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Perché Hiroshima: la città scelta per mostrare al mondo la bomba atomica

Perché Hiroshima: la città scelta per mostrare al mondo la bomba atomica
HIROSHIMA, JAPAN – AUGUST 06: A man prays after floating a candle-lit paper lantern on the Motoyasu River in front of the Atomic Bomb Dome at dusk on August 06, 2026 in Hiroshima, Japan. Japan marked the 81st anniversary of the U.S. atomic bombing of Hiroshima on August 6, 1945 today. The bomb instantly killed an estimated 70,000 people, and thousands more died in the years that followed from the effects of radiation. Three days later, the United States dropped a second atomic bomb on Nagasaki, preceding to Japan’s surrender and the end of World War II. (Photo by Tomohiro Ohsumi/Getty Images)

Ottantuno anni dopo, mentre la Campana della pace torna a suonare alle 8.15, i documenti segreti del Target Committee raccontano come geografia, valore militare e impatto psicologico trasformarono una città ancora intatta nel bersaglio della prima arma nucleare.

Alle 8.15 del 6 agosto 2026 Hiroshima si è fermata ancora una volta, mentre la Campana della pace risuonava nel parco costruito sul luogo in cui una parte della città venne cancellata e circa 50 mila persone, insieme ai rappresentanti di 120 Paesi e territori, osservavano un minuto di silenzio nell’ora esatta in cui, ottantuno anni prima, il bombardiere statunitense Enola Gay aveva sganciato la prima bomba atomica utilizzata contro una popolazione. La cerimonia era iniziata alle otto con la deposizione del registro delle vittime, seguita dalle offerte floreali, dalla Dichiarazione di pace del sindaco, dal volo delle colombe e dall’impegno affidato ai bambini, secondo un rituale che non serve soltanto a commemorare il passato, ma a costringere ogni anno il presente a misurarsi con ciò che accadde sotto il fungo atomico.

Nella sua Dichiarazione di pace, il sindaco Kazumi Matsui ha denunciato un mondo nel quale le grandi potenze continuano a utilizzare le armi nucleari come strumenti di intimidazione, mentre troppi leader considerano ancora la deterrenza una soluzione realistica e accettano la progressiva legittimazione della forza. Ridimensionare la disumanità degli arsenali nucleari e giustificare la violenza in nome della sicurezza o della prosperità, ha avvertito Matsui, significa alimentare una catena di ritorsioni che potrebbe produrre un’altra Hiroshima o un’altra Nagasaki. Rivolgendosi direttamente ai responsabili politici, il sindaco ha formulato una domanda che ha interrotto la liturgia diplomatica della commemorazione: «Quanto ancora intendete deluderci?».

A pochi metri da lui, la prima ministra Sanae Takaichi ha promesso un approccio «realistico» verso un mondo nel quale le armi nucleari non vengano utilizzate, indicando nel Trattato di non proliferazione il principale quadro internazionale attraverso cui proseguire il disarmo, ma le sue parole sono arrivate mentre il governo giapponese discute una possibile revisione dei documenti sulla sicurezza nazionale e, in particolare, del principio che impedisce l’introduzione di armi nucleari nel Paese. È la contraddizione che attraversa il Giappone contemporaneo: la sola nazione colpita da due bombe atomiche continua a chiedere l’abolizione delle armi nucleari, ma dipende dall’ombrello nucleare degli Stati Uniti e non ha aderito al Trattato sulla proibizione delle armi nucleari, come domandano da anni gli hibakusha, i sopravvissuti di Hiroshima e Nagasaki.

Il loro numero è ormai sceso a poco più di 91 mila e la loro età media ha superato gli 86 anni, rendendo sempre più urgente la trasmissione di una memoria destinata presto a non avere più testimoni diretti. Proprio per questo, però, ricordare Hiroshima non può significare soltanto raccontare la mattina del 6 agosto 1945, la luce che trasformò per alcuni istanti la città in una superficie incandescente, l’onda d’urto, gli incendi e la pioggia nera che seguì l’esplosione. Per comprendere davvero Hiroshima bisogna risalire ai mesi precedenti, entrare nelle stanze nelle quali le città giapponesi vennero trasformate in una lista di caratteristiche da confrontare e affrontare una domanda tanto elementare quanto spesso rimossa: perché la bomba atomica fu sganciata proprio lì?

