Si torna a parlare dell’ingresso nella Nato dell’Ucraina come necessario per proteggere l’Europa dalla Russia. Ma ancora si tendono a sottovalutare le condizioni politiche che, secondo l’articolo Dieci dell’Alleanza Atlantica, sono decisive per entrare a farne parte. Primo su tutti, la nazione candidata deve avere un regime democratico basato su un’economia di mercato, dimostrare il rispetto dei diritti umani, applicare le regole di ogni stato di diritto, e soprattutto dimostrare un equo trattamento delle minoranze. E, senza andare oltre, si comprende come l’Ucraina si trovi ancora a grande distanza da una situazione del genere. Per non parlare della «risoluzione pacifica dei conflitti e dell’impegno a risolvere le controversie territoriali o etniche con mezzi pacifici».
In altre parole, senza prima le elezioni democratiche e la pace con Mosca, non ci sarebbe modo di far entrare Kiev nella Nato. Ma certo l’operazione fa gola a parecchi Stati, soprattutto a Usa e Francia, grandi esportatori di armi, che guarda caso al vertice di Ankara spingono più degli altri per l’aumento delle spese militari. Washington sostiene che gli alleati europei non spendono ancora quanto servirebbe per la loro Difesa, senza neppure celare troppo il fatto che secondo loro dovrebbero acquistare più sistemi d’arma costruiti negli Usa. Come, del resto, hanno fatto negli ultimi anni Paesi come Polonia, Germania e quelli baltici, ovvero tutti quelli che hanno raggiunto in commesse valori prossimi al 5% del Pil.
Il vertice Nato e il tema della spesa militare
E l’occasione è stata utile per dare una strigliata a quelli giudicati in ritardo sull’aumento delle spese militari, e a chi, per aggiornare le sue Forze Armate, tende a voler utilizzare prima i fondi europei (Edf) e quelli disponibili del programma Safe. Sono mesi, infatti, che Washington ha preso una posizione negativa sulla volontà europea di acquistare prodotti fatti nell’Unione e non negli Usa, arrivando a minacciare ritorsioni.
Se poi si ascolta il Segretario Mark Rutte, il quale, nella sua scomoda posizione di «dipendente» di una Nato nella quale il maggiore azionista è Trump, non poteva che elogiare la Germania del cancelliere Friedrich Merz per aver raggiunto quasi il 3,5% del Pil in spese militari, la nuova corsa industriale per le armi e sempre il grande sostegno all’Ucraina. Ciò che invece preoccupa è la sua convinzione che la Russia resterà una grave minaccia anche dopo la fine della (per Berlino remunerativa) guerra con l’Ucraina. Non a caso Rutte, che talvolta parla troppo e a sproposito, non spiega mai le ragioni strategiche del suo convincimento. Anzi, sostiene chi vuole mantenere su Mosca una costante pressione. Anche dopo che Putin ha mandato ampie rassicurazioni sull’esatto contrario.
Interessante, su questo piano, quanto dichiarato dal generale statunitense Alexus Grinkevich, capo delle Forze alleate in Europa, che tre settimane fa, nell’intervista fatta dal Financial Times, ha ribadito che non esisterebbe alcun indizio di minaccia che Mosca si stia preparando per aggredire l’Europa. Esiste quindi ben più di un sospetto che tutto questo soffiare sul pericolo di un’invasione serva a tutti gli attori in gioco, in realtà per concretizzare i programmi della Difesa già finanziati per ammodernare gli eserciti, possa tornare ad avere un deterrente, prima che «scoppi la pace». Scongiurando il pericolo che i governi tolgano le risorse finanziarie. Resta un dilemma: bisogna credere al generale Grinkevich oppure a Rutte?
La grande beffa delle spese per la Difesa contro Putin
Nel frattempo, ad Ankara gli Usa stanno chiedendo agli europei di mantenere gli impegni presi, ma comprando armi fatte negli States. Ma innanzi al fatto che la Russia spende da sola la metà di quanto spendono le nazioni dell’Unione, dare credito al segretario Rutte diventa difficile. Lui stesso ha detto: «Gli ordini di armi che l’Europa e il Canada stanno acquistando dagli Usa valgono trecento miliardi di dollari e sostengono 195.000 posti di lavoro». Ecco quindi una ragione in più per credere a Grinkevich.
Se poi si pensa che, anche acquistando armi americane, le consegne sono comunque a lunghissimo periodo, perché l’industria militare Usa è ancora in fase di ri-accelerazione, il tutto sa di grande beffa: comprare da Trump oggi per essere pronti a una invasione russa che, secondo i generali polacchi, dovrebbe concretizzarsi soltanto nel 2030? E ancora, alla Nato si vorrebbe fare in modo che noi europei comprassimo anche armi ucraine per finanziare ulteriormente l’industria della Difesa di Kiev, facendoci spendere ancora più dei 214 miliardi di euro che ci abbiamo messo dal 2022.
