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Le fabbriche nello spazio stanno arrivando: ecco perché cambieranno l’economia mondiale

Le fabbriche nello spazio stanno arrivando: ecco perché cambieranno l’economia mondiale

Satelliti che producono semiconduttori, miniere sugli asteroidi, farmaci coltivati in microgravità ed energia solare orbitale: la nuova economia dello spazio sta attirando miliardi di investimenti e potrebbe cambiare l’industria globale.

Negli ultimi anni si è sviluppata una nuova frontiera industriale, con satelliti e moduli in orbita che funzionano come vere e proprie fabbriche. Lo spazio si sta trasformando in un ambiente dove gli investimenti privati convergono per sfruttare condizioni fisiche uniche, come la microgravità, il vuoto e l’assenza di contaminazioni atmosferiche.

Il recente lancio dei forni ad alta temperatura per produrre semiconduttori e materiali avanzati della startup britannica Space Forge segnala questo cambiamento strutturale dell’economia globale. Nel giugno 2025 l’azienda ha messo in orbita ForgeStar-1, il primo veicolo dedicato espressamente alla produzione industriale nello spazio. Nei mesi successivi, il satellite ha acceso con successo un forno orbitale in grado di superare i mille gradi e di generare plasma, provando che anche lavorazioni che richiedono condizioni estreme possono essere eseguite fuori dalla Terra. L’obiettivo non è soltanto ottenere materiali dalle prestazioni superiori, ma costruire un modello produttivo ripetibile e sostenibile, basato su lanci frequenti di satelliti e su sistemi di rientro capaci di riportare i prodotti finiti sul nostro pianeta.

Manifattura in orbita e materiali avanzati

Aziende statunitensi specializzate nella manifattura in orbita come Made In Space e Redwire stanno sperimentando la stampa 3D di componenti metallici e polimerici direttamente nello spazio, dimostrando di poter generare oggetti più leggeri e robusti, riducendo la necessità di rifornimenti dalla Terra e aprendo la strada a una produzione autonoma.
«In questo ambiente ci sono condizioni che permettono di ottenere prodotti con una qualità difficilmente raggiungibile sulla Terra», dice Tommaso Ghidini, a capo del dipartimento di ingegneria meccanica dell’Agenzia spaziale europea (Esa). «Ciò vale in particolare per i materiali ottenuti tramite cristallizzazione, come fibre ottiche o semiconduttori: l’assenza di gravità, di convezione e di contaminazioni può generare un numero significativamente inferiore di difetti rispetto alle condizioni terrestri».
Ma è anche il caso di alcune leghe metalliche, come le superleghe a base di nichel, e di alcune ceramiche. L’Electromagnetic levitator (Eml) è di fatto una sorta di industria spaziale sulla Stazione spaziale internazionale: «Consente di fondere e solidificare campioni metallici in microgravità, senza contatto con contenitori o superfici, raggiungendo temperature superiori ai 2.000°C. In questo modo si possono studiare in modo estremamente pulito i processi di nucleazione e solidificazione, eliminando gli effetti della convezione e delle interazioni con le pareti, difficili da evitare sulla Terra. I risultati ottenuti hanno ricadute dirette sull’ottimizzazione di processi industriali terrestri, per esempio nella produzione di leghe avanzate».

Miniere asteroidali e risorse strategiche

Un’altra direttrice ambiziosa dell’industria spaziale è quella delle miniere asteroidali. Diversi tipi di corpi celesti contengono quantità elevate di metalli rari e strategici come platino, nichel e cobalto. Riuscire a estrarli non significa solo reperire risorse fondamentali per l’elettronica, le batterie e le tecnologie verdi, ma anche ridurre la pressione ambientale sulle miniere terrestri. Start-up statunitensi come Planetary Resources e Deep Space Industries hanno già avviato negli anni scorsi programmi per la mappatura degli asteroidi e lo sviluppo di sistemi robotici di estrazione automatizzata, mentre le grandi agenzie spaziali stanno studiando missioni di ritorno di campioni e tecnologie di lavorazione in orbita. L’obiettivo è trasformare queste risorse direttamente in orbita, evitando i costi energetici del rientro atmosferico.

