Quel “despota” di Donald Trump – sia detto per inciso votato in libere elezioni da 78 milioni di statunitensi – va ammonito e Ursula von der Leyen con la faccia di circostanza tuona: «La cooperazione è più forte del confronto, la legge è più forte della forza. Questi sono principi che valgono non solo per la nostra Unione europea, ma anche per la Groenlandia». Ma di quali principi si parla e in nome di chi? Della Danimarca o degli Inuit? Questa Europa così fiera del proprio diritto che appena il leader canadese Mark Carney dice un’ovvietà («a tavola o sei invitato o sei nel menù») lo applaude come paladino della democrazia è in grado di sciogliere le proprie contraddizioni? E così mentre s’indigna per Trump che prima vuole conquistare, poi si acconcia a comprare la Groenlandia dando un milione di dollari ad abitante, nulla dice ai danesi che hanno programmato un silente “genocidio” (parola tornata assai di moda) dei veri padroni della Groenlandia: gli Inuit.
Le accuse storiche e il caso Canada
In questo l’Europa ha molto in comune col Canada che per oltre un secolo ha attuato la deportazione e il silente massacro di 150 mila bambini eschimesi. La prova? Una macabra scoperta fatta nella British Columbia: nel giardino della Kamloops Indian Residential School hanno trovato 215 scheletri, sono quelli “riemersi” da una strage di non meno di 4 mila bambini lì “deportati”. Ha ragione Carney: gli Inuit nessuno li ha invitati al banchetto per il loro Artico e si sono ritrovati nel menù.
Bruxelles fa finta di non saperlo e dà manforte alla premier danese Mette Frederiksen che si muove al grido di «o Nuuk o morte» (Nuuk è la capitale della Groenlandia) e continua a sostenere che il presidente groenlandese Jens Frederik Nielsen è felicissimo di sentirsi europeo. Sicuri? Forse varrà per lui, di certo non vale per gran parte dei suoi concittadini: i nativi groenlandesi. Nielsen è salito al potere sfruttando una base elettorale di emigrati danesi e dando vita ad una coalizione larga che ha estromesso gli Inuit dal potere: si è molto avvicinato a Copenaghen, ha bloccato la legge sulla pesca – presentata dal precedente governo di sinistra e autonomista – che imponeva quote di prelievo sulle singole specie e presenza in Groenlandia delle aziende che conservano e commercializzano il pescato che è l’unica fonte di reddito degli isolani.
Identità, indipendenza e controllo dell’Artico
D’accordo con la danese Frederiksen e con Bruxelles che si è accorta dell’esistenza di questo pezzo d’Europa, che appartiene geograficamente all’America, solo dopo le “minacce-offerte” di Trump ha detto: «Non vogliamo essere americani; non vogliamo essere danesi, vogliamo essere indipendenti nel futuro e costruire il nostro Paese». Ma nostro di chi? La Groenlandia appartiene, anzi apparterrebbe, agli Inuit. Sono gli abitatori dei ghiacci arrivati sull’isola un paio di millenni fa dalla Siberia e che hanno colonizzato tutte le terre dell’Artico: dal Nord del Canada, all’Alaska, dalla Siberia alla Groenlandia. Sull’isola verde sono rimasti in 50 mila; la corona di Danimarca li ha perseguitati da almeno un paio di secoli. È stata programmata una deportazione di massa e oggi gran parte di loro vive alla periferia di Nuuk, in casermoni di cemento. A Copenaghen c’è un detto: «Sei ubriaco come un groenlandese». Gli Inuit, così come gli inglesi hanno fatto con gli aborigeni australiani, sono stati narcotizzati con l’alcol, sono stati sottomessi vietando la caccia alle foche e alle balene che erano il loro sostentamento, sono stati addomesticati con la scolarizzazione di massa che ha deportato migliaia di bambini sottratti alle donne e forzatamente educati nelle scuole danesi.
Sterilizzazioni forzate e risarcimenti
Ma la Danimarca ha fatto di più: ha programmato un genocidio “bianco” di questo popolo con la sterilizzazione di massa. Si è scoperto che tra il 1966 e fino al 1991 su 4.500 donne inuit, comprese almeno 350 ragazzine di 12 anni, sono state impiantate spirali uterine senza che venisse loro chiesto il consenso con la scusa di visite ginecologiche. Ci sarebbero state anche donne morte a causa delle infezioni sopraggiunte. La faccenda è stata tenuta sotto traccia fino a quando un anno fa si sono tenute le prime udienze e nei giorni scorsi – senza dire niente a nessuno, tantomeno lo ha fatto sapere Bruxelles – il governo danese per evitare una condanna ha offerto un risarcimento di 300 mila corone (circa 40 mila euro) a testa a 4.100 donne inuit. Le trattative sono in corso, ma Naja Lyberth che ha promosso la class action ha dichiarato: «Finché vivremo, vogliamo riconquistare il rispetto di noi stesse e del nostro utero; non è possibile che un governo decida se dobbiamo avere figli o no». Ma questo è solo un capitolo di come la Danimarca ha trattato da “schiavi” ai giorni nostri questa gente.
Deportazioni e basi militari
Ora Copenaghen si scandalizza per le pretese di Trump, ma nel 1953 gli Inuit furono deportati dal loro centro di origine in Groenlandia, la città di Thule (come gli etruschi si definivano Rasenna, gli Inuit di sé medesimi dicono: siamo i Thule) a una sorta di “riserva”, quella di Qaanaaq 100 chilometri più a Nord, semplicemente perché nel 1952 la Danimarca aveva ceduto quel pezzo di isola agli Usa che ne avevano bisogno per impiantarvi una base militare, la Pituffik Space tutt’ora operativa. E così si vuol fare adesso perché le terre da loro occupate sono quelle più preziose. Lo racconta Robert Peroni (in The Red House, il documentario del regista italiano Francesco Catarinolo in concorso al Trento Film Festival 2021), psicologo e alpinista altoatesino che dal 1984 vive nella sua “casa rossa” divenuta albergo, campo base, ma anche luogo dell’identità locale che ha fato di Tasiilaq un centro di resistenza pacifica.
Il risveglio politico degli Inuit
Oggi questo popolo scopre un nuovo orgoglio. Lo fa con influencer come Qupanuk Olsen, ingegnere minerario, sostenitrice dell’indipendenza della Groenlandia e di una “fratellanza” con gli Inuit di Canada e Alaska (è una supporter di Donald Trump). Ma soprattutto con il loro partito Ataqatigiit guidato da Múte Bourup Egede, che è stato primo ministro poi estromesso dal potere da Nielsen che guida una coalizione pro Danimarca, rivendicano una più marcata indipendenza e chiedono rispetto per l’ambiente, vogliono rivitalizzare i loro villaggi e stanno dando luogo a una diaspora da Nuuk per tornare alle origini in luoghi come Qaanaaq e Siorapaluk. Stanno boicottando i pescherecci della Royal Greenland su cui i danesi li hanno imbarcati “spintaneamente” e chiedono una totale indipendenza economica.
Di certo Donald Trump lo sa e vuole trattare con loro, ma lo sanno anche a Bruxelles e con un raffinato esercizio di ipocrisia cercano di convincere i nativi che fare l’interesse della Danimarca e dell’Ue è il loro bene. Ma alcuni secoli di colonialismo hanno probabilmente vaccinato gli Inuit, anzi meglio: sterilizzati dalle lusinghe a vuoto.
