Si comincia dalla scuola, perché è lì che il fenomeno appare con maggiore evidenza e con una frequenza che ormai non sorprende più chi lavora ogni giorno in classe. Un voto basso, una nota disciplinare, una bocciatura rappresentano passaggi ordinari nella vita di uno studente e segnano tappe che possono far parte del percorso di apprendimento, eppure sempre più spesso diventano motivo di scontro tra adulti, con l’insegnante che segnala una difficoltà e il genitore che interviene con l’obiettivo di contestare e di difendere il figlio, trasformando un momento educativo in un contenzioso. Negli ultimi anni si è diffusa l’idea che ogni forma di giudizio costituisca una violenza e che ogni insuccesso dimostri un errore esterno, con l’insufficienza che smette di indicare una lacuna e viene percepita come un torto subito, mentre la bocciatura perde il suo valore di arresto e di possibile ripartenza e viene vissuta come un’ingiustizia. In questo passaggio si apre una frattura evidente, perché la scuola continua a svolgere una funzione essenziale fatta di valutazione, correzione e indicazione del limite, mentre il patto educativo con le famiglie si indebolisce proprio nel momento in cui un ragazzo avrebbe bisogno di essere accompagnato a riconoscere un errore e a ripartire. Il lavoro del docente è infatti in gran parte segnalare errori e correggerli, eppure sembra che questo compito non si possa più svolgere con serenità. Saremo finalmente contenti quando i docenti saranno intrattenitori, elargitori di lezioni-conferenze e auguratori di buone vacanze senza compiti?
Gli antichi scrivevano di fallimenti e naufragi con assiduità, consapevoli che facessero parte dell’esistenza di tutti: oggi invece accade che il fallimento – o anche solo la delusione! – venga progressivamente rimosso e aggirato, e questo atteggiamento affonda le sue radici già in una fase precedente all’ingresso a scuola, dentro un modello educativo che ha ridotto l’esposizione dei figli alla frustrazione e che nasce dalla difficoltà adulta di tollerare anche una sofferenza minima. Per citare due grandi contributi attuali, lo psicologo Jonathan Haidt descrive una generazione cresciuta in condizioni di iperprotezione e di riduzione del rischio, una generazione che arriva all’adolescenza con strumenti fragili e con una scarsa familiarità con l’errore, mentre il sociologo Zygmunt Bauman ha individuato nella società contemporanea una tendenza a evitare il dolore e a delegarlo, fino a trasformarlo in una colpa attribuita a qualcuno. All’interno della scuola questo qualcuno diventa spesso l’insegnante, mentre lo stesso schema si estende facilmente ad altri contesti della crescita, come lo sport, dove una scelta tecnica o una panchina vengono interpretate come un’ingiustizia e dove la figura dell’allenatore, chiamata a educare attraverso decisioni e limiti, viene percepita come ostile. Il cantautore Brunori SAS, nella sua “Secondo me” canta “se c’è una cosa che mi fa spaventare del mondo occidentale è questo imperativo di rimuovere il dolore”, dove per dolore qui non si intenda niente di drammatico: nelle nostre case borghesi a far saltare il banco basta un buon voto quando se ne attende uno ottimo, o una convocazione che non arriva per una partita di campionato. Anche nella vita quotidiana ogni richiamo rischia di assumere la forma di un affronto, con una progressiva difficoltà a riconoscere il valore educativo del limite: non serve evocare i quotidiani casi di cronaca nera per rendersene conto.
A questo quadro si aggiunge un fraintendimento pedagogico che riguarda il modo in cui viene evocato ad esempio il pensiero di Maria Montessori, spesso utilizzato per sostenere un’idea di libertà priva di guida e di intervento adulto, mentre il metodo montessoriano si fonda su un ambiente strutturato, intenzionale ed esigente, nel quale la libertà si sviluppa dentro confini chiari e dentro una relazione educativa forte. “Esigente”, “confini chiari”, “relazione educativa forte”: fantascienza, a guardarsi intorno, tanto che la traduzione corrente di questo approccio travisato e incompreso ha prodotto in molti casi una rinuncia al ruolo adulto, con ragazzi che crescono senza una reale esperienza del limite e senza un confronto autentico con l’errore. La domanda riguarda allora la presenza degli adulti nella vita dei figli, nella gestione del tempo, nell’uso dei dispositivi, nelle relazioni con gli altri e nel modo in cui vengono raccontate le figure educative, perché ogni parola pronunciata a casa contribuisce a costruire o a demolire quell’alleanza. Fare i genitori richiede un livello alto di impegno e di consapevolezza, perché la complessità del contesto rende più difficile ogni scelta educativa e richiede una presenza costante e intenzionale. Ogni generazione ha coltivato la convinzione di poter migliorare quella precedente, anche sul piano educativo, e questa aspirazione può rappresentare una risorsa quando si traduce in responsabilità e in capacità di mettersi in discussione. Chi oggi ha figli a scuola dispone ancora di tempo e di possibilità concrete per incidere in modo significativo sul loro percorso di crescita, a condizione che emerga il desiderio di assumere fino in fondo il proprio ruolo e di ricominciare quando necessario, con pazienza e con determinazione. La scuola può dare il suo contributo, così come lo sport e gli altri contesti educativi, mentre la famiglia resta il luogo in cui tutto prende forma e significato, il luogo in cui si impara a stare dentro la realtà, che è fatta anche di errori e fallimenti, accettando alcuni limiti, imparando a chiedere scusa, assumendosi le proprie responsabilità. La domanda resta aperta e chiama in causa la responsabilità adulta in modo diretto e concreto, perché educare significa accompagnare i figli dentro la vita reale, con tutto ciò che questa comporta, e significa offrire loro gli strumenti per attraversarla con realismo, strumenti e consapevolezza. Chi ci sta?
