Nella storia dei conti pubblici italiani si ritrovano numerosi provvedimenti approvati da governi e Parlamenti senza che ci si rendesse conto di quale impatto avrebbero avuto sulle casse dello Stato. Basta pensare alle baby pensioni, con cui fu consentito a persone con meno di quarant’anni di godere dell’assegno previdenziale, o alla riforma di Elsa Fornero che, ritardando l’età in cui congedarsi dal lavoro, creò decine di migliaia di esodati, lasciandoli poi a carico dell’Inps. Tuttavia, tra i disastri provocati a scapito delle finanze pubbliche, credo che verrà ricordato quale esempio di cose da non fare mai il cosiddetto Superbonus. Se n’è parlato di recente, quando Eurostat, l’organismo di Bruxelles che certifica i conti statali, ha decretato che l’Italia nemmeno nel 2027 potrà lasciarsi alle spalle la procedura d’infrazione, in quanto, seppur di poco, il rapporto decifit/Pil è ancora superiore al 3 per cento. Il governo ha dato la colpa al provvedimento varato da Giuseppe Conte quando questi era a Palazzo Chigi. Il leader dei 5 stelle, che durante la campagna elettorale del 2022 ne fece una bandiera, raccontando agli elettori che avrebbero potuto ristrutturare casa “gratuitamente”, ha reagito pubblicando una serie di dichiarazioni di esponenti di centrodestra favorevoli alla misura.
Il Superbonus e l’ombra del 110% sui conti italiani
Sta di fatto che, a prescindere dal ping pong fra maggioranza e opposizione, il Superbonus è un buco colossale nei conti pubblici, i cui effetti si trascineranno a lungo, impedendo a qualsiasi esecutivo, al di là del colore politico, di attuare misure espansive. Nell’intervista a Panorama della scorsa settimana, illustrando il Piano Casa, il presidente del Consiglio ha parlato degli alloggi popolari che si sarebbero potuti costruire se non fossero stati spesi miliardi per l’intervento giallorosso. Evidentemente non si riferiva soltanto alle frodi emerse con le indagini giudiziarie, che sono stimate in circa 9,5 miliardi, ovvero una cifra equivalente a quella che il governo intende investire per creare 100 mila nuovi appartamenti. No, penso che il premier facesse riferimento proprio all’ammontare della spesa dell’operazione Superbonus. Un recente articolo del Sole 24 ore, citando fonti della Ragioneria dello Stato, ha stimato la somma in 174 miliardi. Tanto per intenderci, stiamo parlando di una cifra superiore all’8 per cento del Prodotto interno lordo, ovvero un’enormità. Tutto ciò al netto delle contestazioni per frode, perché diversamente la spesa avrebbe raggiunto i 183 miliardi.
La voragine finanziaria che blocca le riforme del Paese
Di fronte a numeri che fanno paura, Conte getta la croce addosso all’attuale maggioranza, accusandola di non aver fatto nulla in questi anni per evitare che la voragine si allargasse. Il problema è che, per come fu congegnata la misura, i costi si sono generati a prescindere dallo stop, che pure fu reso operativo già nei primi mesi del governo Meloni. Infatti, nonostante i tentativi di fermare la corsa dei crediti fiscali, nel solo 2025 ne sono stati richiesti per 12,5 miliardi, un importo due volte e mezzo superiore a quello dell’anno precedente. E, complessivamente, dal 16 febbraio 2023, giorno in cui la Gazzetta ufficiale sancì l’addio alla misura voluta da 5 stelle e Pd, si sono generati nuovi crediti fiscali per quasi 100 miliardi. Ha scritto Il Sole 24 Ore: «È stata la natura stessa dell’agevolazione a trasformare il Superbonus in un avversario invincibile per ogni controllo preventivo di finanza pubblica».
E sempre il quotidiano della Confindustria ha spiegato che anche quest’anno genererà nuovo debito per oltre 40 miliardi, al punto da aver ipotecato, con l’eredità del 110 per cento, l’intera legislatura. In pratica, quanti provvedimenti a favore di imprese e famiglie si sarebbero potuti fare con quei soldi? Di sicuro, considerando che con 10 miliardi si punta a costruire 100 mila nuovi alloggi, con 174 miliardi sarebbe stato possibile realizzarne almeno un milione e 700 mila, ossia risolvere i problemi abitativi dell’intero Paese. Senza contare che tutto ciò, invece di consentire di ristrutturare castelli e lussuese abitazioni, avrebbe generato una crescita del Pil. Insomma, per quanto Giuseppe Conte si affanni a difendere il Superbonus dando la colpa a chi è venuto dopo di lui, il 110 verrà iscritto nella storia della finanza pubblica come il peggior lascito di un governo dal Dopoguerra a oggi.
