Tra Islamabad e lo Stretto di Hormuz si gioca una partita ad altissima tensione. Tra oggi e domani, nella capitale del Pakistan, dovrebbero prendere il via i colloqui tra Stati Uniti e Iran, un confronto che si annuncia complesso e carico di incognite. Al centro del negoziato resta il nodo nucleare, dove le posizioni appaiono ancora distanti. Washington, sostenuta da Israele, insiste per l’azzeramento completo delle attività di arricchimento dell’uranio, ritenute funzionali a un possibile sviluppo militare. Teheran continua invece a rivendicare la natura esclusivamente civile del proprio programma.
La crisi dello Stretto di Hormuz
Il dossier più urgente, però, è quello dello Stretto di Hormuz, diventato il vero epicentro della crisi. L’Iran rivendica il controllo su questa rotta strategica, sostenendo che ricada nelle proprie acque territoriali insieme a quelle dell’Oman. Dall’inizio del conflitto, il passaggio è stato di fatto interrotto: traffico ridotto del 95%, transiti bloccati, attacchi contro navi e posa di mine. Gli Stati Uniti hanno reagito con un blocco navale, innescando una spirale di tensione culminata con il sequestro della nave cargo iraniana Touska nel Golfo dell’Oman da parte della Marina americana. Teheran ha definito l’operazione «pirateria armata» e ha minacciato ritorsioni. Per la Repubblica islamica, Hormuz rappresenta una leva negoziale decisiva, mentre Washington non sembra intenzionata ad allentare la pressione senza un accordo complessivo. Un capitolo particolarmente sensibile riguarda i fertilizzanti. Attraverso lo Stretto di Hormuz passa una quota rilevante del commercio mondiale di urea e ammoniaca, componenti fondamentali per la produzione agricola. Un blocco prolungato delle forniture rischierebbe di incidere direttamente sui raccolti, con ripercussioni a catena sui prezzi dei generi alimentari e sulla sicurezza alimentare, soprattutto nei Paesi più fragili. Alla dimensione energetica e agricola si aggiunge poi un ulteriore fattore critico: quello dell’elio. Dallo scorso marzo, tra la chiusura dello Stretto e gli attacchi a infrastrutture nel Golfo Persico, circa il 30% dell’offerta globale di questo gas strategico è stata sospesa. Un drone iraniano ha colpito il sito di Ras Laffan, in Qatar, uno dei principali hub mondiali, provocando l’interruzione temporanea delle esportazioni. L’elio è essenziale per la produzione di semiconduttori e per il raffreddamento dei macchinari impiegati nella litografia dei chip, rendendo vulnerabile l’intera filiera tecnologica globale.
Lo scontro sull’uranio
Altro punto cruciale è il destino dell’uranio arricchito. Secondo le stime dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica, prima degli attacchi del 2025 l’Iran disponeva di circa 440 chilogrammi di uranio arricchito al 60%, un livello inferiore alla soglia militare ma tecnicamente vicino al 90% necessario per la realizzazione di un’arma nucleare. Donald Trump ha ipotizzato una gestione congiunta del materiale, con il trasferimento negli Stati Uniti, parlando di un lavoro «fianco a fianco» tra i due Paesi. Una prospettiva subito respinta da Teheran, che ha escluso qualsiasi ipotesi di trasferimento delle scorte. Il precedente del 2015 pesa in modo significativo: allora l’Iran accettò di limitare l’arricchimento al 3,67% in cambio della revoca delle sanzioni, ma il ritiro unilaterale degli Stati Uniti dall’accordo nel 2018 ha minato la fiducia reciproca. Proprio il regime sanzionatorio rappresenta un ulteriore terreno di scontro. L’Iran chiede la cancellazione totale delle misure restrittive come condizione preliminare a qualsiasi apertura, mentre gli Stati Uniti intendono mantenerle come principale strumento di pressione fino alla conclusione dell’intesa. Due impostazioni difficilmente conciliabili, che rischiano di paralizzare il negoziato.
Il nodo dei fondi bloccati
Sul fronte militare resta aperta anche la questione dei missili balistici. Prima dello scoppio della guerra, Washington aveva indicato limiti stringenti al programma missilistico iraniano come requisito essenziale. Tuttavia, con l’avvio dei colloqui a Islamabad, il tema è progressivamente scomparso dal dibattito pubblico. Teheran ha ribadito che le proprie capacità in questo ambito non sono oggetto di trattativa e, secondo diverse fonti, durante la tregua le Guardie rivoluzionarie avrebbero sfruttato la pausa per ricostruire arsenali di missili e droni. In questo scenario si inserisce un altro elemento chiave: quello dei beni iraniani congelati all’estero. Si tratta di una leva finanziaria centrale nel confronto tra Washington e Teheran. Le stime più accreditate parlano di circa 100 miliardi di dollari bloccati, una cifra pari a circa tre volte le entrate annue dell’Iran derivanti dal settore energetico. Fondi accumulati nel tempo grazie alle esportazioni di petrolio e alle attività commerciali internazionali, poi congelati in seguito alle sanzioni. La loro distribuzione è globale e frammentata: circa 1,5 miliardi di dollari in Giappone, 6 miliardi in Iraq, 20 miliardi in Cina, 7 miliardi in India, 2 miliardi negli Stati Uniti e 1,6 miliardi in Lussemburgo. Una dispersione che complica qualsiasi intervento coordinato ma che, allo stesso tempo, offre margini di manovra diplomatica. Proprio su questi fondi si gioca una parte decisiva della trattativa: il loro eventuale sblocco potrebbe rappresentare la chiave per un compromesso, ma anche l’ennesimo punto di rottura tra due posizioni che restano, almeno per ora, profondamente distan
