L’amministrazione Trump fa sul serio contro la Corte penale internazionale. «Il segretario di Stato, Marco Rubio, ha annunciato una vasta campagna per smantellare la minaccia che la Corte penale internazionale rappresenta per la sovranità degli Stati Uniti», ha dichiarato lunedì il Dipartimento di Stato americano. «La campagna prevede una risposta coordinata da tutto il governo per neutralizzare sistematicamente la capacità della Cpi di operare, di prendere di mira militari o funzionari americani o di minacciare in altro modo la sovranità americana», ha aggiunto. «Le nazioni che si rifiutano di respingere la falsa autorità della Corte penale internazionale, pur continuando a contare sull’assistenza degli Stati Uniti, rischiano di essere sottoposte a un maggiore controllo», ha anche dichiarato un funzionario del Dipartimento di Stato americano. In particolare, secondo Rubio, la Cpi è «sostenuta e gestita da una potente rete di organizzazioni non governative di sinistra, globalisti arroganti e governi ostili del Terzo Mondo uniti dalla loro inimicizia verso gli Stati Uniti».
Non sono mancate le reazioni alla mossa statunitense. «Sebbene la Corte penale internazionale sia un’organizzazione separata dal Segretariato e dalle Nazioni Unite, per noi rimane un elemento fondamentale del sistema giudiziario internazionale», ha dichiarato l’Onu. «Noi, in quanto Unione europea, sosteniamo fermamente la Corte penale internazionale e i principi sanciti dallo Statuto di Roma e ne rispettiamo l’indipendenza e l’imparzialità», ha affermato, dal canto suo, Bruxelles.
Fondata nel 2002 sulla base dello Stato di Roma, la Corte penale internazionale ha sede all’Aia e si occupa di perseguire individui per crimini internazionali, come genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Negli ultimi anni, l’organo ha spiccato mandati d’arresto nei confronti di Vladimir Putin e di Benjamin Netanyahu. Il punto è che a non riconoscere la giurisdizione della Corte sono numerosi Paesi, tra cui Israele, Russia, Cina, India e, per l’appunto, gli Stati Uniti, che considerano storicamente l’organismo come lesivo della propria sovranità nazionale.
Già la prima amministrazione Trump aveva avuto rapporti tesi con la Cpi. Joe Biden, dal canto suo, aveva ben accolto il mandato d’arresto per Putin, definendo invece «oltraggiosa» la richiesta di quello per Netanyahu. Poi, da quando Trump è tornato alla Casa Bianca, le relazioni con l’organismo si sono fatte ancora più turbolente. A febbraio 2025, l’attuale presidente americano ha firmato un ordine esecutivo, con cui imponeva sanzioni alla Corte. «Gli Stati Uniti si oppongono inequivocabilmente e si aspettano che i loro alleati si oppongano a qualsiasi azione della Cpi contro gli Stati Uniti, Israele o qualsiasi altro alleato degli Stati Uniti che non abbia acconsentito alla giurisdizione della Cpi», si leggeva nel decreto. Nell’agosto successivo, il Dipartimento di Stato americano ha imposto ulteriori sanzioni a due giudici e a due procuratori della Corte.
La linea dura contro la Cpi si inserisce del resto nella più ampia strategia dell’amministrazione Trump volta a tutelare la sovranità degli Stati Uniti contro le strumentalizzazioni del diritto internazionale.
