Li ho contati: sono 570 km. Come andare da Milano a Roma in macchina. Solo che io li ho fatti a piedi, per andare a correre la maratona di domenica, a New York. “Una follia”, starà pensando ora chi legge e non ama correre. “Troppo pochi”, commenteranno invece i runners più esperti. E la verità è che hanno ragione entrambi, ma non provate a far cambiare idea ad uno dei due gruppi: il cuore ha le sue ragioni, che la ragione non conosce, diceva Pascal. In mezzo ci sono io, maratoneta fai da te alla prima esperienza, che a pochi giorni dalla partenza per la grande mela ripensa alla lunga preparazione dei mesi scorsi. Il primo passo, quando decidi di correre per 42km, è una spasmodica ricerca dell’allenamento giusto da seguire per provare a tagliare il traguardo viva. Devi decidere in quanto tempo farlo, quante volte alla settimana, e scegliere il metodo più congeniale: io ho decido di seguire le tabelle di Orlando Pizzolato, un vero esperto nel settore, vincitore di ben due maratone di New York. Ma quella è solo la parte più facile del gioco: devi anche trovare la voglia e il tempo per farlo. Ed è li’ che scopri di avere doti organizzative migliori della segretaria di un capo di stato, e impari ad incastrare alla perfezione le uscite – in particolare i cosidetti “lunghi” che durano dalle due ore in su – tra gli altri impegni della giornata. Ripensandoci ho corso davvero a tutte le ore del giorno: prima di andare a prendere mia figlia a scuola, durante il sonnellino pomeridiano di mio figlio e dopo il lavoro; con il caldo di agosto che ti costringe ad allenarti prima che gli altri vadano a fare colazione, e con il freddo che ti lascia nelle ossa la pioggia quando non smette di cadere un attimo durante i tuoi 30 km di corsa e ti fa sentire un novello Forrest Gump perseguitato dalla nuvoletta di Fantozzi. A volte ho corso per piacere, altre per senso del dovere; a volte con la musica a palla nelle orecchie e altre ascoltando il silenzio di una campagna deserta; con i piedi nudi sulla sabbia lungo il mare e nei sentieri di montagna a 2000 metri. Ogni volta, però, la sensazione è stata la stessa: mi sono sentita libera, leggera, felice. E adesso che manca davvero poco alla partenza per New York mi sorprendo a pensare che forse la magia della maratona è racchiusa anche nei mesi che la precedono e in quello che ti insegnano: a rispettare un programma, anche se piove o non ne hai voglia; a correre con la testa quando i muscoli non bastano più e scoprire che funziona davvero; a sentirti felice solo perché “oggi le gambe giravano bene”. E per un “mezzobusto” – come chiamano noi conduttrici di tg, sempre nascoste dietro una scrivania – questo è davvero un meraviglioso paradosso.

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La seconda “pagina” del diario di Laura Piva, la giornalista di Studio Aperto ormai alla vigilia della partenza – 1^ parte
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