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Valvole, pacemaker e tecnologie salvavita: la cardiologia italiana corre, il sistema sanitario molto meno

Valvole, pacemaker e tecnologie salvavita: la cardiologia italiana corre, il sistema sanitario molto meno
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Dalle TAVI ai pacemaker di ultima generazione, il cuore della medicina italiana accelera sull’innovazione. Ma perché questa rivoluzione diventi davvero universale serve colmare le differenze tra regioni e garantire pari accesso alle tecnologie salvavita.

Per anni il simbolo della cardiologia è stato il bypass. Poi è arrivata l’angioplastica, che ha rivoluzionato la cura dell’infarto. Oggi la nuova frontiera passa sempre più spesso da interventi mininvasivi che consentono di sostituire una valvola cardiaca senza aprire il torace, riparare difetti strutturali del cuore o impiantare dispositivi sempre più intelligenti capaci di adattarsi automaticamente alle esigenze del paziente. È una rivoluzione silenziosa che sta cambiando la prognosi di migliaia di persone, soprattutto anziane e fragili, e che trova nell’Italia uno dei protagonisti europei. A raccontarlo è il nuovo Report GISE 2025, la fotografia più completa della cardiologia interventistica italiana, costruita sui dati di 254 laboratori di emodinamica distribuiti sul territorio nazionale. I numeri parlano di un sistema in continua evoluzione. Nel 2025 sono state effettuate 318.494 coronarografie, praticamente stabili rispetto all’anno precedente (+0,17%), mentre le angioplastiche coronariche hanno raggiunto quota 160.400, con una crescita del 2,3%. Ma il dato che più colpisce riguarda la continua espansione degli interventi sulle valvole cardiache. Le TAVI, cioè l’impianto transcatetere della valvola aortica, hanno raggiunto il nuovo record nazionale di 14.409 procedure, con un incremento storico del 10,8%. Crescono ancora di più gli interventi sulla valvola tricuspide, aumentati del 23%, mentre le procedure sulla valvola mitrale registrano un +16,4%.

Secondo Alfredo Marchese, presidente della Società Italiana di Cardiologia Interventistica (GISE), il cambiamento è ormai strutturale. «Il vero motore della cardiologia non è più soltanto l’interventistica coronarica tradizionale, ormai stabilizzata su volumi elevati, ma il continuo sviluppo delle procedure strutturali, che rappresentano una delle principali risposte assistenziali offerte dal Servizio sanitario nazionale». Dietro questi numeri c’è un cambiamento demografico evidente. L’invecchiamento della popolazione porta infatti ad un aumento delle malattie degenerative delle valvole cardiache, in particolare della stenosi aortica, una patologia che fino a pochi anni fa poteva essere trattata quasi esclusivamente con un intervento cardiochirurgico tradizionale. La TAVI ha cambiato completamente lo scenario terapeutico, consentendo di sostituire la valvola attraverso un catetere inserito generalmente dall’arteria femorale, senza aprire il torace e senza ricorrere alla circolazione extracorporea. Una procedura meno invasiva che permette tempi di recupero molto più rapidi e che oggi viene proposta a un numero crescente di pazienti. L’espansione riguarda anche altri ambiti della prevenzione cardiovascolare. Nel 2025 sono aumentati gli interventi di chiusura dell’auricola sinistra, utilizzati nei pazienti con fibrillazione atriale per ridurre il rischio di ictus, così come le procedure di chiusura del forame ovale pervio (PFO), altra strategia importante nella prevenzione degli eventi cerebrovascolari. La cardiologia interventistica italiana, insomma, continua a dimostrare una straordinaria capacità di innovazione. Ma è proprio osservando questi risultati che emergono anche le contraddizioni del sistema.

