Se c’è un chiaro vincitore che emerge dal vertice Nato di Ankara, quello è Recep Tayyip Erdogan. Approfittando delle tensioni tra Washington e gli alleati europei, il presidente turco è riuscito a rendersi indispensabile per entrambi, rafforzando così la propria centralità geopolitica.
Il sultano è innanzitutto stato capace di consolidare la sponda con la Casa Bianca. Nel corso del summit, Donald Trump ha annunciato che gli Stati Uniti revocheranno le sanzioni che avevano imposto alla Turchia nel 2020, dopo che Ankara aveva acquistato sistemi di difesa aerea russi S-400. Il presidente americano ha anche aperto concretamente alla possibilità che Washington venda caccia F-35 al governo turco. Non solo. Trump ha altresì avuto parole di elogio per Erdogan, riservando invece critiche e strali agli alleati europei. Al contempo, nelle ultime settimane, l’Ue, probabilmente anche per controbilanciare le tensioni con la Casa Bianca, ha addolcito i rapporti con la Turchia. Appena la settimana scorsa, l’Alto rappresentante dell’Unione europea per la politica estera, Kaja Kallas, si è incontrata con Erdogan, definendo Ankara «un partner chiave in materia di difesa, migrazione, commercio e stabilità regionale».
Insomma, il presidente turco esce rafforzato dal vertice. Frattanto, la Turchia ha consolidato i propri rapporti con il Pakistan e ambisce a diventare il punto di riferimento di un blocco sunnita che andrebbe dal Qatar alla Siria, passando probabilmente dall’Arabia Saudita e dall’Egitto. Non solo. Se i suoi rapporti con Israele sono pessimi, Erdogan intrattiene relazioni calorose con l’Iran. Senza poi trascurare l’influenza turca sul Corno d’Africa e sulla parte occidentale della Libia. Al contempo, Ankara ha rilevanti interessi nei Balcani e potrebbe anche cercare di ritagliarsi un ruolo di primo piano nella diplomazia relativa al conflitto russo-ucraino. Chiaramente, in tutte queste partite, Erdogan sfrutterà adesso il proprio rapporto privilegiato con Trump.
Certo, l’inquilino della Casa Bianca dovrà fare i conti con quei settori del Partito repubblicano statunitense che non amano il sultano sia per le sue posizioni anti-israeliane sia per la sua storica vicinanza alla Fratellanza musulmana. Tuttavia, dall’altra parte, Trump vede nel presidente turco un attore a cui «delegare» alcuni spinosi dossier geopolitici, riducendo così gli oneri per gli Stati Uniti e permettendo loro di concentrare maggiori risorse nei teatri considerati prioritari (come l’Indo-pacifico). Di contro, agli occhi dell’inquilino della Casa Bianca, gli alleati europei appaiono deboli e irresoluti, incapaci di assumersi responsabilità concrete e, quindi, di aiutare Washington a ridurre i costi dei suoi impegni all’estero. D’altronde, è proprio questo che ha portato Trump a irrobustire la sponda con la Turchia che, ricordiamolo, dispone, in seno alla Nato, del secondo esercito più grande dopo gli Usa.
Il vertice, che si concluderà stasera, segna quindi un rimescolamento degli equilibri all’interno dell’Alleanza atlantica. Europei e canadesi perdono peso, mentre l’astro di Ankara, benedetto dalla Casa Bianca, appare sempre più in ascesa. E Trump, a questo punto, potrebbe arrivare a delegare de facto al sultano la gestione del fianco meridionale della Nato. Il che, se dovesse accadere, rafforzerebbe l’influenza turca in Libia e nel Mediterraneo orientale, rendendo ancor più evidente l’irrilevanza geopolitica del Vecchio Continente.
