Guerra, appelli, preghiere, inviti al cessate il fuoco rimasti spesso inascoltati. Eppure, Leone XIV torna ancora una volta a levare la voce dalla finestra del Palazzo apostolico, in occasione dell’Angelus del 22 febbraio: «Tacciano le armi. Cessino i bombardamenti e si rafforzi il dialogo per aprire la strada alla pace». Non è stanchezza rituale, ma la convinzione che, con l’arma (se così la si può chiamare) della diplomazia, la pace non sia un miraggio, ma qualcosa di possibile (e ovviamente di necessario).
Leone XIV è diplomatico, non inerte
Chi accusa Leone di scarsa iniziativa commette un errore di prospettiva piuttosto grossolano. Il Papa è tutt’altro che inerte: è strategico. La sua è una diplomazia che lavora con intelligenza e sagacia geopolitica, lontana dalla tentazione dello sbando, fedele a un disegno preciso. Ogni gesto, ogni parola, ogni decisione rispondono a un orientamento coerente e profondamente pastorale. Non vi è imposizione di una visione, ma la costruzione paziente di un percorso saldo nelle proprie convinzioni.
Lo descrive molto bene Francesco Antonio Grana, nel suo «Leone XIV. La storia» (Elledici, 2025), quando parla di lui come guida di una «Chiesa unita cercando sempre la pace, cercando di lavorare con donne e uomini fedeli a Cristo senza paura per proclamare il Vangelo ed essere missionari». Una Chiesa, dunque, che non si ritira dal mondo, ma lo abita con responsabilità.
Le proposte di Pace di Leone XIV
Il profilo diplomatico di Leone XIV si è costruito attraverso gesti concreti. Ha telefonato al presidente russo Putin. Ha ricevuto al Vaticano mamme e mogli di soldati ucraini al fronte, bambini e giovani segnati dal conflitto, associazioni impegnate nella prossimità alle vittime di guerra. Ha inviato aiuti dell’Elemosineria in Ucraina. Ha incontrato pellegrini ucraini, lodando la fede di una terra «fecondata dalla testimonianza di tanti santi» e «irrigata con il sangue di molti martiri».
A dicembre, nell’udienza con il presidente ucraino Zelensky, ha inoltre ribadito la disponibilità della Santa Sede a ospitare i negoziati di pace. Si è spinto persino a contemplare un viaggio a Kyiv, pur riconoscendo l’obbligo di un prudente realismo. Non si può parlare di immobilismo, quanto piuttosto di equilibrio.
«Abbiatela voi per primi, la pace»
C’è una frase di Leone XIV che racchiude probabilmente il senso di questo pontificato meglio di molte analisi: «Se volete attirare gli altri alla pace abbiatela voi per primi; siate voi innanzitutto saldi nella pace». Eccolo, il nucleo della sua visione: la pace come testimonianza prima ancora che come negoziato, come stato interiore prima ancora che come accordo diplomatico.
Già all’indomani dell’elezione, il Papa aveva definito «insensata» la guerra in Ucraina, chiedendo di giungere «al più presto a una pace autentica, giusta e duratura». La liberazione di tutti i prigionieri e il ritorno dei bambini alle proprie famiglie hanno segnato con continuità la sua preghiera. Oggi, a quattro anni dall’inizio dell’invasione su larga scala, quell’appello risuona certamente con un retrogusto amaro, per ora. Ma, continuando a lavorare con metodo e profondità, il gusto più dolce della pace arriverà un giorno. E servirà, ancora una volta, la diplomazia.
