Adesso il problema è che i marò hanno alzato la voce. Vai a vedere che la colpa del mancato rientro in Italia dei nostri due fucilieri di Marina sarà di Salvatore Girone, capo di seconda classe del secondo reggimento della Brigata Marina San Marco, che ha avuto la sconsideratezza di calibrare con qualche decibel di troppo gli auguri di buona festa della Repubblica nell’audizione via web delle Commissioni Esteri e Difesa di Camera e Senato.
Sono due anni e quattro mesi che Latorre e Girone aspettano in India d’esser processati per l’uccisione di due pescatori del Kerala il 15 febbraio 2012. Quel giorno un nucleo di 6 marò, in servizio anti-pirateria sulla nave “Enrica Lexie”, aprì il fuoco sul peschereccio “St. Anthony” che si era pericolosamente avvicinato. I fucilieri indossavano l’uniforme, operavano in nome e per conto dell’Italia. Furono richiamati in porto con l’inganno, “per riconoscere dei pirati”. Latorre, capo dell’unità, e Girone scesero a terra, ma non c’era nessuno da riconoscere e vennero arrestati. Poco importa che il fatto fosse avvenuto in acque non territoriali e i marò fossero coperti dall’immunità funzionale. Bisognava, semmai, processarli in Italia come avviene per tutti i militari in tutto il mondo. È quello che ha detto Girone. Primo: siamo innocenti, vogliamo che la nostra innocenza venga riconosciuta. Secondo: se si nega l’immunità funzionale, qualsiasi soldato in missione internazionale non ha garanzia dei propri diritti, sia italiano, britannico, americano o indiano. Terzo: abbiamo obbedito agli ordini, ci è stato chiesto di mantenere la parola, l’abbiamo mantenuta ma dopo più di due anni siamo ancora qui.
La parola, in realtà, l’aveva data l’Italia. L’ambasciatore Daniele Mancini, accanto ai marò nel collegamento via web, aveva firmato un affidavit che sarebbero rientrati in India dopo un periodo di permesso. Il premier, Mario Monti, il giorno prima delle elezioni andò a riceverli e quello sì che fu un gravissimo errore, dal sapore elettoralistico. Latorre e Girone si limitarono a dire che volevano passare quel tempo con le famiglie, che ogni minuto davanti alle telecamere era un minuto tolto ai loro cari. Il ministro degli Esteri, Giulio Terzi, annunciò in seguito che siccome rischiavano la pena di morte, incostituzionale in Italia, non sarebbero più tornati in India. Delhi reagì minacciando ritorsioni economiche e intimando all’ambasciatore di non lasciare il Paese, calpestandone l’immunità diplomatica. A quel punto Monti estromise Terzi, e decise il rientro dei fucilieri.
Forse un giorno qualcuno racconterà come andarono davvero le cose quel 21 marzo 2013. Latorre e Girone dovettero tornare precipitosamente nelle loro case, in Puglia, in dieci minuti prendere i bagagli e salire su un aereo militare. Un giorno, forse, una commissione d’inchiesta ricostruirà anche la catena decisionale, o meglio la latitanza di catena decisionale, che diede solo all’armatore della “Enrica Lexie” e al suo comandante il potere di fare rotta per il Kerala (errore madornale) quando già la nave era lontana dalle acque indiane, diretta a Gibuti.
L’urlo dei due marò, l’applauso nella parata del 2 giugno al passaggio (al “passo marciante”, l’ha definito Girone) della Brigata San Marco, la voce alta dei fucilieri di Marina che rivendica l’obbedienza, la dignità, l’onore (parole che abbiamo dimenticato), nei commenti del “Corriere della Sera” e de “La Stampa” sarebbero un errore. Ma per favore.
L’errore è quello di due governi che si sono inutilmente succeduti all’inizio, durante e dopo (il terzo è quello di Renzi, che è in carica da tre mesi), incapaci di far valere il prestigio dell’Italia. I marò chiedono un processo giusto e di tornare alle loro famiglie. L’Italia si è fin dall’inizio affidata al gioco diplomatico fatto di timidezze e carte bollate e ancora confida in un arbitrato internazionale che non c’è né, ci sarà fin tanto che l’India non lo avrà accettato. Non siamo neanche riusciti a far valere la mediazione delle Nazioni Unite o di altre autorità per fare pressione sul governo indiano verso la costituzione di una corte arbitrale. E comunque, i tempi sono lunghissimi. Due anni e quattro mesi sono già passati senza un formale capo d’accusa. L’Italia ha pencolato tra l’accettazione del giudizio in India e il rifiuto del processo, le iniziative diplomatiche si sono limitate di fatto a scambi di “note verbali”. Se però i marò alzano la voce, sbagliano. “È il momento di tenere gli occhi asciutti e i nervi saldi”, scrive Danilo Taino sul “Corriere della Sera”. E “La Stampa” titola: “Quell’urlo giunto al momento sbagliato”. Sarà che i marò, come spesso succede in questo Paese che non conosce più l’onore, hanno messo a nudo con il loro urlo l’assordante silenzio dei governi e il drammatico crollo del prestigio nazionale?
