A Milano, città che ha costruito una parte consistente della propria identità internazionale sulla moda, la Corea del Sud è arrivata questa volta senza sneakers, idol, skincare o uno dei marchi che negli ultimi anni hanno accompagnato l’espansione globale della Korean Wave. È arrivata con qualcosa di molto più antico e, forse proprio per questo, ancora più interessante per capire ciò che sta accadendo alla cultura coreana contemporanea: l’hanbok, l’abito tradizionale che per secoli ha accompagnato la vita quotidiana, le cerimonie, le feste, i matrimoni e la corte reale e che oggi, dopo essere stato a lungo associato soprattutto alle grandi occasioni, sta vivendo una trasformazione capace di portarlo dalle strade di Seoul ai videoclip K-pop, dalle passerelle internazionali ai musei.
La mostra “Hanbok – Eleganza senza tempo”, organizzata dal Consolato Generale della Repubblica di Corea a Milano insieme al MUDEC – Museo delle Culture e a JTV-Jeonju Television, avrebbe dovuto concludersi il 15 settembre, dopo dieci giorni di esposizione e una sfilata organizzata l’8 settembre nell’Agorà del museo. Ora resterà invece a Milano fino al 1° novembre, prolungando di oltre un mese un progetto che porta nel cuore della città venti hanbok e, insieme a loro, un pezzo della storia culturale coreana. Il comunicato originario descriveva infatti un percorso capace di attraversare abiti di corte, vestiti della vita quotidiana e differenti interpretazioni legate alle occasioni sociali, con l’obiettivo di mostrare non un unico modello immutabile, ma la varietà di un linguaggio sartoriale che nei secoli ha continuamente modificato forme, materiali e significati.
Ed è probabilmente proprio qui che si trova la parte più interessante della storia, perché chiamare l’hanbok semplicemente «costume tradizionale coreano» oggi rischia di spiegare molto meno di quanto sembri.
Che cos’è davvero un hanbok
La struttura di base appare immediatamente riconoscibile: il jeogori, la giacca indossata sia dagli uomini sia dalle donne, viene abbinato alla chima, l’ampia gonna femminile, oppure ai baji, i pantaloni maschili, mentre i goreum, i lunghi nastri utilizzati per chiudere il jeogori, diventano contemporaneamente elemento funzionale e decorativo. Sono forme che privilegiano le linee, il movimento e il rapporto tra il corpo e il tessuto più che la costruzione aderente tipica di molta sartoria occidentale, producendo quella silhouette che, anche quando viene radicalmente reinterpretata, continua a rendere l’hanbok immediatamente riconoscibile.
Ridurre tutto a una gonna ampia e a una giacca corta, però, significherebbe perdere ciò che l’abito ha rappresentato storicamente. Durante la dinastia Joseon, tra il 1392 e il 1910, fogge, colori, materiali e decorazioni potevano indicare rango sociale, ruolo e circostanza: gli abiti reali erano differenti da quelli dell’aristocrazia, così come questi ultimi si distinguevano dalle versioni più funzionali indossate dalla popolazione comune. L’hanbok era dunque abbigliamento, ma anche codice sociale, sistema di segni, rappresentazione visibile della posizione occupata da una persona all’interno della società.
Eppure ciò che la Corea ha deciso di tutelare ufficialmente non è soltanto il vestito.
Nel 2022 la Cultural Heritage Administration coreana ha inserito infatti l’hanbok saenghwal, letteralmente la «vita dell’hanbok», nel patrimonio culturale immateriale nazionale. Una scelta significativa persino nel nome: non semplicemente «indossare l’hanbok», ma l’intero insieme di conoscenze, comportamenti e pratiche che comprende la sua realizzazione, il modo di portarlo e le diverse regole legate alle cerimonie, alle feste tradizionali, ai rituali e alle occasioni sociali. In altre parole, il patrimonio non è soltanto l’oggetto conservato in una teca, ma ciò che le persone continuano a fare con quell’oggetto.
Ed è una differenza fondamentale per comprendere perché l’hanbok, invece di essere rimasto immobile dentro la propria storia, abbia potuto ricominciare a cambiare.
Al MUDEC l’hanbok non resta dentro una teca
La mostra milanese ha costruito il proprio racconto proprio intorno a questa doppia natura, perché agli abiti esposti si è affiancato l’8 settembre un vero Hanbok Fashion Show, curato dalla designer SEOL Mi-hwa, che ha trasformato l’Agorà del MUDEC in una passerella dedicata alle differenti declinazioni dell’abito coreano.