L’Italia resta un Paese a due velocità: il cuore si cura meglio al Nord

Il record delle TAVI non racconta tutta la storia. Perché dietro i numeri assoluti si nasconde un’altra realtà: non tutti i cittadini italiani hanno le stesse possibilità di accedere alle cure più avanzate. È questo il messaggio centrale del progetto Gap2Care 2026, presentato dal GISE insieme ai dati del Report. Secondo la società scientifica, la qualità della cardiologia italiana è fuori discussione, ma l’accesso all’innovazione continua a dipendere troppo spesso dalla regione in cui si vive. I grandi centri di riferimento, infatti, sono concentrati prevalentemente in Lombardia, Veneto, Piemonte ed Emilia-Romagna, insieme ad alcune realtà di eccellenza del Centro-Sud. In molte altre aree del Paese, soprattutto per le procedure strutturali più innovative, l’offerta rimane invece limitata. Le conseguenze sono concrete. Nonostante il record di oltre 14.400 TAVI, il fabbisogno nazionale non è ancora soddisfatto. Secondo le stime elaborate dal GISE sulla base dei dati epidemiologici e delle indicazioni delle linee guida internazionali, nel 2025 soltanto circa sei pazienti su dieci che avrebbero potuto beneficiare della procedura sono riusciti effettivamente ad accedervi. Il problema non riguarda soltanto il numero degli interventi. Anche le tecnologie che aiutano i cardiologi a eseguire angioplastiche sempre più precise vengono utilizzate molto meno di quanto raccomandato. L’imaging intracoronarico, che comprende tecniche come IVUS e OCT e consente di visualizzare dall’interno le arterie coronarie, è stato impiegato soltanto nell’11% delle angioplastiche eseguite nel Paese. Analogamente, la valutazione funzionale delle stenosi coronariche è stata utilizzata nel 10,6% dei casi. Eppure queste tecnologie permettono di scegliere con maggiore precisione il trattamento più appropriato, ottimizzare il posizionamento degli stent e migliorare i risultati nel lungo periodo, soprattutto nei casi più complessi. Ancora limitato è anche l’utilizzo delle tecnologie dedicate al trattamento delle lesioni coronariche calcifiche, impiegate in appena il 6% delle angioplastiche. Per Marchese, la possibilità di personalizzare la scelta tecnologica in base alle caratteristiche della lesione e del paziente rappresenta ormai un elemento imprescindibile della moderna cardiologia interventistica. Un altro dato merita attenzione. Dopo anni di crescita costante, le angioplastiche primarie eseguite durante l’infarto miocardico acuto registrano una lieve flessione (-3,45%), attestandosi a 34.020 procedure. Un risultato che gli esperti invitano a interpretare con prudenza. Potrebbe riflettere un miglioramento della prevenzione cardiovascolare, ma potrebbe anche segnalare criticità nell’organizzazione della rete dell’emergenza. Saranno necessari ulteriori monitoraggi per comprenderne le reali cause.

Non solo valvole: anche i pacemaker diventano sempre più intelligenti. E l’Italia conquista un primato europeo

La corsa dell’innovazione non riguarda soltanto le procedure con cui i cardiologi intervengono sul cuore, ma anche gli strumenti che vengono impiantati nei pazienti. Se fino a pochi anni fa il pacemaker era percepito come un semplice dispositivo capace di correggere il ritmo cardiaco, oggi è diventato un concentrato di elettronica, software e medicina di precisione. I modelli di ultima generazione sono compatibili con la risonanza magnetica, monitorano costantemente le condizioni emodinamiche del paziente, adattano automaticamente la stimolazione cardiaca alle necessità dell’organismo e possono trasmettere a distanza i dati clinici, consentendo ai medici di seguire il paziente anche senza una visita in ospedale. È un’evoluzione che ha cambiato profondamente il concetto stesso di cardiostimolazione e che spiega perché la normativa europea abbia innalzato in modo significativo gli standard richiesti per la loro certificazione. In questo scenario arriva anche un risultato importante per l’industria biomedicale italiana. Per la prima volta, infatti, un produttore nazionale ha ottenuto la certificazione secondo il Regolamento europeo sui dispositivi medici (MDR) per un pacemaker impiantabile attivo di Classe III, la categoria che comprende i dispositivi a più elevato rischio clinico e sottoposti al percorso di valutazione più rigoroso previsto dalla normativa europea. La certificazione è stata rilasciata da IMQ a MEDICO S.r.l., azienda di Rubano, in provincia di Padova, che da oltre cinquant’anni progetta e realizza sistemi per la cardiostimolazione. Il traguardo non rappresenta soltanto un riconoscimento aziendale, ma testimonia la capacità del settore biomedicale italiano di competere in uno dei comparti tecnologicamente più complessi dell’intera medicina. Il nuovo regolamento europeo, entrato in vigore per rafforzare la sicurezza dei dispositivi medici, impone infatti verifiche estremamente approfondite sulle evidenze cliniche, sulla progettazione, sulla qualità della produzione, sulla sorveglianza dopo l’immissione sul mercato e sulla completa tracciabilità lungo l’intero ciclo di vita del dispositivo. A rendere ancora più significativo il risultato è il fatto che MEDICO appartiene al ristretto gruppo di aziende europee che progettano internamente anche i circuiti elettronici dei propri pacemaker, una competenza altamente specialistica oggi concentrata in pochissimi produttori a livello mondiale. «Cinquant’anni di cardiostimolazione ci hanno insegnato che la qualità di un dispositivo impiantabile non si improvvisa. La scelta di progettare internamente i circuiti elettronici dei nostri pacemaker è parte della nostra identità industriale. Questa certificazione rappresenta il riconoscimento di un percorso costruito nel tempo con competenza, rigore e responsabilità», sottolinea Eugenio Centin Snichelotto, presidente di MEDICO.

