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Per salvare l’Artico bisogna ricongelarlo: l’esperimento che sta funzionando

Per salvare l’Artico bisogna ricongelarlo: l’esperimento che sta funzionando

Pompando centinaia di migliaia di metri cubi d’acqua marina sulla banchisa, gli scienziati cercano di ispessirla per ridurre il riscaldamento climatico. Un po’ funziona

Ricongelare l’Artico: se l’idea vi pare assurda sappiate che l’esperimento è in corso su piccola scala e i risultati sono soddisfacenti. Lo scopo è mantenere più a lungo la capacità della banchisa di riflettere la radiazione solare nello spazio, riducendo l’assorbimento di calore da parte dell’oceano e attenuando uno dei principali meccanismi di accelerazione del riscaldamento globale. Insomma più radiazione solare viene riflessa, minore il caldo.

L’esperimento, in corso nell’Artico canadese, nei pressi di Cambridge Bay, nel territorio del Nunavut, è condotto da una vasta squadra di ricercatori legati al progetto Real Ice, sviluppato insieme a istituti di ricerca britannici e all’Università di Cambridge. Durante i mesi più freddi dell’anno vengono praticati fori nel ghiaccio marino e pompe sommerse prelevano acqua di mare dal livello dell’oceano sottostante, portandola in superficie. Questa si distribuisce sul ghiaccio e congela rapidamente a contatto con l’aria polare, formando un nuovo strato che si aggiunge a quello naturale.

Le operazioni vengono ripetute più volte nel corso dell’inverno su aree delimitate e monitorate, confrontate con zone vicine lasciate intatte per misurare con precisione differenze di spessore, struttura e comportamento durante la stagione di fusione estiva. In alcune campagne sperimentali sono stati pompati decine di migliaia di metri cubi d’acqua di mare su superfici di circa un quarto di chilometro quadrato, con aumenti dello spessore del ghiaccio che nei casi più riusciti arrivano a diverse decine di centimetri rispetto alle condizioni naturali.

Ogni estate l’Artico perde estese porzioni della sua banchisa, un fenomeno che preoccupa la comunità scientifica perché il ghiaccio marino è un elemento chiave del sistema climatico globale. La sua superficie chiara funziona come uno specchio naturale: riflette nello spazio fino all’80-90% della radiazione solare. Quando il ghiaccio si riduce, lascia spazio all’oceano scuro sottostante, che invece assorbe gran parte dell’energia solare, aumentando la temperatura dell’acqua e innescando un ulteriore scioglimento. Questo meccanismo di retroazione positiva è noto come “effetto albedo” ed è uno dei principali acceleratori del riscaldamento artico. L’intervento dei ricercatori, che si svolge durante l’inverno, quando le temperature possono scendere stabilmente sotto i -20°C e arrivare anche a -40°C, è stato testato su un’area limitata, suddivisa in diverse zone sperimentali e di controllo, per misurare con precisione le differenze tra ghiaccio trattato e ghiaccio naturale. Nel complesso sono stati pompati centinaia di migliaia di metri cubi di acqua marina, distribuiti attraverso cicli ripetuti di intervento.

Il rischio che questo tipo di ricerca cerca di contenere è quello di un Artico estivo quasi privo di ghiaccio, il cosiddetto “Blue Ocean Event”, che diversi modelli climatici collocano potenzialmente nei prossimi decenni se le emissioni di gas serra continueranno ai ritmi attuali. Un oceano senza ghiaccio significherebbe un forte aumento dell’assorbimento di energia solare, con effetti a catena su correnti atmosferiche, circolazione oceanica e frequenza degli eventi estremi nell’emisfero nord.

«I risultati osservati sul campo mostrano differenze misurabili tra le aree trattate e quelle non trattate. Alla fine della stagione, il ghiaccio sottoposto a “flooding artificiale” risulta mediamente più spesso, con incrementi che arrivano a circa 30-32 centimetri rispetto alle zone di controllo» dice Edward Blanchard-Wrigglesworth, scienziato dell’atmosfera a capo del progetto, «ed è anche più riflettente, con una riduzione misurabile della fusione rispetto al ghiaccio non trattato».

Accanto all’interesse scientifico, restano tuttavia numerose incognite. L’impatto sugli ecosistemi sotto il ghiaccio, le possibili alterazioni della salinità superficiale, i costi energetici e logistici e, soprattutto, la questione fondamentale: il rischio di considerare la geoingegneria come sostituto della riduzione delle emissioni. Bisogna essere chiari: questo tipo di intervento non può fermare il cambiamento climatico, ma al massimo rallentarne alcuni effetti se effettuato su grande scala.

L’unica leva realmente decisiva rimane la riduzione delle emissioni globali di gas serra. Tuttavia, se anche solo una parte del ghiaccio estivo artico potesse essere preservata più a lungo grazie a interventi di questo tipo, il sistema climatico assorbirebbe meno energia nel breve periodo, guadagnando tempo prezioso in una fase di transizione già estremamente critica. In questa prospettiva, non si tratta di “ricongelare” l’Artico in senso definitivo, ma di intervenire su un equilibrio fragile per rallentarne il collasso, mentre il resto del sistema energetico globale tenta di cambiare direzione. O, almeno, così si spera.

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