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Hormuz bloccato: il piano segreto dei «Sei» per salvare il commercio globale (c’è anche l’Italia)

Hormuz bloccato: il piano segreto dei «Sei» per salvare il commercio globale (c’è anche l’Italia)

Un’alleanza strategica tra Europa e Giappone sfida il blocco iraniano nel Golfo. L’Italia aderisce al piano dei “Sei” per riaprire lo Stretto di Hormuz, mentre Donald Trump critica i tempi della diplomazia e il petrolio vola oltre i 100 dollari.

Gli Stati Uniti, insieme ai loro alleati, hanno intensificato in modo significativo le operazioni militari nello Stretto di Hormuz, nel tentativo di ristabilire la sicurezza della navigazione in uno dei corridoi energetici più cruciali al mondo. Aerei da attacco a bassa quota ed elicotteri Apache sono stati dispiegati per colpire le unità navali iraniane e neutralizzare i droni impiegati da Teheran, secondo quanto riferito da fonti militari statunitensi.

L’operazione rientra in una strategia a più livelli elaborata dal Pentagono per ridurre progressivamente le minacce rappresentate da mine navali, imbarcazioni armate e missili da crociera iraniani, che dall’inizio di marzo hanno di fatto paralizzato il traffico marittimo nella regione. Solo una volta ridimensionato il rischio, Washington potrebbe valutare l’invio di navi da guerra attraverso lo stretto e, in una fase successiva, l’avvio di missioni di scorta per i convogli commerciali.

La strategia del Pentagono per il corridoio energetico

Il ripristino della piena operatività dello stretto non sarà immediato. Come scrive il Wall Steet Journal, gli analisti stimano che serviranno settimane per smantellare la rete di infrastrutture militari iraniane che sostengono le operazioni di interdizione. Un passaggio cruciale, considerando che attraverso Hormuz transita circa il 20% delle esportazioni globali di petrolio.

La crisi ha già avuto effetti immediati sui mercati energetici, con il Brent salito oltre i 100 dollari al barile, toccando un picco di 119 prima di attestarsi a 108,65 dollari. Una dinamica che ha costretto l’amministrazione Trump a confrontarsi con le implicazioni economiche del conflitto avviato a fianco di Israele il 28 febbraio. A confermare l’intensificazione delle operazioni è stato il generale Dan Caine, presidente del Joint Chiefs of Staff, durante una conferenza stampa al Pentagono.

I caccia A-10 Warthog sono ora impegnati in missioni contro le imbarcazioni d’attacco rapido iraniane, mentre gli elicotteri Apache operano sia per attacchi mirati sia per intercettare i droni kamikaze, una delle armi più efficaci sviluppate da Teheran per colpire obiettivi sensibili e infrastrutture energetiche nel Golfo.

La risposta asimmetrica delle Guardie Rivoluzionarie

Secondo fonti del Dipartimento della Difesa, negli ultimi giorni sono state distrutte numerose motovedette iraniane impegnate in operazioni di disturbo contro il traffico mercantile. Tuttavia, la minaccia resta elevata. L’Iran continua a puntare su una strategia asimmetrica, volta a rendere il transito nello stretto troppo pericoloso o economicamente insostenibile.

Allo stesso tempo, Washington ha intensificato i raid contro le basi del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche. Il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha dichiarato che oltre 120 unità navali iraniane sono state distrutte o danneggiate. Nonostante ciò, Teheran conserva ancora un significativo arsenale composto da mine, missili mobili e centinaia di imbarcazioni, molte delle quali nascoste in infrastrutture sotterranee lungo la costa e sulle isole.

Negli ultimi giorni, l’Iran ha attaccato decine di navi nello stretto e nelle acque circostanti, utilizzando droni, barche esplosive e colpi di artiglieria. Un’escalation che rende estremamente complesso il ritorno a condizioni di sicurezza accettabili per la navigazione internazionale. Le Guardie Rivoluzionarie iraniane assicurano che la filiera missilistica resta pienamente operativa nonostante il conflitto, escludendo qualsiasi carenza di scorte.

