Apparve subito chiaro che Bettino Craxi, appena eletto al vertice del Psi, non sarebbe stato un segretario “a tempo”. Dopo l’investitura (16 luglio 1976) tenne a precisare che «non siamo nati ieri e non intendiamo morire domani». Guardava – ovviamente – al peso della tradizione politica che doveva rappresentare ma risultò evidente che la citazione andava riferita anche al ruolo che gli avevano affidato. Certo, al Psi serviva un traghettatore capace di tirarlo fuori subito da quel guazzabuglio di contraddizioni nelle quali si era cacciato da solo. Fino a quel momento, i dirigenti socialisti avevano puntato a un’alleanza organica con i comunisti di Enrico Berlinguer e, immaginando di trarvi beneficio nelle urne, provocarono la caduta del governo Moro. I sondaggi, che avevano previsto una buona affermazione elettorale, non trovarono conferma. Nel senso che il Pci registrò una crescita importante ma l’ipotetico alleato socialista lasciò per strada la metà dei consensi.
Francesco De Martino, che aveva guidato il partito, fu costretto alle dimissioni ma la scelta del suo successore non sembrò un affare di poco conto.
Le correnti che animavano la compagine apparivano intrappolate dalle loro stesse pregiudiziali. All’hotel Midas di Roma, faticarono nel trovare un nome di mediazione che, se non proprio gradito da tutti, risultasse accettabile alla maggior parte di loro. Dallo stallo che si stava creando si uscì quando gli uomini che facevano riferimento a Giacomo Mancini alzarono la voce. Proposero Craxi e pretesero che i dissensi di principio venissero accantonati. I resoconti immediatamente successivi registrarono quel clima da ultimatum e riferirono della «rivolta dei quarantenni». Qualcuno – più velenoso – azzardò l’ipotesi di una «congiura del Midas». L’indicazione fu accettata da Claudio Signorile che capeggiava la corrente “di sinistra” e non dispiacque a Enrico Manca che rappresentava i giovani. Beninteso: i consensi, più che esplicita adesione, andrebbero intesi come non-contrarietà.
Solo Riccardo Lombardi si espresse negativamente. Il «pupillo di Nenni» non gli risultava gradito anche se, per non accreditare l’immagine di un partito diviso, si limitò all’astensione. Perciò quell’omone alto, robusto, calvo, goloso senza badare al diabete che lo tormentava si trovò sulla tolda di comando. A dispetto del ruolo precario che gli era stato attribuito, accettò l’incarico con il proposito di fare il segretario per davvero. E lo fece indossando i guantoni del boxeur per dare addosso all’ideologia che era stata la causa della débâcle e sostituirla con un’altra di segno contrario.
Analogamente e, quasi in fotocopia, fece quando nel 1983 l’impasse riguardò il governo. Le fragilità politiche e le incertezze economiche legarono le mani al presidente del Consiglio Dc, Amintore Fanfani, che si trovò all’angolo, accerchiato dalla diffidenza, senza una praticabile via d’uscita. Le elezioni anticipate (26 e 27 giugno) decretarono uno sconfitto e nessun vero vincitore. La Democrazia cristiana – elettoralmente – finì per pagare per tutti perdendo 18 senatori e 37 deputati. I socialisti si arricchirono di 6 senatori e 11 deputati con un risultato che stava al di sotto delle previsioni, ma Craxi fu abile a trasformare la delusione in successo.
Sulla carta, sarebbe stato possibile il governo del “compromesso storico” con comunisti e democristiani alleati. Ma lo zoccolo duro della Dc non voleva nemmeno prenderne in considerazione l’ipotesi per cui, dopo qualche schermaglia e un paio d’incarichi “esplorativi”, spuntò lui: premier di un Pentapartito che, con democristiani e socialisti, coalizzò repubblicani, liberali e socialdemocratici.
Innovativo e controcorrente, presentò il programma limitandosi alle linee generali. Però, fece distribuire un allegato di una ventina di pagine dattiloscritte che, con migliore puntualità, illustravano gli argomenti più significativi. Come dire che non c’era tempo per discussioni oceaniche. Chi voleva approfondire, poteva farlo per conto proprio.
Fu per quello – con l’intento di criticarlo – che lo definirono «decisionista», perché rifiutava le mediazioni politiche cui si era abituati per andare sul concreto e arrivarci anche in modo disinvolto. Lui si considerava erede del Risorgimento e non gli dispiaceva imitare Garibaldi che andava all’assalto con la baionetta, senza perdere tempo a contare quanti stavano con lui e quanti contro.
