Il Guccio. Il Maestrone. I pellegrinaggi a Pavana, le soste in via Paolo Fabbri, un pranzo o una cena da Vito nella speranza di incontrarlo, le cantate a squarciagola, il poster che annunciava i concerti sempre lo stesso per almeno trent’anni. Il suo merchandising? Quella erre arrotata imitata da migliaia di ragazzi con una chitarra tra le mani. Un souvenir gratuito, popolare, perfettamente gucciniano, alla portata, ma mica facile. Con Francesco Guccini se ne va un pezzo importante della canzone italiana e, fuor di retorica, una voce amica delle profondità, dell’intimo, della memoria e della visione del mondo di moltissimi italiani. Con lui scompare anche uno degli autori che meglio hanno raccontato il Novecento, trasformando vite comuni in letteratura e la memoria individuale in patrimonio collettivo.Guccini è stato un autore amato – aveva un vero e proprio zoccolo duro di irriducibili! – al di là dellesue posizioni politiche esplicite e ha dato voce alle battaglie civili, ai sogni, alle speranze e alle speranze tradite senza inseguire le mode, pur sapendo già da ragazzo che così sarebbe forse morto “pecora nera”. Guccini ha raccontato sempre con acutezza e sincerità capaci di coinvolgere in modo totalizzante: ascoltare Amerigo equivale a leggere un libro intero, e poiBologna, Canzone per un’amica, Via Paolo Fabbri 43, Quattro stracci, L’avvelenata, Don Chisciotte, Auschwitz, La locomotiva, ed eccoci senza volerlo immersi in un elenco – di tanti – che serve solo afare un torto alle canzoni escluse. Scrivere di Guccini è difficile: le parole, quelle giuste, sembrava averle già trovate tutte lui. È una sensazione condivisa da almeno tre generazioni: chi è cresciuto con lui e ha passato i suoi dischi ai figli, chi li ha ricevuti in eredità e lo ha accompagnato in concerti e densissimi incontri e infine chi, fortunatissimo ricettore di un vero patrimonio culturale immenso, lo ha scoperto da poco e si è riunito intorno a lui come si fa con il vecchio saggio del villaggio. Certo, questi ultimi giovanissimi sono pochi e non si può sperare che una generazione trasmetta il meglio della propria espressione culturale attraverso frugali passaggi di consegne. Ecco perché è così importante che, dopo questa sovraesposizione mediatica doverosa quanto effimera, da settembre si ponga rimedio alla questione che esclude i cantautori dalla scuola e dalla letteratura, per fare in modo che non si disperdano De André, Battiato, Guccini, in attesa dei prossimi. Per restare al “Maestrone”, la sua opera possiede tutte le caratteristiche di un classico: la lingua è una parola ornata e studiata per obbedire alla metrica, al suono e all’esattezza; i contenuti, poi, sono densi sia quando il Guccio affronta tematiche civili, sia quando tocca l’argomento politico, ma allo stesso modo quando indaga l’animo umano, una curva della storia, un ricordo che diventa racconto di tutti. D’altronde, come ha ricordato proprio Guccini pochi anni fa, ogni sua canzone è fatta di cento libri. Ecco, portarlo a scuola – come autore da studiare in modo canonico, non in modo estemporaneo per soddisfare un’esigenza editoriale o la bizza di un docente appassionato – portarlo a scuola dunque significherebbe riconoscere che una parte importante della letteratura italiana del Novecento ha scelto anche la forma della canzone d’autore, una forma d’arte molto più aderente alla letteratura che alla discografia comunemente intesa, specie in questi anni, “perché per colpa d’altri, vada come vada,/a volte mi vergogno di fare il mio mestiere” – cantava proprio Francesco Guccini nel 1999.
“Il cielo dei poeti è un po’ affollato in questi tempi/forse avrò un posto da usciere o da scrivano”; no, caro Francesco, non ti si metterà in un angolo e no, non ti tocca nessuna “gloria da stronzi”: qui ti aspetta l’abbraccio di migliaia di persone che ti hanno accompagnato per una vita e che, da domani, avranno il dovere di accompagnare altri verso le tue parole. È il debito che ogni generazione contrae con la successiva. Ed è uno dei compiti più alti della scuola: tocca a noi.
