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Groenlandia, terre rare, Trump e Usa: la nuova guerra artica per minerali, basi militari e rotte commerciali

Groenlandia, terre rare, Trump e Usa: la nuova guerra artica per minerali, basi militari e rotte commerciali

La Groenlandia è al centro di una sfida globale tra Stati Uniti, Europa, Cina e Russia: terre rare, risorse energetiche, basi militari e nuove rotte artiche ridisegnano equilibri geopolitici e strategici.

Le coste della Groenlandia, l’isola più grande al mondo, sono rocce nere coperte da neve e ghiaccio che sprofondano nel mare Artico. A vederle dalla barchetta che naviga verso Nord fanno impressione. E nascondono il vero tesoro del Paese, regione super autonoma della Danimarca: terre rare (40 milioni di tonnellate), minerali preziosi come l’oro, gas e petrolio rispettivamente il 13 ed il 30 per cento delle riserve mondiali. E l’uranio, un tabù per i nativi inuit, appena 56mila abitanti, legati ancestralmente alla natura estrema dell’isola dei ghiacci, che si sentono assediati dagli ex amici americani, ma pure da russi e cinesi.

Sovranità, Stati Uniti ed Europa

«La linea rossa è l’integrità territoriale, la nostra sovranità. Per il resto siamo disponibili a negoziare», ci spiega Naaja Nathanielsen, ministro delle Risorse minerarie e altri quattro dicasteri del governo di Nuuk, la capitale del Paese. Giovane e decisa ringrazia «l’Italia per il forte sostegno di Giorgia Meloni. Penso che abbia aiutato la de-escalation» della crisi, l’ennesima, tra il presidente americano, Donald Trump, e l’Europa. Però siamo solo all’inizio e non alla fine del braccio di ferro con gli Usa. Le mire della Casa Bianca riguardano infatti anche il forziere energetico e minerario della Groenlandia che vale, secondo le stime, 4.400 miliardi di dollari, anche se l’estrazione di petrolio e gas è sotto moratoria dal 2021 in nome dell’ambientalismo.

Miniere, Cina e interessi strategici

«Al momento abbiamo una sola miniera produttiva nell’Est e ne stiamo aprendo un’altra d’oro a Sud. Gli ostacoli sono gli investimenti a lungo termine e le condizioni estreme. Reputiamo un successo se fra cinque-dieci anni saranno operative fra tre e cinque miniere», sottolinea il ministro. La prima in funzione è la “Montagna bianca” sulla costa orientale in mano a Lumina, una multinazionale con partecipazione americana. I cinesi hanno tre licenze, ma al momento non sono attive. I russi sono esclusi dai giochi dopo l’invasione dell’Ucraina.
Sul tavolo delle riunioni del dipartimento di Geologia di Nuuk è distesa una mappa della Groenlandia costellata di colori diversi, lungo le coste, che corrispondono ai vari “tesori”. «Quasi tutte le materie prime critiche elencate da Ue, Nato e Usa si trovano in Groenlandia. I giacimenti sono i secondi al mondo dopo quelli cinesi» conferma Romain Meyer, direttore del dipartimento. Il geologo fa vedere una strana pietra con macchie giallognole, che in realtà è un minerale raro: «Siamo veramente ricchi di materie prime critiche, che servono per tutta la tecnologia elettronica avanzata», compresi i microchip che guidano i missili.

Ghiacci, basi militari e tensioni Nato

Nel fiordo a due ore di navigazione da Nuuk si vede bene «il pezzo di ghiaccio che voglio comprare», come ha detto Trump a Davos. Blocchi millenari, sentinelle bianche di un paesaggio desolato, estremo, ma affascinante. L’isola è ricoperta all’80 per cento dalla calotta polare. Sotto il livello del mare si annidano le minacce invisibili dei sottomarini nucleari russi, e forse cinesi, inseguiti da quelli a stelle e strisce.
Gli americani hanno una base nel fiordo di Thule chiamata Pituffik con appena 250 uomini dell’821esima unità della Forza spaziale, che ha il compito di allerta precoce su eventuali missili balistici. Trump vuole costruire un gigantesco scudo, il Golden dome, con costi che rischiano di superare gli 800 miliardi di dollari. Secondo fonti Nato, «si sta facendo strada nelle forze armate americane l’idea che invadere la Groenlandia sarebbe giustificabile per la sicurezza nazionale e gli interessi economici».

Popolazione inuit, paura e identità

A Nuuk, 20 mila abitanti, dove il sole sorge alle 10 e mezzo del mattino e le temperature scendono a -20°C, la gente fa scorte. Per la prima volta il governo ha pubblicato un manuale di sopravvivenza. «Trump è come un bambino», sbotta Oline Petersen, «vuole ad ogni costo la marmellata ovvero la nostra terra». Un nugolo di bandierine nazionali, bianche e rosse, sventola al grido «la Groenlandia è nostra».
Chiara Scivoli, mamma inuit e papà sardo, ammette: «Abbiamo paura. Alcuni amici scapperebbero in Danimarca, ma altri, come me, dicono che se scoppia la guerra la faremo».

Europa, Italia e la nuova partita artica

La Groenlandia si regge grazie al miliardo di euro di sussidi annuali della Danimarca. L’Unione europea ha versato 225 milioni di euro e aumenterà gli aiuti aprendo anche un consolato. L’Italia è più cauta, ma la nuova politica artica del governo denuncia la minaccia cinese e in parte americana sulle risorse attraverso «acquisizioni opache, controllo delle licenze, dipendenza tecnologica e pressione economico-finanziaria», puntando a garantire la sicurezza delle materie prime critiche.

Rotte artiche e futuro del commercio globale

L’incredibile iceberg azzurro incrociato nel fiordo di Kapisillit non è solo il simbolo dell’Artico. La vera battaglia globale riguarderà il controllo delle nuove rotte commerciali che si apriranno fra il 2030 e il 2040 a causa dello scioglimento dei ghiacci: una riduzione del 40 per cento di costi e giorni di navigazione per una porta container da Shanghai a Rotterdam, con il rischio di tagliare fuori i porti italiani del Mediterraneo.

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