Continua a salire la tensione tra JD Vance e il governo israeliano. Intervistato da Joe Rogan mercoledì, il vicepresidente statunitense ha fatto polemicamente riferimento a un articolo della rivista Time, in cui si si sostiene che lo Stato ebraico avrebbe finanziato una campagna per criticare gli sforzi diplomatici dell’amministrazione Trump nei confronti dell’Iran.
«Ieri è uscito un articolo di Time, che elenca una serie di persone pagate da un ex membro dello staff della campagna elettorale di Trump, il quale a sua volta era stato pagato da alcuni elementi del governo israeliano, e queste persone mi stanno attaccando ferocemente per aver cercato di raggiungere l’obiettivo negoziale fissato dal presidente per il Paese», ha dichiarato Vance, per poi aggiungere: «Sono post sui social media, fughe di notizie ai giornalisti: mi attaccano ossessivamente, dicendo che non dovremmo negoziare con l’Iran. Dovremmo semplicemente continuare la campagna militare a tempo indeterminato». «Andate all’inferno. Farò ciò che devo fare per il popolo americano. Prima di tutto rappresento gli americani», ha continuato.
Non è un mistero che, all’interno dell’amministrazione Trump, Vance sia forse la figura più fredda nei confronti del premier israeliano, Benjamin Netanyahu. A febbraio, il vicepresidente statunitense era scettico sull’eventualità di un attacco militare contro la Repubblica islamica. Inoltre, alla Casa Bianca, è il capofila della fazione favorevole alla soluzione diplomatica con Teheran. Non a caso, Donald Trump lo aveva messo a capo del team negoziale americano. Sotto questo aspetto, Vance è stato tra i principali fautori e difensori del memorandum d’intesa raggiunto con l’Iran il mese scorso. Del resto, sempre a giugno, il vicepresidente americano, durante una conferenza stampa, aveva usato parole particolarmente critiche nei confronti dello Stato ebraico, affermando: «Israele ha il diritto di difendersi come ogni altro, ma deve rispettare il processo di pace».
Le tensioni tra Vance e il governo israeliano sono foriere di non poche implicazioni a livello politico. Come accennato, sul piano internazionale, il vicepresidente resta convinto della necessità di perseguire la via diplomatica con la Repubblica islamica, laddove Netanyahu ha sempre visto come il fumo negli occhi il memorandum d’intesa tra Washington e Teheran. Sul piano interno, la questione è ancor più significativa, visto che la base Maga si divide tra un’ala filo-israeliana e una critica nei confronti dello Stato ebraico. Non dimentichiamo che uno storico alleato di Vance, come il giornalista Tucker Carlson, ha recentemente rotto i rapporti con Trump proprio sulla guerra in Iran.
A livello interno, il vicepresidente americano si sta quindi facendo portavoce di quell’area del mondo Maga che si mostra fredda nei confronti di Netanyahu. Tuttavia, attenzione: il tema è più ampio e complesso del solo universo trumpista, riguardando anche, più in generale, le dinamiche in seno al Partito repubblicano. Secondo Politico, Vance si starebbe infatti alienando la simpatia di vari finanziatori repubblicani filo-israeliani. Il che potrebbe avere un impatto sulle ambizioni del vicepresidente, che punta a candidarsi alla nomination presidenziale repubblicana del 2028. Non a caso, Politico riferisce che questa situazione potrebbe finire con l’avvantaggiare il suo principale rivale, Marco Rubio. Vance sta del resto attualmente attraversando una fase di difficoltà politica, dettata proprio dalla ripresa del conflitto tra Washington e Teheran.