La città che doveva rimanere intatta

Nella primavera del 1945 la guerra in Europa era ormai prossima alla conclusione, ma nel Pacifico il Giappone continuava a combattere, mentre le incursioni dei B-29 statunitensi stavano distruggendo uno dopo l’altro i principali centri urbani dell’arcipelago. Dopo i risultati deludenti dei bombardamenti di precisione condotti ad alta quota, il generale Curtis LeMay aveva ordinato di colpire le città giapponesi di notte, volando più in basso e utilizzando bombe incendiarie capaci di propagarsi rapidamente nelle vaste aree costruite in legno. Tokyo era già stata devastata e, nei documenti preparatori del Progetto Manhattan, veniva descritta come una città ridotta praticamente in macerie.

Quella distruzione, tuttavia, creava un problema per chi stava preparando la prima missione atomica, perché la nuova arma avrebbe dovuto essere impiegata su una città abbastanza integra da consentire di distinguerne gli effetti da quelli delle bombe convenzionali e di misurarne con chiarezza la capacità distruttiva. Mentre l’aviazione perseguiva la strategia di radere al suolo le aree urbane giapponesi, il Progetto Manhattan aveva quindi bisogno che alcuni possibili bersagli venissero preservati, trasformando la loro apparente salvezza in una condanna sospesa.

Tra la fine di aprile e il maggio del 1945, ufficiali dell’esercito, esperti dell’aviazione e scienziati del Progetto Manhattan, compreso Robert Oppenheimer, si riunirono nel Target Committee per stabilire non soltanto quale città colpire, ma anche l’altitudine dell’esplosione, le condizioni meteorologiche necessarie, le procedure da seguire in caso di avaria e il modo in cui osservare e fotografare gli effetti dell’arma. Nei verbali declassificati, il linguaggio con cui viene affrontato il destino di centinaia di migliaia di persone è quello neutro di una valutazione tecnica: dimensione dell’area urbana, materiali degli edifici, distanza tra i quartieri, presenza di rilievi, visibilità dall’alto e possibilità che la città restasse indenne fino al momento della missione.

I criteri fissati erano precisi. Il bersaglio doveva avere una certa rilevanza militare o industriale, trovarsi all’interno di un’area urbana con un diametro superiore a circa cinque chilometri, essere vulnerabile all’onda d’urto e avere buone probabilità di non venire attaccato prima dell’agosto successivo. Kyoto, Hiroshima, Yokohama e l’arsenale di Kokura furono inizialmente indicati tra gli obiettivi da preservare dai bombardamenti convenzionali, mentre Niigata rimase tra le possibili alternative.

Il bersaglio doveva essere «spettacolare»

Il valore militare, tuttavia, rappresentava soltanto una parte della scelta, perché nei verbali del Target Committee compare esplicitamente un’altra esigenza: produrre il più grande effetto psicologico possibile sul Giappone e fare in modo che il primo impiego dell’arma fosse abbastanza spettacolare da consentire al mondo intero di riconoscerne immediatamente l’importanza.

È forse il passaggio più inquietante dell’intera documentazione, perché rivela che la città non veniva considerata soltanto come un bersaglio da neutralizzare, ma come la superficie sulla quale mostrare una tecnologia destinata a cambiare i rapporti di forza internazionali. La distruzione doveva essere vasta, chiaramente attribuibile alla nuova bomba e immediatamente comprensibile anche al di fuori del Giappone; non bastava quindi colpire una caserma, un deposito o una fabbrica isolata, perché il significato dell’arma sarebbe stato reso visibile proprio dalla scala urbana della devastazione.

Il 28 maggio il comitato stabilì inoltre che non sarebbe stato selezionato un semplice obiettivo industriale periferico, perché le fabbriche più importanti si trovavano spesso ai margini delle città e un errore di puntamento avrebbe potuto ridurre l’effetto della missione. Il punto di mira doveva essere invece collocato nel centro urbano, in modo che l’onda d’urto investisse la più vasta area possibile. Parallelamente, l’Interim Committee incaricato di consigliare il governo sull’impiego dell’arma raccomandò di utilizzarla senza preavviso contro un cosiddetto dual target, vale a dire un impianto legato alla guerra circondato dalle abitazioni dei lavoratori.

