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Terre rare, il piano di Trump da 12 miliardi per sfidare il dominio cinese

Terre rare, il piano di Trump da 12 miliardi per sfidare il dominio cinese

Un maxi-fondo pubblico-privato per mettere al sicuro le catene di approvvigionamento americane: la Casa Bianca lancia Project Vault per ridurre la dipendenza da Pechino su terre rare e metalli critici, pilastri di difesa, automotive e tecnologia. Ma non mancano le perplessità.

L’amministrazione americana guidata da Donald Trump sta lavorando alla creazione di una maxi-riserva strategica di minerali considerati indispensabili per l’economia e la sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Il progetto, dal valore stimato intorno ai 12 miliardi di dollari, punta a rafforzare la capacità industriale americana di fronte a possibili crisi di approvvigionamento e a ridurre in modo strutturale la dipendenza da Pechino per terre rare e metalli critici. La nuova iniziativa, battezzata Project Vault, dovrebbe poggiare su un mix di capitali pubblici e privati. Secondo quanto illustrato dalla Casa Bianca, il piano prevede circa 1,67 miliardi di dollari di investimenti privati affiancati da un finanziamento fino a 10 miliardi di dollari concesso dalla US Export-Import Bank, destinato all’acquisto e allo stoccaggio di materie prime provenienti da grandi gruppi industriali, dal comparto automotive alle aziende tecnologiche. Nel corso di mezzo secolo le terre rare si sono trasformate nei materiali più ambiti a livello globale, spinte dal ruolo strategico assunto nella rivoluzione tecnologica degli ultimi vent’anni. Non a caso vengono definite «metalli tecnologici»: elementi chiave che sostengono interi comparti industriali, dall’elettronica alla manifattura avanzata — inclusi petrolchimico, difesa e aerospazio — fino alle energie rinnovabili e alle applicazioni mediche. I Rare Earth Elements sono presenti in una miriade di oggetti di uso quotidiano: televisori, semiconduttori, hard disk, schermi touch, circuiti elettronici, magneti permanenti, turbine eoliche, pannelli fotovoltaici, lampade a basso consumo, batterie per veicoli elettrici, componenti laser e smartphone. Senza di essi gran parte dell’ecosistema high-tech moderno semplicemente non esisterebbe. Proprio per questo le terre rare rappresentano un fattore decisivo per la competitività tecnologica, energetica e militare degli Stati, con una domanda destinata a crescere a ritmi sempre più accelerati.

Terre rare, il piano di Trump da 12 miliardi per sfidare il dominio cinese

«Negli ultimi dodici mesi abbiamo messo in campo strumenti eccezionali per garantire agli Stati Uniti la piena disponibilità dei minerali strategici e delle terre rare di cui il Paese ha bisogno», ha dichiarato Trump dallo Studio Ovale, al termine di un incontro con esponenti del Congresso e rappresentanti dell’industria. L’annuncio arriva in un contesto segnato da crescenti tensioni sulla filiera globale dei minerali critici. Negli ultimi anni la Cina ha sfruttato il proprio peso dominante nelle fasi di raffinazione e lavorazione per esercitare pressione sulle industrie occidentali. Nel corso dell’ultimo anno, Pechino ha introdotto nuovi obblighi di autorizzazione per le imprese statunitensi interessate ad acquistare magneti in terre rare, limitando di fatto l’accesso a componenti chiave per i settori della difesa e dell’automotive. Secondo la Agenzia Internazionale per l’Energia, la Cina controlla oggi circa il 90% della capacità globale di trasformazione delle terre rare. Durante la presentazione del piano, il segretario degli Interni Doug Burgum ha sintetizzato l’approccio dell’amministrazione con una battuta: «Dopo “drill, baby, drill”, ora è il momento del “mio, baby, mio”», sottolineando l’intenzione di riportare sotto controllo nazionale le risorse strategiche.

Nell’ambito del progetto, Trump ha incontrato anche i vertici di alcune grandi aziende. Tra questi l’amministratrice delegata di General Motors, Mary Barra, e Robert Friedland, fondatore e co-presidente esecutivo di Ivanhoe Mines. Barra ha rimarcato come «una catena di approvvigionamento solida e resiliente sia essenziale non solo per il settore automobilistico, ma per l’intero sistema produttivo del Paese». Friedland ha invece definito l’iniziativa un tassello decisivo «sia per la sicurezza nazionale sia per il rilancio industriale degli Stati Uniti». Come scrive il Wall Street Journal il progetto, anticipato nei giorni scorsi da Bloomberg, viene paragonato da più parti alla Strategic Petroleum Reserve, la riserva federale di greggio creata negli anni Settanta dopo lo shock energetico. Anche in questo caso, l’obiettivo è prevenire interruzioni critiche delle forniture. Il paniere di Project Vault dovrebbe includere terre rare e metalli strategici come gallio e cobalto.

Secondo un funzionario della Casa Bianca, oltre una dozzina di aziende hanno già aderito all’iniziativa, tra cui GM, Stellantis e Google (Alphabet). Il consiglio di amministrazione della Ex-Im Bank ha nel frattempo approvato l’autorizzazione a un prestito della durata di quindici anni, garantendo copertura finanziaria di lungo periodo alla partnership tra industria e investitori privati che sosterrà l’intera operazione. Il progetto è interessante tuttavia, non mancano le perplessità come sottolinea Giovanni Brussato ingegnere minerario tra i massimi esperti della materia: «Si chiama Project Vault ma è una versione in “salsa trumpiana” del National Defense Stockpile (NDS) istituito nel 1939 attraverso lo Strategic and Critical Materials Stock Piling Act quando gli USA erano ancora una potenza mineraria. I limiti dello sviluppo di questa “scorta strategica” risiedono nell’approvvigionamento stesso: forse non è ancora chiaro che Pechino ha istituito un sistema di tracciamento che obbliga l’acquirente a fornire informazioni essenziali sulla destinazione di quel metallo. Il problema si ripropone: chi fornirà le terre rare pesanti come terbio, disprosio o samario per costruire i magneti permanenti necessari alla supply chain industriale ma, in primis, a quella della difesa se oggi solo Pechino è in grado di produrli?».

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