Home » Attualità » Opinioni » I giudici di Milano chiudono l’ex Ilva (nel nome del Green)

I giudici di Milano chiudono l’ex Ilva (nel nome del Green)

I giudici di Milano chiudono l’ex Ilva (nel nome del Green)
Getty Images

Gli effetti del verdetto dei magistrati sull’Ilva di Taranto: 8.000 posti di lavoro a rischio e una crisi industriale che pesa 40 miliardi di euro sul Pil.

I giudici del tribunale di Milano probabilmente avrebbero fatto prima a scrivere una sentenza in cui si stabilisce che l’Ilva deve chiudere. Perché comunque sarà questo il risultato che otterranno con la loro ultima decisione: il fallimento di quello che un tempo era un colosso della siderurgia e oggi è soltanto un impianto siderurgico in agonia. Dopo 14 anni di sequestri giudiziari (e di arresti dei legittimi proprietari della società, la famiglia Riva), di decreti cosiddetti «Salva Ilva», di commissariamenti governativi e di tentativi per trovare imprenditori che la rilevassero, l’Ilva ha davanti a sé solo una prospettiva, ovvero spegnere anche l’ultimo altoforno e licenziare gli ultimi 8.000 dipendenti che ancora ha in carico. Quando la Procura di Taranto dispose l’arresto di Emilio Riva e dei figli Fabio e Nicola con accuse che andavano dall’associazione a delinquere al disastro ambientale, oltre che di omissione dolosa di cautele sui luoghi di lavoro, a Palazzo Chigi c’era ancora Mario Monti.

Da allora si sono succeduti molti tentativi per evitare il collasso dell’acciaieria. Da Corrado Passera a Carlo Calenda, da Federica Guidi a Luigi Di Maio, da Giancarlo Giorgetti ad Adolfo Urso: sono molti i ministri che si sono succeduti negli ultimi tre lustri, ma di fronte alla rigidità della magistratura e all’azione di alcuni gruppi politici, ogni tentativo di salvataggio è stato vano. Per la giustizia l’Ilva è una fabbrica di veleni e dunque, come spiegano i magistrati milanesi con l’ultima sentenza, deve spegnere anche l’ultimo forno nell’area a caldo, in quanto la salute – dei lavoratori e degli abitanti di Taranto – viene prima di tutto, prima del diritto al lavoro, prima della libertà d’impresa, prima degli interessi nazionali, che con l’acciaio costruiscono lo sviluppo.

Lo spegnimento dell’area a caldo e il cortocircuito tra norme e aule di tribunale

In linea teorica i giudici hanno ragione, perché nessuno ha il diritto di fare ammalare il prossimo. Ma il problema è che gli impianti dell’Ilva sono in regola con le norme e sono più avanzati di quelli di altre imprese siderurgiche attive in Europa. Ma alle toghe questo non importa. Che nel corso degli anni siano stati spenti alcuni altiforni, che siano migliorate le emissioni, che si siano prese misure per garantire la sicurezza dei lavoratori e la salute degli abitanti di Taranto, ai giudici importa zero. Secondo loro, l’Ilva continua a essere una minaccia nonostante rispetti le regole. È evidente che il destino di un’azienda che è da 14 anni nel mirino della giustizia, con continui provvedimenti di stop della produzione, non può che essere uno solo, ovvero lo stop definitivo. Infatti, gli impianti per fondere l’acciaio non si alimentano, come vorrebbero la magistratura e qualche verde, con le pale eoliche. E con questi presupposti non ci sarà mai nessun imprenditore, indiano o italiano, che abbia voglia di rilevare un’acciaieria che rischia di essere oltre che un debito anche un rischio penale. Chi mai si avventurerebbe in un acquisto con il pericolo di essere arrestato per disastro ambientale e di veder sequestrato il proprio patrimonio come già è accaduto ai Riva?

Il prezzo industriale della transizione e il silenzio sui posti di lavoro

No, l’Ilva è morta e con essa muore anche qualche punto di Pil, precisamente 40 miliardi, perché senza l’acciaio non si sostiene lo sviluppo e se si è costretti a comprarlo altrove i costi salgono. Tutto ciò avviene nell’assoluta indifferenza di quella sinistra che si lamenta per la mancata crescita e nel totale silenzio di quel sindacato che reclama salari più alti, ma che di fronte alle follie della magistratura e di una parte politica non ha mai il coraggio di alzare la voce. Anzi, per Maurizio Landini e compagni il pericolo resta solo il fascismo, non la perdita di migliaia di posti di lavoro.

Ricordo che in Sassonia, Afd ha avuto successo non perché la popolazione si è convertita improvvisamente al nazismo, ma perché in quel Land in un solo anno sono state chiuse centinaia di aziende e le più importanti proprio per gli effetti del Green deal. Perché la transizione ambientale è bella, ma se avviene sulla pelle delle persone lo è un po’ di meno.

© Riproduzione Riservata