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Proteste in Iran, almeno cinque morti negli scontri: dalla crisi del rial alla rivolta contro il regime

Proteste in Iran, almeno cinque morti negli scontri: dalla crisi del rial alla rivolta contro il regime

Dal crollo della valuta alle piazze in rivolta: cinque giorni di proteste contro la crisi economica degenerano in scontri con la polizia, morti e repressione mentre il regime minaccia la linea dura. Donald Trump minaccia l’intervento armato a supporto dei manifestanti.

Le proteste che stanno attraversando l’Iran affondano le loro radici nella crisi economica che da mesi colpisce il Paese, ma negli ultimi giorni hanno assunto i contorni di una vera e propria rivolta nazionale. Le manifestazioni sono iniziate domenica, quando i commercianti di diverse città sono scesi in piazza per protestare contro il crollo del rial, la valuta nazionale, travolta dall’inflazione e dalle sanzioni internazionali. Le misure punitive imposte per il rifiuto di Teheran di ridimensionare il proprio programma nucleare hanno aggravato una situazione già compromessa, mentre la guerra di giugno con Israele ha ulteriormente esposto le debolezze strutturali dello Stato iraniano.

Nel corso dei primi giorni, le autorità hanno cercato di contenere la tensione promettendo risposte alle rivendicazioni economiche. Tuttavia, con il passare delle ore, le proteste si sono estese e radicalizzate, coinvolgendo studenti, giovani e interi quartieri urbani. Mercoledì 31 dicembre 2025, quarto giorno della mobilitazione, migliaia di persone sono scese in strada ad Arak, Khorramabad, Shiraz, Dorud, Nahavand, Yasuj, Rasht, Shahr-e Qods, Baghmalek, Kuhdasht, Fuladshahr, Asadabad, Ramhormoz, Babol, Qeshm, Lali, Masjed Soleyman, Marlik e in numerose zone di Teheran. Gli slogan scanditi – «Iraniani, gridate per i vostri diritti» e «Questo è l’anno del sangue, Seyed Ali Khamenei sarà rovesciato» – hanno segnato un salto di qualità nello scontro con il potere. La notte di mercoledì è stata segnata da episodi di particolare tensione. A Teheran, dopo le proteste studentesche presso l’Università Beheshti, agenti in borghese e uomini dell’intelligence hanno fatto irruzione nel dormitorio femminile, portando via alcune studentesse. La reazione è stata immediata: decine di studenti si sono radunati all’esterno, affrontando le forze di sicurezza e urlando «Disonorevoli». Giovedì la situazione è ulteriormente degenerata. Nel quinto giorno consecutivo di manifestazioni, sono scoppiati violenti scontri tra manifestanti e polizia che hanno causato almeno cinque morti con i Pasdaran che hanno sparato ad altezza uomo. Secondo l’agenzia Fars, tre persone sono state uccise durante una protesta davanti a una stazione di polizia nella provincia occidentale del Lorestan. Altre due vittime si sono registrate a Lordegan, nei pressi della residenza del governatore locale.

Le violenze sono arrivate all’indomani dell’uccisione di un membro ventunenne dei Basij, la milizia di volontari incaricata di difendere la Repubblica islamica. Il giovane, Amir Hossein Khodaeifar, è morto a Kuhdasht dopo che i manifestanti avevano lanciato pietre contro le forze di sicurezza. Secondo il vicegovernatore del Lorestan, Saeed Pour Ali, negli scontri sono rimasti feriti almeno 13 membri delle forze dell’ordine e dei Basij. Contestualmente, in altre città si sono registrati atti di sabotaggio e attacchi contro le strutture del regime. Ad Hamedan e Asadabad sono state incendiate una base dei Basij e un edificio del Ministero dell’Intelligence, nonostante le temperature sotto lo zero e l’intervento delle unità speciali con cannoni ad acqua. A Fuladshahr, nella provincia di Isfahan, le forze repressive hanno aperto il fuoco sui manifestanti, che hanno risposto occupando alcune strade e appiccando incendi. Scene simili si sono verificate ad Arak, Rasht e Ramhormoz.

Il clima resta teso anche sul fronte politico e istituzionale. I vertici del regime hanno lanciato avvertimenti sempre più duri. «Le rivolte e la distruzione di proprietà pubbliche non hanno nulla a che fare con le proteste civili», ha dichiarato Pour Ali, accusando «i nemici» di sfruttare la situazione. Il procuratore generale Mohammad Movahedi-Azad ha avvertito che ogni tentativo di trasformare le proteste economiche in «insicurezza» o «distruzione» riceverà una risposta «legale, ferma e proporzionata». Sul fondo, resta una crisi economica profonda. Secondo la Banca Mondiale, l’inflazione alimentare ha raggiunto il 64,2 per cento, uno dei livelli più alti al mondo, mentre il rial ha perso circa il 60 per cento del suo valore dalla guerra di giugno. Il mancato accordo con gli Stati Uniti sul nucleare ha impedito qualsiasi allentamento delle sanzioni. A questo si aggiunge una repressione crescente: nel solo 2025, oltre 1.870 persone sono state giustiziate, quasi il doppio rispetto all’anno precedente, secondo i dati dell’Abdorrahman Boroumand Center. In questo contesto, la violenza degli ultimi giorni rischia di spingere il regime verso una nuova stretta repressiva, mentre le piazze continuano a sfidare apertamente il potere, trasformando una protesta economica in una crisi politica di ampia portata. Venerdì il presidente degli Stati Uniti Donald Trump è intervenuto sul proprio social network, Truth Social, affermando che, qualora l’Iran dovesse aprire il fuoco contro manifestanti pacifici e provocarne la morte, come a suo dire avviene abitualmente, gli Stati Uniti interverrebbero in loro sostegno. «Siamo pronti, armati e preparati ad agire», ha scritto. Alla presa di posizione di Washington ha replicato il consigliere supremo della Guida iraniana, Ali Larijani, che sempre venerdì ha avvertito come Trump debba essere consapevole del fatto che «un’ingerenza americana nelle proteste in Iran equivale a trascinare l’intera regione nel caos».

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