Per decenni il Venezuela è stato sinonimo soprattutto di petrolio. Ma sotto le immense foreste del sud del Paese potrebbe nascondersi un’altra ricchezza destinata ad assumere un’importanza crescente nella competizione tra Stati Uniti e Cina: minerali critici, coltan e terre rare. Risorse indispensabili per l’industria tecnologica, energetica e militare e sulle quali Washington sta concentrando sempre maggiore attenzione.
Secondo quanto riferito l’8 settembre da Reuters, l’amministrazione di Donald Trump sta lavorando per ampliare l’accesso americano alle risorse minerarie venezuelane dopo essersi concentrata sul settore petrolifero. L’obiettivo va oltre l’interesse economico: Washington punta anche a ridimensionare l’influenza accumulata dalla Cina in America Latina e a diversificare le proprie fonti di approvvigionamento di materie prime strategiche.
Il rebus geologico tra potenziale inesplorato e riserve certificate
Il Venezuela dispone certamente di enormi risorse minerarie tradizionali. Oro, ferro, bauxite e nickel fanno parte del patrimonio del Paese. Più complessa è invece la questione delle terre rare. È necessario evitare di confondere il potenziale geologico con riserve già certificate: al momento non esiste una valutazione internazionale sufficientemente solida che permetta di collocare Caracas tra i grandi detentori mondiali di riserve economicamente sfruttabili di questi elementi.
L’U.S. Geological Survey, nei dati relativi al 2024, non considerava infatti il Venezuela un produttore minerario di rilevanza globale. Ed è proprio questa incertezza a rendere la partita particolarmente interessante. Gran parte delle informazioni geologiche disponibili è datata e, secondo Reuters, sarebbero necessarie nuove campagne di prospezione per stabilire dimensioni, concentrazioni e reale convenienza economica dei giacimenti. In altre parole, sotto il Venezuela potrebbe esserci una ricchezza molto maggiore di quella oggi contabilizzata, ma per trasformare il potenziale in riserve occorrono investimenti, infrastrutture, tecnologia e soprattutto nuove indagini geologiche.
Le ombre dell’Arco Minero e l’enigma delle sabbie nere
Il cuore della questione si trova soprattutto nel sud del Paese, nello Stato di Bolívar e nelle aree collegate all’immenso bacino dell’Orinoco. Nel 2016 Caracas istituì l’Arco Minero dell’Orinoco, una zona di circa 112 mila chilometri quadrati destinata allo sfruttamento minerario. Qui sono presenti oro, diamanti e coltan, mentre diverse indagini geologiche segnalano anche mineralizzazioni associate a elementi delle terre rare.
Particolarmente interessante è il settore legato al Parguaza e alle cosiddette «arenas negras», le sabbie nere dalle quali vengono estratti o recuperati diversi minerali strategici. Un rapporto dell’Observatorio Socioambiental del Sur de Venezuela segnala nell’area presenze di niobio, tantalio e stagno. Il documento richiama inoltre il caso della carbonatite di Cerro Impacto, dove sono stati riscontrati arricchimenti di niobio, torio, bario e cerio, oltre ad altri elementi delle terre rare. Anche in questo caso, però, mancano studi moderni sufficientemente approfonditi per determinare l’effettiva possibilità di uno sfruttamento industriale su vasta scala.
C’è poi il coltan, nome commerciale utilizzato per minerali contenenti soprattutto tantalio e niobio. Non si tratta propriamente di una «terra rara», distinzione spesso trascurata nel dibattito pubblico, ma è comunque una materia prima strategica fondamentale per condensatori, elettronica, telecomunicazioni e numerose applicazioni ad alta tecnologia. Fonti europee segnalano la presenza di coltan in Venezuela e sottolineano contemporaneamente il peso dell’estrazione illegale, soprattutto nell’Arco Minero. Il problema è infatti che una parte considerevole dell’attività mineraria venezuelana si sviluppa in territori difficilmente controllabili. Miniere illegali, contrabbando, organizzazioni criminali, carenza di infrastrutture e assenza di statistiche affidabili rappresentano ostacoli enormi alla trasformazione delle risorse sotterranee in una vera industria mineraria internazionale.
Il blitz di Washington e la morsa di Pechino sulle filiere critiche
Già nel marzo scorso il segretario americano agli Interni Doug Burgum, che guida anche il National Energy Dominance Council, era arrivato a Caracas accompagnato da rappresentanti di oltre venti società statunitensi del settore minerario e delle materie prime. In quell’occasione le autorità venezuelane avevano annunciato una riforma della legislazione mineraria destinata ad aprire maggiormente il settore agli investimenti stranieri, comprese attività riguardanti oro, diamanti e terre rare.
Ora il progetto sembra entrare in una fase ulteriore. Reuters riferisce che l’amministrazione Trump sta incoraggiando le imprese americane a valutare investimenti nel settore e sta studiando possibili misure per agevolarne l’ingresso. Il Tesoro statunitense ha inoltre autorizzato alcune transazioni relative ai minerali di origine venezuelana.
Dietro questa accelerazione c’è inevitabilmente Pechino. La Cina ha costruito nel corso degli anni una posizione dominante non soltanto nell’estrazione, ma soprattutto nella raffinazione e trasformazione delle terre rare. È questo il vero collo di bottiglia della catena mondiale: possedere il minerale non basta, bisogna essere capaci di separarlo, raffinarlo e trasformarlo nei materiali necessari all’industria. Pechino produce circa il 90% delle terre rare mondiali e mantiene una posizione ancora più forte in alcuni segmenti della lavorazione e dei magneti permanenti. Le terre rare comprendono 17 elementi e sono diventate indispensabili per una parte crescente dell’economia contemporanea. Entrano nei magneti ad alte prestazioni, nei veicoli elettrici, nelle turbine eoliche e nell’elettronica, ma anche nei satelliti, nei sistemi di comunicazione, nei motori aeronautici e nei sistemi di guida missilistica.
La transizione strategica dal greggio ai minerali del futuro
Per gli Stati Uniti, dunque, trovare nuove fonti significa affrontare una vulnerabilità strategica. Nel gennaio scorso il segretario al Tesoro Scott Bessent aveva già sollecitato i partner del G7 e altri Paesi ad accelerare gli sforzi per ridurre la dipendenza dalla Cina nei minerali critici. Il Venezuela potrebbe inserirsi proprio in questa strategia. Non significa che Caracas sia destinata a diventare rapidamente una nuova superpotenza delle terre rare. Per arrivarci occorrerebbero anni di prospezioni, miliardi di investimenti, infrastrutture, impianti di lavorazione e condizioni giuridiche sufficientemente affidabili da attirare capitali occidentali.
Ma la posta in gioco è evidente. Per Washington il Venezuela non è più soltanto il Paese che possiede gigantesche risorse petrolifere. Potrebbe diventare anche un tassello della strategia americana per costruire una catena occidentale dei minerali critici alternativa a quella dominata da Pechino. Ed è qui che la vecchia geopolitica del petrolio incontra quella nuova delle materie prime tecnologiche. Per gran parte del Novecento il potere venezuelano era nascosto nei giacimenti di greggio. Nel XXI secolo una parte della sua importanza strategica potrebbe trovarsi invece nelle rocce e nelle sabbie dell’Orinoco. La nuova sfida tra Stati Uniti e Cina passa anche da lì: capire che cosa si nasconde realmente nel sottosuolo venezuelano e, soprattutto, chi riuscirà a controllarne lo sfruttamento.
