è il vero significato di democrazia digitale: quel che conta è l’uso del dito, neanche della mano intera, ma solo dell’indice, appena è richiesto. Sei pagato, e anche bene, per questo delicato compito, di usare l’indice non per dare indicazioni e nemmeno per ammonire o per pulirti il naso, ma nel nome del popolo sovrano per pigiare il sì o il no.

Sarebbe facile dire che i pappagalli in questione sono in fondo i cosiddetti peones della politica, i pretoriani, portatori d’acqua più che portavoce. In realtà, il politico in sé non esiste più se non in ruoli marginali, conta sempre meno nel territorio o conta se è sindaco, amministratore, assessore di qualcosa ma non in quanto politico. È per questo che è un mezzo riscatto di visibilità per la cocorita andare in video a ripetere la sua cantilena col sottinteso che il presente sia il migliore o il peggiore governo di tutti i tempi. Vi sorprenderà ma io sono convinto che il pappagallo sia il prototipo, il fenotipo, insomma l’espressione precisa della politica nel nostro tempo. Ovvero a cosa si è ridotta.

La politica non incide più nella vita reale delle persone, non ha progetti per il futuro, non ha idee da affermare, tantomeno passioni ideali e civili, deve solo simulare per la recita all’ora di pranzo e di cena, per guadagnarsi le medesime. La politica non fa riforme, non incide e non decide, ha un solo compito: durare il più possibile, mantenere il più a lungo possibile il potere, non mollare.

Che non faccia niente di concreto e di importante per la gente non è un problema, tanto le opposizioni avrebbero fatto la stessa cosa; niente, se non peggio. La virtù di un governo è solo quella di durare al potere. Di conseguenza, anche i leader devono, a un livello più alto, dopo aver consultato esperti e maghi della comunicazione, essere Pappagalli Eccelsi, recitando copioni più elevati e leggermente più ampi.

Insomma, la politica si è ridotta a un pappagallo, che non a caso è anche il nome d’arte dell’orinatoio.

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