Donald Trump torna a cambiare rotta. Dopo giorni di minacce di un’offensiva senza precedenti contro l’Iran e dopo aver annunciato di essere stato pronto a ordinare «il più grande attacco militare dalla Seconda Guerra Mondiale», il presidente americano ha nuovamente scelto la strada della diplomazia, rinviando un’operazione che sembrava ormai imminente. La decisione, secondo lo stesso Trump, sarebbe maturata dopo le pressioni degli alleati arabi del Golfo, preoccupati che un’ulteriore escalation possa incendiare l’intera regione. La nuova svolta arriva in un momento particolarmente delicato. Sul tavolo ci sono due dossier strettamente collegati: la riapertura dello Stretto di Hormuz, chiuso di fatto dalle tensioni militari, e la possibilità di rilanciare un negoziato sul programma nucleare iraniano. Due obiettivi che Washington tenta di raggiungere per via diplomatica dopo sei mesi di conflitto, senza essere riuscita finora a ottenere risultati duraturi con la pressione militare. Domenica Trump ha annunciato che i colloqui sarebbero iniziati lunedì pomeriggio. «Eravamo pronti a partire, ma quando gli alleati ci hanno chiesto di fermarci non potevamo fare altro che dire: vediamo cosa succede», ha dichiarato ai giornalisti, confermando ancora una volta la forte influenza esercitata dai partner del Golfo sulle decisioni della Casa Bianca. L’impressione, tuttavia, è quella di un presidente intrappolato in un ciclo che si ripete ormai da mesi: minacce di attacco, improvvise aperture diplomatiche, fallimento dei negoziati e nuove minacce militari. Uno schema che, secondo numerosi osservatori, sta finendo per indebolire sia la credibilità americana sia la capacità di deterrenza nei confronti di Teheran.«Sta tentando una soluzione diplomatica per evitare un’escalation militare. Ma non esiste una strada chiara, né diplomatica né militare, che gli consenta di dichiarare vittoria», osserva al Wall Street Journal Vali Nasr, esperto di Iran della Johns Hopkins University.
I primi segnali su Hormuz
Dopo settimane di stallo, qualche timido progresso sembra però esserci. L’Oman e l’Iran hanno confermato di aver compiuto passi avanti nei negoziati per consentire la ripresa del traffico commerciale attraverso lo Stretto di Hormuz. Secondo i media statali iraniani, il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha dichiarato che il meccanismo negoziato con Muscat è «nelle fasi finali». Restano tuttavia aperte le questioni più delicate, a partire dalla richiesta iraniana di imporre pedaggi alle navi commerciali in transito, elemento che finora ha impedito qualsiasi accordo definitivo. Allo stesso tempo Araghchi ha avuto un colloquio telefonico con il ministro degli Esteri saudita, il principe Faisal bin Farhan, per discutere ulteriori iniziative di de-escalation.Per Washington la riapertura di Hormuz rappresenta una priorità strategica. La capacità dell’Iran di bloccare uno dei principali corridoi energetici mondiali ha provocato un’impennata dei prezzi del petrolio e dei carburanti, costringendo Stati Uniti e altri Paesi ad attingere alle proprie riserve strategiche.
Le pressioni saudite
La frenata americana è maturata soprattutto dopo un’intensa attività diplomatica saudita. Sabato Trump ha parlato telefonicamente con il principe ereditario Mohammed bin Salman, il quale avrebbe invitato la Casa Bianca a privilegiare il negoziato rispetto all’intervento armato. «Preferiremmo di gran lunga un accordo piuttosto che un attacco, perché nessuno sa dove potrebbe portarci», avrebbe risposto il leader saudita alla domanda del presidente americano. Nei giorni precedenti il ministro della Difesa saudita, Khalid bin Salman, aveva incontrato sia Trump sia il vicepresidente JD Vance. Secondo fonti vicine ai colloqui, Riyadh avrebbe sostenuto che le milizie filo-iraniane erano già state significativamente indebolite e che fosse quindi arrivato il momento di ridurre la pressione militare. Colpisce invece l’assenza di un confronto diretto con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, il principale sostenitore di un ulteriore inasprimento delle operazioni contro l’Iran e l’alleato con cui Trump aveva avviato la campagna militare.
