Non ce l’ho tanto con i violenti. I violenti sono violenti, che ci possiamo fare? Bisognerebbe solo dare la possibilità alle forze dell’ordine di fermarli con ogni mezzo, cosa che oggi non avviene. Ce l’ho con quelli che li sostengono. Che li proteggono. Che li coprono. Che li giustificano. Ce l’ho con quelli che «Askatasuna vuol dire libertà», e a Torino «c’era un grande corteo pacifico», e «i teppisti sono una minoranza», anzi peggio «sono infiltrati» che «fanno il gioco del governo». Ce l’ho con quelli del «bisogna distinguere», «non bisogna demonizzare», «non bisogna criminalizzare», «va sottolineata la distanza», «in piazza c’erano ragazzi che amano la musica e la poesia» e poi, si sa, i black bloc «arrivano dall’estero» a rovinare con le loro tute nere le anime candide dei boyscout che frequentano i centri sociali italiani. Ce l’ho con loro perché mentono sapendo di mentire, vanno a caccia di consensi facili, fingendo di essere buoni. E proteggendo, di fatto, i terroristi.
Il corteo e la testa girata dall’altra parte
Ce l’ho con tutti quelli che sfilavano accanto ai violenti di Torino. Uno per uno. Ce l’ho con loro perché, come minimo, hanno girato la testa dall’altra parte. Ce l’ho con loro perché hanno fatto finta di non vedere e di non sapere. Ce l’ho con loro perché hanno coperto dentro il corteo i violenti che si preparavano alla guerra. Li hanno visti mentre si cambiavano. Mentre si attrezzavano. Mentre impugnavano martelli e molotov. E non hanno detto una parola. Ce l’ho con loro perché se uno assiste a uno stupro di una donna e non cerca di fermare lo stupratore diventa suo complice, e non vedo perché dev’essere diverso quando si stupra una città.
Intellettuali, salotti e “benevola tolleranza”
Ce l’ho con ZeroCalcare, i Subsonica, Elio Germano, Giovanna Botteri, i mogi e i Magi, financo Ilaria Salis, ce l’ho con il salottino degli intellettuali chic, con l’upper class che, come dice la procuratrice capo di Torino, ha sempre mostrato «benevola tolleranza» nei confronti di chi ora minaccia la democrazia. Ce l’ho con loro perché non ammettono che la democrazia è minacciata da quei violenti e non dalle «torsioni autoritarie del governo». Ce l’avrei anche con Luca Bottura, se solo mi ricordassi chi è. Ce l’ho con chi dice che i violenti sono «infiltrati», ovviamente manovrati da forze oscure, che «prendono la protesta come un tram». Ce l’ho con loro perché, per l’appunto, s’attaccano al tram. Ce l’ho con loro perché sono stanco di vedere questi sedicenti intelligenti assolti per non aver capito il fatto.
“Erano pochi”: la filastrocca che assolve
Ce l’ho con chi continua a ripetere la filastrocca dell’«erano pochi». Ce l’ho perché forse non sanno contare. Ce l’ho con loro perché fanno finta di non vedere che in realtà gli «erano pochi» erano tanti. E organizzati. E armati. E strutturati. Ed evidentemente e riccamente finanziati. Ce l’ho con chi continua a ripetere la favoletta delle «manifestazioni pacifiche» e dei «valori del dissenso». La manifestazione di Torino era stata indetta per difendere un centro sociale, Askatasuna, che aveva sede in un palazzo occupato e che da anni è protagonista di violenze di ogni tipo. Ce l’ho con chi non capisce che non esistono «valori sociali e culturali» né «ricchezze cittadine» che nascono dall’illegalità. Ce l’ho con chi continua a prendere voti e a far campagna elettorale nei palazzi occupati.
Il precedente che non si vuole vedere
Ce l’ho con chi ha definito Askatasuna un «bene comune». Ce l’ho con chi lo difende e con chi continua difenderlo. Ce l’ho con chi ancora una volta, come già agli inizi degli anni Settanta, chiude gli occhi davanti alla violenza a esso vicina e cerca di dare la colpa a chi sta lontano. Per quanto tempo, negli anni Settanta, si continuò a dire che le Brigate rosse erano in realtà nere e che il terrorismo non poteva essere di sinistra, prima che qualcuno avesse il coraggio, anche a costo della vita, di riconoscere che quella violenza non arrivava da fuori ma era fra i suoi compagni? Ce l’ho con loro perché non imparano mai. Nemmeno quando le lezioni di storia sono scritte col sangue.
