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Usa-Iran, la diplomazia è a un punto molto delicato

Usa-Iran, la diplomazia è a un punto  molto delicato

Washington è pronta a nuovi colloqui venerdì, se Teheran presenterà una proposta di accordo sul nucleare. Ma intanto la Casa Bianca aumenta la pressione militare

Resta ricco d’incognite il processo diplomatico che vede coinvolti Stati Uniti e Iran. Nel pomeriggio italiano di domenica, Axios ha riferito che Washington sarebbe pronta a tenere un terzo round di colloqui venerdì a Ginevra, se Teheran fornirà una proposta dettagliata di accordo sul nucleare nell’arco di 48 ore. «Se l’Iran presenterà una bozza di proposta, gli Stati Uniti saranno pronti a incontrarsi a Ginevra venerdì per avviare negoziati dettagliati e vedere se sarà possibile raggiungere un accordo sul nucleare», ha dichiarato un esponente del governo di Washington. Citando funzionari americani, la testata ha inoltre riportato che «l’attuale spinta diplomatica è probabilmente l’ultima possibilità che il presidente Trump darà all’Iran prima di lanciare una massiccia operazione militare tra Stati Uniti e Israele che potrebbe colpire direttamente la Guida suprema Ali Khamenei». Dal canto suo, sempre domenica, il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha detto che potrebbe incontrare l’inviato americano, Steve Witkoff, giovedì in Svizzera, sottolineando che ci sarebbero «buone possibilità» per una soluzione diplomatica.

Ricordiamo che, negli ultimi giorni, Donald Trump ha schierato ulteriori forze militari in Medio Oriente, per mettere ancora di più sotto pressione il regime khomeinista. Se gli ayatollah sono contrari a rinunciare all’arricchimento dell’uranio, la Casa Bianca sarebbe disposta a concedere un «arricchimento simbolico», che escluda totalmente la possibilità che Teheran si doti dell’arma atomica. Questo è, se vogliamo, il punto decisivo attorno a cui si stanno sviluppando i colloqui. In secondo luogo, Washington vorrebbe anche che l’Iran limitasse il suo programma balistico e cessasse di armare i propri proxy regionali: due richieste rispetto a cui, almeno finora, gli ayatollah hanno replicato con un secco no.

Nel frattempo, secondo il New York Times, Khamenei, temendo di rimanere ucciso in un attacco americano o israeliano, avrebbe designato l’ex comandante dei pasdaran, Ali Larijani, come prossima guida del regime. Al contempo, si starebbe registrando un dibattito in seno all’attuale amministrazione statunitense. A riferirlo è stato il senatore repubblicano Lindsey Graham. «Capisco le preoccupazioni per le grandi operazioni militari in Medio Oriente, visti i coinvolgimenti passati. Tuttavia, le voci che sconsigliano di farsi coinvolgere sembrano ignorare le conseguenze di lasciare che il male proceda senza controllo», ha dichiarato. Tutto questo certifica che Washington non ha ancora preso una decisione definitiva, per quanto, negli ultimi giorni, la probabilità di un attacco americano sembri aumentata significativamente. Israele è sempre più irrequieto e diffidente nei confronti degli ayatollah, mentre Trump teme che il processo diplomatico possa incagliarsi, come accaduto l’anno scorso. Un rischio, quest’ultimo, che potrebbe spingere l’inquilino della Casa Bianca a ricorrere all’opzione militare: opzione che, qualora venisse ordinata, potrebbe portare, secondo Reuters, a un attacco della durata di diverse settimane.

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