Sei mesi di guerra senza una via d’uscita
La guerra è ormai entrata nel sesto mese e continua a produrre effetti destabilizzanti in tutta la regione. Nelle ultime settimane l’Iran ha colpito diversi alleati degli Stati Uniti, tra cui Giordania, Bahrein e Kuwait, mentre le milizie sostenute da Teheran in Iraq hanno intensificato gli attacchi con droni contro obiettivi sauditi. Il conflitto è costato finora la vita a 18 militari statunitensi, tre dei quali uccisi recentemente in un attacco missilistico contro una base americana in Giordania.Sul fronte interno cresce intanto la pressione politica sulla Casa Bianca. A tre mesi dalle elezioni di medio termine, numerosi parlamentari repubblicani chiedono all’amministrazione di chiarire quale sia l’obiettivo finale della guerra e soprattutto come Washington intenda uscirne. Quando ordinò i primi bombardamenti contro l’Iran, alla fine di febbraio, Trump sosteneva che il conflitto sarebbe durato «quattro o sei settimane». Oggi, sei mesi dopo, il sostegno dell’opinione pubblica americana si è progressivamente ridotto mentre i costi economici e militari continuano ad aumentare.
La penuria di intercettori limita le opzioni militari
Alla difficoltà politica si aggiunge ora un problema operativo che rischia di condizionare direttamente le scelte della Casa Bianca. Nei giorni scorsi il Washington Post ha rivelato che il comandante delle forze statunitensi in Europa, il generale Alexus Grynkewich, ha informato il Pentagono di non disporre di sufficienti assetti navali per continuare a garantire la difesa missilistica di Israele. Secondo quanto riportato dal quotidiano americano, senza l’invio di un ulteriore cacciatorpediniere equipaggiato con il sistema Aegis, il comandante sarebbe costretto a scegliere tra la protezione del territorio americano e quella dello Stato ebraico. Dietro questa valutazione emerge un problema più ampio: il rapido consumo degli intercettori antimissile utilizzati negli ultimi mesi per neutralizzare missili balistici e droni iraniani e delle milizie alleate di Teheran. La produzione industriale fatica a tenere il passo con il ritmo degli impieghi operativi, mentre i comandanti dei vari teatri continuano a competere per risorse sempre più limitate. Il Pentagono ha respinto questa ricostruzione, negando di essere a corto di sistemi di difesa antiaerea, ma ha allo stesso tempo riconosciuto la necessità di accelerare la produzione di nuovi missili intercettori. Un’analisi del Center for Strategic and International Studies, ripresa anche dall’Associated Press, stima infatti che gli Stati Uniti abbiano già impiegato circa il 50% degli intercettori Patriot, oltre la metà dei sistemi THAAD e una quota significativa di altri missili di precisione utilizzati nelle operazioni contro Iran, Houthi e per il sostegno alla difesa di Israele e dell’Ucraina. Anche il Wall Street Journal ha riferito che le preoccupazioni per il livello delle scorte di Patriot hanno contribuito alla prudenza della Casa Bianca rispetto a un possibile ampliamento delle operazioni militari contro Teheran. Per ricostituire gli arsenali, l’Esercito statunitense ha assegnato a Lockheed Martin un contratto fino a 58,6 miliardi di dollari per aumentare la produzione dei missili Patriot PAC-3 MSE.
Diplomazia o nuova escalation
Per molti analisti è proprio questo insieme di fattori — la pressione degli alleati del Golfo, il rischio di un ulteriore shock energetico mondiale e le crescenti difficoltà militari statunitensi — ad aver spinto Trump a sospendere l’offensiva. I critici del presidente, tuttavia, interpretano questi continui cambi di rotta come il segnale di una strategia sempre meno credibile. «Le sue oscillazioni rappresentano un duro colpo per la deterrenza americana», sostiene Daniel Shapiro, ex ambasciatore degli Stati Uniti in Israele e già alto funzionario del Pentagono durante l’amministrazione Biden. «Né gli alleati né gli avversari iraniani credono più a ciò che dice.» Resta ora da capire se il nuovo tentativo diplomatico riuscirà dove tutti i precedenti sono falliti. La libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz e l’eventuale ripresa dei negoziati sul nucleare potrebbero offrire a Trump un’uscita politica dal conflitto.