Gli atteggiamenti spicci, al limite del disprezzo, non piacquero mai al Palazzo dove, più che accettarlo, lo subirono.
I vari leader s’infastidivano perché sembrava che, di quel potere che gli era stato consegnato, fosse diventato il padrone. Forattini prese a disegnarne la caricatura mettendogli addosso gli stivaloni di Mussolini. Lui non se ne dette pensiero e accettò, per così dire, la sfida. Per firmare alcune “note” sul giornale socialista Avanti! scelse lo pseudonimo di Ghino di Tacco, un signorotto di Radicofani capace di taglieggiare i viandanti. Nascondersi dietro l’immagine di un brigante rappresentò la certificazione del fatto che i giudizi dell’apparato gli erano indifferenti.
Peraltro, quello stile “alla garibaldina” piaceva alla gente che chiedeva praticità e non chiacchiere. In larga misura, si trattava del ceto medio il quale, in cambio di risultati, era disposto a passare sopra a una quantità di difetti che non erano né pochi né di poco conto (compresa una percentuale non trascurabile di tracotanza). Appariva risoluto, determinato, rapido di riflessi. Dava l’impressione di voler governare sul serio e, per raggiungere degli obiettivi, occorreva badare al sodo, mettendo nel conto anche una nota di spavalderia. Meglio i prepotenti agli impotenti.
Sapeva quello che voleva e non aveva bisogno di giri di parole per dirlo. Non tollerava contestazioni e lo dimostrava con un’oratoria che farciva di citazioni, anche raffinate, ma che si caratterizzava per lunghe pause. Lasciare il pensiero in sospeso – assicurano i sociologi – è tipico dell’uomo sicuro che nessuno approfitterà di quei vuoti per interromperlo “prendendogli il tempo”. Al contrario: è lo spazio lasciato per raccogliere cenni di consenso.
Innegabile che la sua autorità confinasse nell’autoritarismo, ma solo gli avversari più risoluti non gli riconobbero che, insieme all’arroganza, mise in mostra il coraggio del leone.
Mettendoci la faccia, battagliò per il No al referendum (9 e 10 giugno 1985) che manteneva il taglio della scala mobile (introdotto dal suo governo contro l’inflazione), congelando l’adeguamento automatico degli stipendi secondo valori misurati in «punti di contingenza». Sindacati e comunisti si lanciarono nella campagna referendaria con il proposito di ripristinare lo status quo ante e mettere alle corde Craxi. Il quale, accettando il clima da assalto a forte Alamo, vinse. E, considerato il contesto, stravinse.
Anche più decisivo fu qualche mese dopo (7-12 ottobre 1985) durante la crisi provocata dai terroristi palestinesi di Abu Abbas che assaltarono la nave Achille Lauro, minacciando una strage (uccisero Leon Klinghoffer, cittadino statunitense e di fede ebraica, paralitico). Convinti ad arrendersi con la promessa della libertà, una volta sull’aereo diretto verso Paesi amici, il presidente Usa Ronald Reagan intervenne per farli atterrare forzatamente alla base americana di Sigonella e prederli in custodia. Che fosse difficile opporsi agli Usa è evidente anche oggi e tenere testa a un duro come Reagan poteva sembrare velleitario. Ma Craxi la spuntò.
Apparteneva a quella categoria di persone capaci di cavalcare gli avvenimenti finché sono loro a innescarli e a metterli in moto. Ma il suo Dna non disponeva della scaltrezza di chi sa galleggiare se, i fatti, occorre invece subirli o se serve mettersene al rimorchio.
Quando esplose lo scandalo di Tangentopoli fu l’obiettivo privilegiato di chi lo accusava. Gli addebiti non furono di poco conto anche se – francamente – peccarono di sommarietà quando pretesero di incolparlo «perché non poteva non sapere». Lui, finché gli fu possibile, accettò la sfida. Contro le secchiate di fango, altro che defilarsi, non mise in campo né contrizione né rassegnazione. Piuttosto: rispose con minacce o col sarcasmo. E dai banchi della Camera (30 aprile 1993) si difese ritorcendo le accuse: chi poteva proclamarsi estraneo a quel sistema? La sera stessa venne coperto di monetine mentre usciva dall’hotel Raphael di Roma. Fu a quel punto che decise di prendere la strada della Tunisia, considerandosi in una sorta d’esilio. Come gli eroi in camicia rossa che gli piacevano. Da Hammamet non si mosse più e ad Hammamet è sepolto.
