Senza rendersene conto, il tredicenne che ha accoltellato la sua insegnante a Bergamo ha scritto il manifesto della nostra epoca, ha riassunto in poche battute il lato oscuro della nostra società. E che va al di là della solita questione dei social e della tecnodipendenza. Quello che è accaduto non è un semplice fatto di cronaca, ma è un sintomo di un modo diffuso di intendere la vita. In quattro frasi, probabilmente copiate, il ragazzino sintetizza bene la sindrome che affligge il nostro tempo. Eccole, in sintesi: «Non posso più vivere una vita così. Una vita piena di ingiustizia, mancanza di rispetto e banalità. Ucciderò la mia insegnante di francese. Sono unico, non imito casi precedenti. Voglio essere riconosciuto perché vado contro la norma. L’unica cosa che conta sono io, nessun altro conta, nessuna vita conta oltre la mia. E la vita è inutile se decidi di viverla come un topo. Le regole non sono cose da seguire ma da infrangere, perché devo vendicarmi». Ecco il manifesto ideologico dell’odio o dell’io che si crede dio (che sembra poi l’estensione di quel che traduciamo in sintesi con odio). Aggiungete a tutto questo la percezione d’impunità: sono minore, non possono farmi niente, sono immune, esonerato dalla pena.
Proviamo a decifrare il messaggio di quelle frasi. C’è il disagio e il disprezzo della realtà e c’è la considerazione di sé come Unico, che sembra un’espressione mutuata dal pensatore dell’anarchia Max Stirner, vero teorico dell’Individuo Assoluto, senza limiti e freni. Poi traspare in quelle parole la voglia di emergere e distinguersi andando contro la norma e le regole, vendicandosi del mondo. Infine la cifra regina dell’egoismo, anzi dell’egolatria presente: conto solo io e la mia vita, non gli altri e la loro vita; non voglio vivere come loro una vita da topi. Questo non è il manifesto di un isolato, disturbato e invasato ragazzino, con una vita difficile alle spalle e la solita separazione dei genitori eletta a motivo e pretesto dei suoi comportamenti (quei genitori che sognava di uccidere, come la sua prof). Questa è la sintesi esplicita di un modo di vivere e di s-ragionare assai diffuso, frutto di una miscela ormai tristemente risaputa di solipsismo, egocentrismo ed egoismo, narcisismo patologico. «Conto solo io» è la versione più esplicita di una massima che viene citata come segno di equilibrio e di saggezza: la cosa più importante è stare bene con sé stessi.
Ma si può stare bene con sé stessi a prescindere dal mondo, dagli altri, dalle persone a noi più vicine? Cosa siamo disposti a fare pur di stare bene con noi stessi, visto che quella è la cosa più importante? Rompere un legame affettivo, rinnegare un’amicizia o gli impegni assunti, nuocere agli altri o trascurarli… Se il mondo intorno può crollare ma l’importante è che stiamo bene con noi stessi; se le persone anche più care mettono a repentaglio il nostro star bene con noi stessi, è bene mollarle o far prevalere il nostro star bene. Una frase corrente, citata con naturale disinvoltura e come un segno di equilibrio interiore e di saggezza di vita, cela in sé un feroce egoismo.
La traduzione più becera è: conto solo io, conta solo la mia vita, il resto non vale niente. È la fine delle relazioni e dei legami sociali, a partire da quelli più intimi, è la priorità assoluta di mettersi in salvo anche a costo di mandare alla malora chi ci è accanto. Se lo stesso principio viene adottato anche dal prossimo, dove va a finire la nostra società, i nostri rapporti umani, la nostra vita? È comodo pensare che quel manifesto disumano lo abbia scritto un ragazzino disturbato, sia cioè il frutto di una patologia, di un caso estremo e unico. Diventa invece più inquietante pensare che in quell’idea, magari non esplicitata, si riconoscano in tanti. E non solo tra le più giovani generazioni; l’egoismo-egocentrismo dei vecchi fa a gara con l’egoismo-egocentrismo dei ragazzi. È tutto un modello di società fondato sull’individualismo e sull’atomizzazione, magari “nobilitato” con aggettivi come liberale, libertario, liberista. La differenza è tra chi vive senza gli altri, e chi vive contro gli altri, con un ego aggressivo.
Il mondo moderno è fondato sul contratto sociale, la cui premessa è di quel tipo: conto solo io e contano solo gli interessi, per utilità reciproca ci accordiamo perché io possa perseguire il mio interesse personale senza subire ritorsioni o danni dagli altri, animati dallo stesso desiderio di affermare il proprio egoismo. Questa è la versione “positiva” di uno stesso modo di pensare: ma è facile che si ribalti poi in versione negativa anche perché è difficile poi trovare limiti insuperabili una volta accettata la prospettiva individualista.
Quel principio portato alle estreme ma coerenti conseguenze si riassume in una doppia equazione: Io cioè Tutto, Voi cioè Nulla. E si può sostituire voi col mondo intero, gli altri, la società, il prossimo, mentre resta inalterato e supremo l’Io-Tutto. Insomma davanti a episodi efferati come quello di Bergamo, anziché scaricare tutto su un bambino malvagio, provate a scoprire quanta dose di quell’atteggiamento si nasconde in voi e intorno a voi. Allora si capirà che l’aspetto peggiore di quell’episodio non è il fatto di essere abnorme ma di rappresentare, seppur in modo estremo, una nuova, tremenda, normalità. «Conto solo io», non lo pensa solo lui.