Farmaci, tessuti biologici e ricerca medica

Le nuove fabbriche possono realizzare anche farmaci e tessuti biologici con proprietà migliori rispetto a quelli ottenibili in ambiente terrestre. «In questo settore il potenziale dello spazio è molteplice», spiega ancora Ghidini. «Diverse aziende intravedono la possibilità di coltivare in condizioni di microgravità cristalli di alta qualità di agenti farmaceutici o di proteine e molecole bersaglio complesse. Ciò è utile per determinarne la struttura mediante diffrazione dei raggi X. Gli esperimenti mostrano una qualità superiore di questi cristalli grazie all’assenza di convezione naturale, che può altrimenti disturbare il processo di crescita. Per esempio, il fattore regolatore dell’interferone umano 3 (IRF-3), la proteina del virus dell’epatite C e la proteina da shock termico HSP90 (strettamente associata a patologie oncologiche e metaboliche) sono stati coltivati a bordo della Stazione spaziale internazionale con una qualità superiore».
In passato, l’Esa si è impegnata in questo campo attraverso strutture dedicate, producendo principalmente risultati di natura scientifica a bordo dello Space Shuttle e della Iss. «La microgravità può anche fungere da ambiente “accelerato” per lo studio di aspetti legati all’invecchiamento: l’assenza di gravità porta, per esempio, alla demineralizzazione ossea e ad altri cambiamenti fisiologici interessanti per la ricerca medica».
Gli svantaggi principali restano la limitata disponibilità di risorse, le ridotte opportunità di sperimentazione e i costi elevati. «Costi di lancio più bassi e piattaforme automatizzate potrebbero mitigare queste limitazioni in futuro, in particolare con le piattaforme post-ISS, più orientate anche a interessi commerciali e a cicli di sperimentazione più rapidi», precisa Ghidini. «L’industria farmaceutica tradizionale è piuttosto conservatrice su questi temi: ha manifestato interesse, ma non ancora un impegno pieno. È probabile che saranno le start-up dell’ecosistema biotecnologico, insieme al mondo accademico, a dover dimostrare per prime la fattibilità economica di questi approcci». Quindi il potenziale resta in parte inesplorato, ma nei prossimi anni potrebbe arrivare la svolta: «Esa, Jaxa e Nasa sono impegnate su questo, così come alcune potenze spaziali emergenti come Cina e India» rivela Ghidini.

Energia solare spaziale e nuova economia orbitale

Un’altra direttrice cruciale è quella dei progetti di stazioni solari spaziali che per raccogliere energia solare in orbita senza le interruzioni dovute al ciclo giorno-notte o alle condizioni atmosferiche. L’idea è quella di trasmetterla verso la Terra tramite microonde o laser, offrendo una fonte energetica potenzialmente continua e pulita. Queste tecnologie sono ancora in fase sperimentale, ma governi e imprese in Asia, Europa e Stati Uniti stanno investendo miliardi di dollari in prototipi. Per esempio, la start-up britannica Space Solar lavora su centrali modulari come Merlin, Kite ed Eagle, capaci di inviare energia tramite microonde.
Negli Stati Uniti, il Caltech ha sperimentato lo Space Solar Power Demonstrator SSPD 1 e l’array Maple, dimostrando la trasmissione wireless di energia in microgravità. «Ma l’Esa, da parte sua, ha concluso che le tecnologie non hanno ancora raggiunto un livello di maturità tale da consentire un’iniziativa su larga scala, anche se continua a sostenerle all’interno dei propri programmi tecnologici, mantenendo aperta la possibilità di future applicazioni».

La rivoluzione industriale dello spazio e la variabile geopolitica

Siamo quindi di fronte a una nuova “rivoluzione industriale”? «Sarà certamente possibile trasferire nello spazio alcuni aspetti della produzione terrestre, sfruttando un ambiente unico nel suo genere. Per esempio, fibre ottiche o semiconduttori con una qualità non facilmente ottenibile sulla Terra potrebbero offrire benefici per il calcolo ad alte prestazioni e per la trasmissione dati ad alta velocità; ceramiche o leghe metalliche con meno difetti e maggiore durabilità, prodotte nello spazio, potrebbero contribuire alla realizzazione di componenti più resistenti in sistemi aeronautici e spaziali ad alte prestazioni», risponde Ghidini. «Ma l’idea di spostare la produzione di massa dalla Terra allo spazio dovrà essere attentamente bilanciata con i costi e l’impatto ambientale della produzione e del trasporto. L’Esa ha una lunga esperienza nei metodi di valutazione del ciclo di vita (Life cycle assessment) e questo tipo di analisi sarà essenziale anche per concetti futuri come il recupero di risorse dallo spazio, ad esempio dagli asteroidi, a supporto della produzione. Di sicuro, la produzione nello spazio cambierà il modo in cui gestiamo le attività spaziali e, potenzialmente, anche quelle terrestri, permettendo la costruzione di materiali di qualità senza precedenti».
Su tutto ciò pesa la variabile geopolitica. Perché la nuova economia spaziale non si trasformi in un’arena di conflitti sarà necessaria cooperazione globale. Altrimenti la nuova rivoluzione industriale dello spazio rimarrà impantanata sulla Terra.

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