Ad aprire la sfilata è stato il suono del gayageum, uno degli strumenti a corde più rappresentativi della musica tradizionale coreana, affidato alla musicista Ji Eun JUNG, direttrice del gruppo crossover KAYA; due giorni più tardi il programma è proseguito con un incontro dedicato alla storia e alle caratteristiche dell’hanbok e con un laboratorio sui norigae, gli ornamenti tradizionalmente agganciati al jeogori o alla vita della chima, piccoli oggetti decorativi che possono racchiudere colori, nodi e simboli e che dimostrano quanto, nella cultura dell’abito coreano, persino un accessorio possa diventare parte di una grammatica più ampia.
Non è casuale neppure la scelta di Milano e del periodo immediatamente precedente alla stagione della moda: portare l’hanbok in un museo dedicato alle culture e contemporaneamente presentarlo attraverso il linguaggio di una passerella significa collocarlo esattamente nel territorio che oggi la Corea vuole occupare, quello in cui il confine tra patrimonio e industria creativa diventa sempre meno netto.
Perché l’hanbok contemporaneo non chiede più soltanto di essere osservato.
Chiede di essere indossato.
Dalle cerimonie al guardaroba quotidiano
Per buona parte del Novecento, con la diffusione dell’abbigliamento occidentale, l’uso quotidiano dell’hanbok si è progressivamente ridotto e il vestito è rimasto soprattutto legato alle feste tradizionali, ai matrimoni, alle celebrazioni familiari e alle occasioni formali. Negli ultimi anni, però, una nuova generazione di designer ha cominciato a intervenire sulla costruzione tradizionale alleggerendola, accorciandola, cambiandone materiali e proporzioni e rendendola compatibile con il modo di vivere contemporaneo.
È nato così quello che viene abitualmente definito modern hanbok, un universo nel quale non esiste un’unica ricetta: alcuni marchi conservano quasi integralmente la silhouette tradizionale intervenendo sui tessuti, altri trasformano jeogori e chima in giacche, gonne e abiti pensati per essere utilizzati quotidianamente, altri ancora prelevano soltanto una linea, una chiusura, un colletto o una proporzione e li inseriscono all’interno di collezioni che appartengono ormai pienamente alla moda contemporanea.
Marchi come Leesle, Tchai Kim, Danha e altri designer coreani hanno costruito negli ultimi anni proprio su questa zona di confine, dimostrando che il punto non è scegliere tra conservazione e modernità, ma capire quanto una tradizione possa cambiare senza perdere la propria identità. Alcuni hanno lavorato sulla praticità e sull’uso quotidiano, altri hanno portato forme ispirate all’hanbok su passerelle internazionali, trasformandolo da indumento associato soprattutto al patrimonio nazionale in una delle fonti visive più riconoscibili della nuova K-fashion.
Nel maggio 2025 persino Deoksugung-gil, una delle strade storiche del centro di Seoul, è diventata passerella per il progetto Seoul Fashion Road, dove quattro marchi hanno presentato interpretazioni contemporanee dell’hanbok all’interno di uno spazio urbano in cui palazzi reali, architettura moderna e moda convivevano nello stesso scenario. È un’immagine che racconta bene la direzione scelta dalla Corea: non separare più nettamente il patrimonio dal presente, ma costringerli quasi a dialogare.
Poi è arrivato il K-pop
Se questa trasformazione fosse rimasta confinata alle passerelle coreane, probabilmente il suo impatto internazionale sarebbe stato molto diverso. La vera accelerazione è arrivata quando l’hanbok è entrato nella gigantesca macchina visiva della Korean Wave.
Quando i BTS hanno pubblicato IDOL nel 2018, il gruppo non ha semplicemente inserito elementi tradizionali all’interno di un video pop: ha costruito una dichiarazione di identità mescolando sonorità e ritmi coreani, riferimenti alla danza tradizionale, colori, architetture e abiti ispirati all’hanbok con hip-hop ed elettronica. Il risultato non cercava di rendere la cultura coreana più neutra per esportarla, ma faceva esattamente il contrario: la rendeva ancora più riconoscibile mentre la portava davanti a un pubblico globale.