La vera sfida non è inventare nuove cure, ma farle arrivare a tutti i pazienti

Se l’innovazione corre, il Servizio sanitario nazionale è chiamato ora a un’altra sfida: evitare che le tecnologie più avanzate rimangano patrimonio di pochi ospedali. È proprio da questa consapevolezza che nasce Gap2Care 2026, il progetto con cui il GISE intende trasformare la raccolta dei dati in uno strumento di governo del sistema sanitario. L’obiettivo non è stilare classifiche tra regioni virtuose e regioni in ritardo, ma individuare con precisione dove si concentrano le disuguaglianze e proporre interventi concreti per superarle. Per questo la società scientifica ha avviato cinque tavoli di lavoro dedicati all’organizzazione dei modelli assistenziali, all’economia sanitaria, al welfare, alla presa in carico dei pazienti anziani e con cardiopatie congenite e all’equità di genere. Da questi gruppi nasce il piano strategico GISE Together 2026-2028, che punta a trasformare la cardiologia interventistica da una sequenza di singole procedure a un percorso assistenziale continuo, multidisciplinare e sostenibile. Tra le priorità individuate c’è l’aggiornamento dei sistemi di rimborso e di valutazione delle prestazioni ospedaliere, oggi spesso incapaci di riflettere la reale complessità delle procedure più innovative e il costo delle tecnologie impiegate. Un altro nodo riguarda la crescente fragilità della popolazione anziana, che richiede percorsi di cura sempre più personalizzati e una maggiore integrazione tra ospedale e territorio. Il manifesto affronta anche un tema spesso sottovalutato: l’equità di genere. Le malattie cardiovascolari continuano a essere la prima causa di morte anche nelle donne, ma persistono ritardi diagnostici, differenze nell’accesso ai trattamenti e una sottorappresentazione femminile sia nella ricerca sia nelle posizioni di leadership della cardiologia interventistica. Ridurre queste disparità significa migliorare la qualità dell’assistenza e garantire cure realmente appropriate a tutti i pazienti. La fotografia scattata dal Report GISE racconta dunque un Paese che possiede competenze, professionisti e volumi di attività tra i più elevati d’Europa. Oltre 160 mila angioplastiche, il record di 14.409 TAVI, la crescita degli interventi sulle valvole mitrale e tricuspide e l’evoluzione dei dispositivi impiantabili dimostrano che la cardiologia italiana continua a innovare e a spingere sempre più in là il confine della medicina mininvasiva. Ma gli stessi numeri ricordano che l’innovazione, da sola, non basta. Se quattro pazienti candidabili alla TAVI su dieci non riescono ancora ad accedere alla procedura e le tecnologie raccomandate dalle linee guida vengono utilizzate solo in una minoranza dei casi, significa che il problema non è più la disponibilità delle cure, bensì la loro distribuzione. Per questo la prossima sfida della cardiologia interventistica non sarà soltanto progettare valvole, stent o pacemaker sempre più sofisticati. Sarà fare in modo che la qualità delle cure non dipenda dal luogo in cui si vive, dall’età, dal sesso o dall’ospedale in cui si entra. Perché in medicina, e soprattutto quando si parla di cuore, l’innovazione raggiunge il suo valore più alto soltanto quando diventa un diritto condiviso e non un privilegio riservato a pochi.

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