Adesso anche la stabilità è diventata una colpa. Giorgia Meloni va giustamente fiera della durata del suo governo. Per la prima volta nella storia repubblicana, l’esecutivo da lei presieduto si avvia a concludere la legislatura. La premier scelta dagli italiani, con il voto di settembre di quattro anni fa, sarà la stessa che si presenterà alle elezioni chiedendo ai cittadini di giudicare il proprio operato. Una vera novità. Che però a non tutti piace. Infatti, secondo alcuni la stabilità sarebbe sinonimo di immobilità. È il rimprovero sgradevole e offensivo che ha rivolto al presidente del Consiglio Massimo Giannini. Su la 7, nella trasmissione condotta da Giovanni Floris, l’editorialista di Repubblica ha paragonato la longevità del governo a quella di un invalido: «Se una persona passa vent’anni immobile su una sedia a rotelle, senza fare nulla, è inutile che sia vissuta a lungo. La stessa cosa vale per il governo». La frase, censurabile, ha suscitato un’ondata di polemiche, non solo per il giudizio critico nei confronti dell’operato dell’esecutivo, ma per la definizione di vita inutile di coloro che sono costretti all’immobilità. Alla fine, Giannini è stato costretto a scusarsi, dicendo di non essere stato compreso, ma ribadendo la considerazione sull’inerzia di Palazzo Chigi.
Il medesimo concetto, anche se in maniera più articolata, è stato espresso da altri, tra i quali Ernesto Maria Ruffini, new entry nel panorama politico della sinistra. Di professione avvocato, con una solida competenza in materia fiscale, Ruffini è l’ex direttore dell’Agenzia delle entrate oltre che figlio di Attilio, ex ministro democristiano negli anni della cosiddetta prima Repubblica. Da alcuni mesi, lasciato l’incarico di esattore del fisco, si è messo in testa di fondare una specie di nuova Dc, ovvero di creare un raggruppamento centrista che vada in soccorso della sinistra. Che il palcoscenico in quell’area politica sia già affollato non pare preoccuparlo.
Scontro sulla longevità di Palazzo Chigi: la stabilità è davvero un limite?
Il movimento da lui fondato, “Più uno”, ambisce a raggruppare l’area riformista e moderata a fianco del Pd, mettendo insieme vari cespugli. Il progetto è impegnativo, perché deve fare i conti con gente del calibro di Matteo Renzi, Carlo Calenda, Silvia Salis, Alessandro Onorato, primedonne abituate a prendersi la scena e, soprattutto, a mettere insieme, oltre alle forze, anche le divisioni. Ed è proprio questo il punto. Con un articolo sul Fatto quotidiano, Ernesto Maria Ruffini accusa il governo più lungo della storia di non garantire una visione di futuro al Paese: «Un tempo la durata degli esecutivi non rappresentava l’ossessione quotidiana del dibattito pubblico. La politica, infatti, non si misurava sul numero di giorni trascorsi a Palazzo Chigi, ma sulla capacità di cambiare il Paese e costruire il futuro».
E, a sostegno della sua tesi, l’ex capo della riscossione fiscale (incarico che gli fu assegnato da Matteo Renzi quando questi era al governo) spiega che tra il 1948 e il 1988 l’Italia ebbe 43 governi, con una media di uno ogni 11 mesi. Eppure, sostiene lui, quella stagione conobbe una delle più profonde trasformazioni economiche e sociali della storia nazionale, costruendo le basi dello Stato sociale e del welfare. Dimentica, però, di dire che l’Italia usciva da una guerra e che gli americani contribuirono alla crescita con il piano Marshall. Ma soprattutto scorda che i governi dell’epoca, oltre a ricostruire il Paese, fabbricarono le premesse per uno dei debiti più grandi del mondo, con misure tipo le baby pensioni o la scala mobile.
Il passato politico e le relazioni internazionali stabili
Ruffini manifesta nostalgia per il tempo passato, ovvero per i governi balneari? Lo capisco. Suo padre fu un protagonista di quella stagione. Da parlamentare Dc fu ministro dal 1976 al 1980, quattro anni in cui riuscì ad avere altrettanti incarichi – con delega alla Marina mercantile, ai Trasporti, agli Esteri e alla Difesa. In un caso, ricoprì il ruolo per meno di quattro mesi, dal 14 gennaio al 4 aprile. Il governo era guidato da Francesco Cossiga e il padre di Ruffini stava alla Farnesina.
Mi domando: che avranno pensato i capi di Stato di altri Paesi di un ministro di cui non saranno neppure riusciti a imparare il cognome? Sarebbe stata possibile la costruzione di una relazione speciale come quella di recente inaugurata da Giorgia Meloni con Narendra Modi, primo ministro indiano? Probabilmente no, così come sarebbe stato impossibile firmare con New Delhi accordi commerciali per 20 miliardi.
No, la stabilità non è una colpa ma un valore. È un’immagine di serietà che si dà al mondo. Poi capisco che per Ruffini, e per quelli come lui, l’instabilità sia un vantaggio. Più i governi sono balneari e più c’è chi ne trae guadagno, perché fa pesare il proprio voto e mercanteggia una poltrona. È il sistema che ha portato l’Italia sull’orlo del baratro.