Due anni più tardi le BLACKPINK, nel video di How You Like That, hanno utilizzato versioni radicalmente reinterpretate dell’hanbok, con outfit realizzati a partire anche da creazioni del marchio Danha, modificati per diventare costumi di scena compatibili con la performance e con l’estetica aggressivamente contemporanea del gruppo. Quelle silhouette sono poi arrivate anche sulla televisione americana, mostrando come un dettaglio della tradizione coreana potesse attraversare quasi istantaneamente piattaforme, fandom e continenti.
Da allora il rapporto tra K-pop e hanbok è diventato talmente evidente che nel 2021 il Ministero della Cultura coreano e l’Hanbok Advancement Center dedicarono al Dongdaemun Design Plaza di Seoul una mostra intitolata “K-pop X Hanbok”, raccogliendo costumi utilizzati da diversi artisti nei videoclip e nelle performance.
Ed è qui che l’hanbok diventa anche una piccola lezione sulla maniera in cui la Corea ha costruito il proprio soft power.
Il soft power coreano funziona perché non nasconde più la Corea
Per molto tempo, l’internazionalizzazione di un prodotto culturale è stata immaginata come un processo di sottrazione: eliminare ciò che rischiava di risultare troppo locale, troppo specifico, troppo difficile da comprendere fuori dal Paese di origine, fino a ottenere qualcosa che potesse essere riconosciuto ovunque.
La Corea del Sud ha progressivamente dimostrato che può funzionare anche il movimento opposto.
Il K-pop non ha smesso di utilizzare parole coreane quando ha cominciato a conquistare gli Stati Uniti; i drama non hanno eliminato il cibo, le gerarchie linguistiche o le dinamiche sociali coreane per essere distribuiti nel mondo; il cinema non ha rinunciato alle proprie storie locali per ottenere riconoscimenti internazionali e persino oggetti apparentemente difficili da esportare, come un alfabeto o un abito tradizionale, sono diventati elementi riconoscibili di una cultura pop globale.
L’hanbok si inserisce perfettamente dentro questo processo perché possiede una caratteristica particolarmente preziosa nell’epoca dei social network: si riconosce. Una linea, un volume, una chiusura o il rapporto tra jeogori e chima possono sopravvivere anche quando il vestito viene accorciato, trasformato, mescolato con tessuti contemporanei o adattato alla scena. La tradizione, in questo caso, non funziona come un limite imposto alla creatività, ma come una riserva inesauribile di forme da reinterpretare.
È anche per questo che oggi il governo coreano e le istituzioni culturali parlano sempre più spesso dell’hanbok insieme alla K-fashion e alla Korean Wave, presentandolo non soltanto come testimonianza del passato ma come una possibile fonte di ispirazione per il design contemporaneo e per il mercato globale.
Da Seoul a Milano, passando per la moda
Visto da Milano, tutto questo assume un significato particolare, perché Italia e Corea possiedono due rapporti molto differenti con la propria tradizione sartoriale, ma condividono l’idea che un abito possa raccontare molto più del semplice gusto di chi lo indossa.
Per l’Italia la moda è da decenni una delle industrie attraverso cui il Paese comunica nel mondo artigianato, manifattura, estetica e stile di vita; per la Corea, invece, quella stessa dimensione è diventata negli ultimi anni parte di un ecosistema molto più recente nel quale musica, cinema, televisione, beauty, food, design e fashion si rafforzano continuamente a vicenda. Non viene esportato soltanto un prodotto, ma un immaginario nel quale ogni elemento può diventare la porta d’ingresso verso gli altri.
L’hanbok, proprio perché viene da molto più lontano del K-pop e dei drama che oggi dominano la percezione internazionale della Corea, rende questo meccanismo ancora più evidente: mostra che la Korean Wave non sta semplicemente inventando una cultura nuova per il mercato globale, ma sta continuamente tornando indietro, recuperando simboli, forme e tradizioni e decidendo quali di questi possano essere riscritti nel presente.
La proroga della mostra al MUDEC fino al 1° novembre permette così di guardare all’evento milanese non soltanto come alla parentesi di una settimana dedicata alla Corea, ma come a un piccolo laboratorio aperto nel cuore di una delle capitali mondiali della moda.
Dentro l’Agorà ci sono venti abiti. Ma la storia che raccontano è molto più grande: riguarda un Paese che ha capito che, per essere contemporanei, non sempre bisogna liberarsi del passato. A volte bisogna semplicemente trovare un modo nuovo di indossarlo.
