Abbiamo visto tutti cosa è successo nelle prime ore del 3 gennaio, quando un’operazione militare statunitense rapida ed efficace ha colpito obiettivi strategici a Caracas e in altre aree del Venezuela. E, soprattutto, ha portato alla cattura del presidente Nicolás Maduro e di sua moglie da parte degli americani, un evento che ha immediatamente innescato una crisi diplomatica senza precedenti nella regione. Il governo venezuelano ha dichiarato lo stato di emergenza, denunciando una «gravissima aggressione» e parlando apertamente di un tentativo di cambio di regime. Quali potrebbero essere gli scenari geopolitici futuri in un contesto così delicato? Proviamo a delinearli insieme.
Il quadro venezuelano
Partiamo dai commenti dei diretti interessati. Il ministro della Difesa Vladimir Padrino, comparso nuovamente in un video dopo ore di silenzio, ha respinto ogni voce di collusione interna e ha definito l’attacco americano un «atto codardo» per imporre un cambio di governo e «il più grande insulto che il Paese abbia mai subito». Assicura inoltre che l’esercito venezuelano è rimasto fedele a Maduro e pronto a resistere alle pressioni di Trump.
L’Italia non è rimasta a guardare. Il presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha avuto il 4 gennaio una conversazione telefonica con Maria Corina Machado, leader dell’opposizione venezuelana e fondatrice del movimento Vente Venezuela, nonché vincitrice del Premio Nobel 2025 per la pace. Il colloquio, come spiega un comunicato di Palazzo Chigi, si è concentrato «sulle prospettive di una transizione pacifica e democratica in Venezuela».
La premier italiana vede in Machado un simbolo di una transizione democratica, anche per ancorare l’azione occidentale a un volto che rappresenti una rottura netta con la dittatura di Chávez prima e Maduro poi. Donald Trump, invece, guarda al Paese soprattutto in chiave strategica ed energetica. Per questo, potrebbe privilegiare Delcy Rodríguez, la vice di Maduro che per il momento ha preso il suo posto, percepita forse come più affidabile (o meglio, malleabile) per garantire stabilità e continuità nella gestione del petrolio. Questa divergenza apre uno spazio politico in Venezuela: l’opposizione potrebbe rafforzarsi se riuscisse a presentarsi unita, ma rischia di essere marginalizzata se prevarrà una soluzione tecnocratica sostenuta da Washington. Nei prossimi mesi il confronto tra queste due visioni determinerà il volto del nuovo Venezuela.
La dottrina Monroe
Questo tipo di intervento diretto degli Stati Uniti in America Latina non nasce nel vuoto, ma affonda le sue radici in una visione geopolitica consolidata da oltre due secoli. La Dottrina Monroe del 1823 stabilì il principio secondo cui l’intero emisfero occidentale rientrava in una sfera di influenza privilegiata di Washington, nella quale nessuna potenza esterna avrebbe dovuto intervenire. In origine presentata come una barriera contro il ritorno del colonialismo europeo, essa conteneva già un presupposto fondamentale: solo gli Stati Uniti erano legittimati a determinare l’ordine politico delle Americhe.
Con il passare dei decenni, soprattutto a partire dal corollario Roosevelt e dalla stagione dell’imperialismo di inizio Novecento, questa dottrina si trasformò da principio difensivo a strumento di egemonia. Gli Usa iniziarono a considerare ogni instabilità, governo ostile o alleanza extra-continentale in America Latina come una minaccia diretta alla propria sicurezza nazionale. Durante la Guerra fredda questa logica si radicalizzò. Pensiamo a quando, nel 1962, l’Unione Sovietica di Krusciov provocò gli Stati Uniti con delle testate nucleari a pochi chilometri dalla costa della Florida. L’azione contro il Venezuela si inserisce quindi in una continuità storica: la convinzione, mai realmente abbandonata, che Washington abbia il diritto — e il dovere — di intervenire in quell’emisfero per preservare il proprio primato strategico.
Scenari geopolitici ad alto rischio
L’operazione americana non riguarda solo il Venezuela, ma gli equilibri di potere nell’intero emisfero occidentale. Cosa potrebbe accadere ora? Il primo scenario è quello di un protettorato petrolifero: Washington ricicla l’apparato chavista, riapre PDVSA ai capitali occidentali ed espelle gradualmente Russia e Cina, trasformando il Paese in uno Stato formalmente sovrano ma di fatto sotto tutela. Il secondo è una transizione democratica controllata, con figure come Machado a offrire una copertura morale all’Occidente, ma con il rischio concreto di caos, vendette e instabilità. Il terzo, il più pericoloso, è la resistenza anti-americana: esercito, potenze rivali e crisi interna potrebbero fare del Venezuela una specie di «Ucraina latinoamericana». In tutti i casi, la posta in gioco non è Caracas, ma la riaffermazione della supremazia statunitense nel suo «cortile di casa». Un messaggio forte a Russia e Cina. Resta da vedere dove e come risponderanno.
