Uno può essere davvero “italiano” se nasce a New York, va alle scuole elementari nel Regno Unito, alle medie in Brasile e al liceo a Parigi e se oggi ha il portafoglio che parla francese e la testa che guarda a Wall Street? È la domanda che nei palazzi della politica, dell’economia e dello sport tutti si fanno da quando John Elkann, straniero anche nel soprannome che non è Gianni bensì Yaky – patrimonio netto stimato da Forbes di 2,1 miliardi di dollari – ha preso le redini dell’impero che fu dell’avvocato Gianni Agnelli.
A vedere come stanno andando le cose, su tutti i fronti sopra citati, la risposta giusta è probabilmente no, con quella storia passata e presente non si può essere italiani, non nel senso che comunemente intendiamo. Immaginiamo che anche per questo il multietnico e multilingue pargolo reale non si sia posto il problema di portare alla Ferrari, scuderia di cui è presidente dal 2018, l’italianissimo Andrea Kimi Antonelli nonostante tutti gli esperti ritenessero il ragazzino bolognese il miglior talento in circolazione.
Perché la Ferrari ha detto no ad Andrea Kimi Antonelli
John gli preferì il pluridecorato Hamilton, che di Antonelli, con i suoi quarant’anni, potrebbe essere padre. «Questione di marketing», ha spiegato su La Verità Giorgio Gandola, ma se invece che pensare ai soldi via “usato sicuro” a Maranello avessero osato sognare, oggi racconteremo tutta un’altra storia, per la Ferrari, per l’Italia e pure per John Elkann. Già, perché un pilota italiano vincente alla guida di una Rossa – l’ultimo fu Michele Alboreto nel 1985 – sarebbe stato un nuovo caso Sinner, una contagiosa euforia collettiva avrebbe fatto dimenticare i disastri italici di Elkann: la Fiat ridotta a sottomarca della francese Peugeot (e Citroën), gli stabilimenti chiusi, gli operai lasciati a casa, l’editoria dismessa, le accuse di evasione fiscale, la Juventus declassata eccetera eccetera.
Intendiamoci, toppare l’appuntamento con la storia non è una novità assoluta neppure in casa Agnelli. Ancora oggi a Torino brucia la mancata acquisizione di Diego Armando Maradona da parte della Juventus. Agnelli individuò il talento argentino durante i Mondiali del 1978, ma il trasferimento fallì per le resistenze del dirigente Boniperti che rispose alla segnalazione dell’Avvocato con una laconica e tragica sentenza passata alla storia: «Se fosse un giocatore di valore come dice lei, io lo avrei saputo».
Da Maradona a Steve Jobs: i grandi rifiuti della storia industriale
E lo stesso vale per il dirimpettaio torinese degli Agnelli, quel Carlo De Benedetti che mentre era alla guida della Olivetti si recò a Cupertino, in California, per visitare i laboratori di una piccola azienda che di nome faceva Apple. Accompagnato da un collaboratore, visitò un garage dove incontrò due giovani smanettoni, Steve Jobs e Steve Wozniak. I due fondatori proposero a De Benedetti di finanziarli con 200 mila dollari in cambio del 20% della società, De Benedetti declinò l’offerta, reputandoli ragazzi con «tempo da perdere».
Ma nella storia Elkann–Antonelli c’è qualche cosa di più di un grande affare sfumato, c’è l’incapacità di un manager di entrare in sintonia con il suo Paese, cosa che non necessariamente fa fatturato (nel caso lo avrebbe pure fatto) ma fa da spartiacque tra essere leader ed essere caimano. John ahimè è più vicino alla seconda ipotesi: sotto la sua presidenza la Ferrari Formula Uno non ha vinto nulla, addirittura è retrocessa quarta forza del campionato. Ma negli ultimi anni ha registrato utili record, superando il miliardo netto, e dividendi importanti per i suoi azionisti. Ingenui noi a sperare l’inverso.