«La nostra industria missilistica merita un punteggio pieno nel 2025 e non c’è alcun motivo di preoccupazione», ha dichiarato venerdì il portavoce dei Pasdaran, Ali Mohammad Naini, sottolineando come la produzione prosegua anche in condizioni di guerra e preannunciando «sorprese» e operazioni più sofisticate nei prossimi sviluppi.

Il piano europeo e la diplomazia di Giorgia Meloni

Sul piano politico e diplomatico, intanto, si muove anche l’Europa. È stato messo a punto un piano per garantire la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz, di fatto “sigillato” dalle forze iraniane dopo l’escalation tra Stati Uniti e Israele da un lato e Teheran dall’altro. L’Italia ha aderito all’iniziativa insieme a Regno Unito, Francia, Germania, Paesi Bassi e Giappone.

Il documento porta anche la firma della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, pur con una precisazione: qualsiasi eventuale intervento italiano avverrebbe esclusivamente sotto l’egida delle Nazioni Unite. La svolta è maturata durante il Consiglio europeo in corso a Bruxelles, dove le conseguenze economiche della crisi con l’Iran rappresentano uno dei dossier più urgenti.

Nella dichiarazione congiunta, i sei Paesi «condannano con la massima fermezza i recenti attacchi dell’Iran contro navi commerciali disarmate nel Golfo» e denunciano «la chiusura de facto dello Stretto di Hormuz da parte delle forze iraniane». L’allarme è esplicito e globale: «Gli effetti delle azioni dell’Iran saranno avvertiti dalle persone in ogni parte del mondo, specialmente dalle più vulnerabili».

Da qui l’appello diretto a Teheran a cessare immediatamente ogni attività ostile: dal posizionamento di mine agli attacchi con droni e missili, fino a qualsiasi tentativo di bloccare la navigazione commerciale. Una linea dura che però non coincide pienamente con le aspettative di Washington. La reazione della Casa Bianca è infatti fredda. Il presidente Donald Trump, che nei giorni scorsi aveva sollecitato un maggiore coinvolgimento degli alleati nel dossier iraniano, ha criticato l’approccio europeo.

«Ora la Nato si sta comportando in modo molto più conciliante perché ha capito il mio atteggiamento, ma per quanto mi riguarda è troppo tardi», ha dichiarato ricevendo a Washington la premier giapponese Sanae Takaichi, tra i firmatari del documento.

Nel frattempo, Teheran starebbe valutando l’introduzione di pedaggi per il transito nello stretto, trasformando il controllo geografico in una leva di pressione economica. Secondo diversi analisti, ciò potrebbe generare una forma di interdipendenza forzata, costringendo i Paesi importatori di energia a negoziare direttamente o indirettamente con l’Iran per garantirsi l’accesso alle risorse del Golfo.

Resta inoltre incerta l’entità del dispiegamento di mine navali iraniane, alcune delle quali attivabili a distanza. In un tratto largo appena 24 miglia, anche missili lanciati da centinaia di chilometri possono colpire le navi in transito, rendendo la messa in sicurezza dell’area estremamente complessa. Gli esperti concordano su un punto: la riapertura dello stretto è possibile, ma non totale. Il traffico potrà riprendere, ma resterà esposto a rischi elevati.

Intanto gli Stati Uniti rafforzano la presenza militare nella regione, con un contingente di circa 2.200 marines in fase di dispiegamento, che potrebbe essere impiegato anche per operazioni sulle isole strategiche al largo della costa iraniana. Lo scenario resta fluido e altamente instabile. Anche in caso di cessazione delle ostilità, il controllo dello Stretto di Hormuz continuerà a rappresentare una leva strategica centrale nelle dinamiche tra Iran, Stati Uniti e potenze regionali, con effetti diretti sugli equilibri geopolitici e sulla sicurezza energetica globale.

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