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Gioia Tauro ed il piano per le armi chimiche siriane

Gioia Tauro ed il piano per le armi chimiche siriane

Cosa succede nella Piana di Gioia Tauro e dove finiranno le armi chimiche fuoriuscite dalla Siria

di Rocco Bellantone

per Lookout News

Il giorno dopo l’annuncio della designazione del porto di Gioia Tauro (Reggio Calabria) per il trasbordo delle armi chimiche siriane, la comunità internazionale si prepara alle fasi “3” e “4” che prevedono il trasferimento degli agenti chimici dal cargo danese Ark Futura alla nave americana Cape Ray e la successiva distruzione in acque internazionali (doveva concludersi il 30 marzo ma è slittata a fine giugno 2014, per motivi di sicurezza). 

Dunque la costa della Piana di Gioia Tauro, seppur per un arco di quarantott’ore, sarà protagonista di un’operazione internazionale concordata, come noto, solo dopo un’intricata trattativa internazionale condotta sul filo della crisi diplomatica tra Russia e Stati Uniti. La scelta si è consumata ieri, in un mezzogiorno di fuoco in stile spaghetti western, che ha confermato in buona parte le previsioni di una settimana fa delWall Street Journal, che aveva intuito come l’operazione da parte del governo italiano non sarebbe stata ben accolta. 

Le proteste, a dire il vero più mediatiche che di piazza, non sono infatti mancate. In ogni caso, l’appello alla mobilitazione del territorio e la minaccia del blocco del porto da parte dei sindaci della Piana è destinato a retrocedere dalle prime alle ultime pagine dei giornali nel giro di pochi giorni. 

Il piano

Prima che le sostanze chimiche sequestrate al regime di Assad arrivino sulle coste calabresi ci vorranno almeno quindici giorni, se non un mese. Gli incessanti combattimenti sul fronte siriano hanno infatti rallentato la road map iniziale. Al porto di Latakia ad oggi sono  arrivate solo 16 delle 560 tonnellate del carico, contenente iprite, sarin e gas nervino VX. I tempi perciò si allungano, motivo per cui lo sbarco dell’Ark Futura a Gioia Tauro è previsto tra la fine di gennaio e l’inizio di febbraio. Qui l’operazione si concretizzerà in un massimo di due giorni. 

Il 16 gennaio, nel corso dell’audizione alle Commissioni riunite degli Affari Esteri e della Difesa di Camera e Senato, il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Maurizio Lupi ha specificato che il trasbordo avverrà da nave a nave con la movimentazione di 60 container con appositi semirimorchi rotabili, pertanto senza lo stoccaggio dei container a terra. Poi la missione passerà agli ordini dell’americana Cape Ray, che trasporterà il carico in acque internazionali, dove procederà alla sua distruzione attraverso il processo di idrolisi. A bordo della nave è stata installata un’autoclave della capacità di 8mila litri e lunga 20 metri. Tratterà 25 tonnellate di materiale tossico al giorno e lo trasformerà in sostanze a più bassa tossicità. Il riciclo a fini industriali sarà gestito in seguito da Germania e Gran Bretagna.

I rischi per la sicurezza

Le rassicurazioni sulla sicurezza dell’operazione nel porto di Gioia Tauro sono arrivate ieri direttamente da Ahmet Uzumcu, capo dell’OPAC (Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche), il quale ha riferito che “è stata presa ogni misura possibile per un trasferimento sicuro. I rischi, semmai, continuano ad arrivare dalla Siria dove sono in corso trattative per un cessate-il-fuoco temporaneo. Altre rassicurazioni sono arrivate questa mattina da Ferruccio Trifirò, unico componente italiano del Comitato scientifico dell’OPAC, in onda sulle frequenze diRadio Rai: “Siamo garantiti dalla presenza di esperti e tecnici dell’OPAC, che vigileranno e controlleranno ogni movimento attraverso procedure corrette per evitare qualsiasi rischio Certo, parliamo di trasbordi eccezionali che non avvengono con regolarità. Ma il trasbordo di recipienti, di per sé, non è un’operazione complessa”. 

Perché la scelta di Gioia Tauro

Dunque tra Brindisi, Cagliari, Augusta, Taranto e Santo Stefano, nell’arcipelago della Maddalena – i siti in lizza per ospitare l’operazione – alla fine il governo italiano ha puntato sulla scelta meno insidiosa, puntando formalmente sull’eccellenza del porto di Gioia Tauro ma sostanzialmente sulla certezza che dalla Piana le possibili voci di dissenso sarebbero state minori che in altre parti d’Italia. D’altronde, i numeri presentati dal ministro Lupi parlano chiaro: nel 2012-2013 a Gioia Tauro sono stati smistati oltre 3mila container di sostanze chimiche (60mila tonnellate) secondo gli standard internazionali di sicurezza. 

Quella di quest’aria costiera è una storia amara. Destinata agli inizi degli anni Settanta a ospitare un polo siderurgico all’avanguardia (sarebbe dovuto essere il quinto in Italia con la Liquichimica di Saline Joniche e la SIR di Lamezia Terme) per compensare a Reggio Calabria lo scippo del capoluogo da parte di Catanzaro, l’intera area ha invece conosciuto oltre un ventennio di lamiere. 

Nel 1994 la trasformazione in scalo portuale di transhipment: dal 1998 oltre 2 milioni di container movimentati ogni anno (diventati 3 milioni dal 2007), sino a diventare, oggi, il primo porto italiano in questo tipo di operazioni. Un successo cresciuto di pari passo con il fiorire degli affari sommersi della ’ndrangheta calabrese, che in questi anni ha fatto del porto lo snodo fondamentale per i suoi traffici internazionali da e verso l’Europa, il Sud America e l’Estremo Oriente: droga e rifiuti in particolare, business d’oro che fanno la spola quasi quotidianamente tra l’Italia e il resto del mondo. 

Alla fine l’OPAC porterà a termine la sua missione e l’Italia avrà fatto la sua parte. Con buona pace di proteste dei cittadini e di parte delle istituzioni che, sino a ieri, non erano a conoscenza diretta dei piani decisi dall’alto come la Calabria. 

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