La distinzione tra obiettivo militare e popolazione civile, già compromessa dalla strategia dei bombardamenti incendiari, veniva così incorporata nella scelta stessa del bersaglio: la presenza di installazioni militari forniva la giustificazione strategica, mentre l’area urbana circostante garantiva l’ampiezza materiale e psicologica della distruzione.

Perché Hiroshima rispondeva a tutti i criteri

Hiroshima possedeva quasi esattamente le caratteristiche cercate dal comitato. Era un importante deposito dell’esercito e un porto d’imbarco collocato all’interno di un’area urbana e industriale, ospitava strutture militari e si trovava in una posizione strategica sul Mare Interno di Seto, ma soprattutto era ancora sostanzialmente intatta. Nei primi documenti sulla selezione dei bersagli veniva indicata come la più grande città non ancora colpita che non rientrasse nelle priorità del XXI Bomber Command.

Anche la geografia contribuì alla scelta. La città si estendeva su un delta attraversato da più rami fluviali e, proprio per la presenza dell’acqua, era considerata meno adatta alle incursioni incendiarie che stavano devastando altri centri giapponesi; le colline circostanti, secondo le valutazioni del Target Committee, avrebbero invece potuto concentrare gli effetti dell’onda d’urto, aumentando la parte dell’abitato sottoposta alla distruzione. Hiroshima era inoltre abbastanza compatta da rendere visibile l’effetto complessivo della bomba e sufficientemente riconoscibile dall’alto da consentire una missione a vista.

Nessuno di questi elementi, preso singolarmente, rendeva inevitabile Hiroshima, ma insieme componevano il profilo quasi ideale elaborato dal comitato: una città con una funzione militare reale, una vasta popolazione civile, una conformazione favorevole all’onda d’urto, una buona visibilità e, soprattutto, edifici ancora in piedi sui quali la nuova arma potesse lasciare un risultato impossibile da confondere con quello delle incursioni precedenti.

La stima ufficiale della città indica che il 6 agosto 1945 a Hiroshima si trovavano circa 350 mila persone, tra residenti, militari, lavoratori mobilitati, studenti, cittadini coreani e taiwanesi provenienti dalle colonie giapponesi, persone originarie della Cina e di altri Paesi asiatici, oltre ad alcuni prigionieri di guerra statunitensi. Entro la fine di dicembre, quando gli effetti acuti dell’esposizione alle radiazioni avevano già provocato migliaia di morti successive all’esplosione, le vittime erano circa 140 mila.

Tokyo era già distrutta, Kyoto venne salvata

Tokyo poteva sembrare il bersaglio più evidente, sia per il suo valore politico sia per la presenza del Palazzo imperiale, la cui eventuale distruzione venne effettivamente discussa dal Target Committee. La capitale, però, era stata già devastata dalle incursioni incendiarie e non avrebbe consentito di valutare con la stessa chiarezza gli effetti della bomba atomica; il Palazzo imperiale possedeva inoltre una fama enorme, ma un valore strategico limitato, e colpirlo avrebbe aperto una questione politica che i tecnici non erano autorizzati a risolvere autonomamente.

Kyoto era inizialmente considerata persino più adatta di Hiroshima. Antica capitale imperiale, centro intellettuale e culturale del Paese, ospitava circa un milione di persone ed era rimasta in larga parte intatta; proprio il livello di istruzione dei suoi abitanti veniva cinicamente indicato nei verbali come un vantaggio, perché la popolazione sarebbe stata maggiormente in grado di comprendere il significato della nuova arma. La sua distruzione avrebbe prodotto uno shock psicologico enorme, cancellando uno dei luoghi nei quali l’identità giapponese si era formata nel corso dei secoli.

Fu il segretario alla Guerra Henry Stimson a opporsi ostinatamente alla scelta, intervenendo più volte fino a ottenere che Kyoto venisse rimossa dalla lista. Alla base della decisione vi erano la consapevolezza del suo valore culturale e il timore che la distruzione della città avrebbe alimentato un odio permanente nei confronti degli Stati Uniti, compromettendo il futuro rapporto con il Giappone. Quando Kyoto venne definitivamente esclusa, l’elenco operativo venne riorganizzato attorno a Hiroshima, Kokura, Niigata e Nagasaki.

La salvezza di Kyoto dimostra che le città non erano intercambiabili e che la selezione non dipendeva da un automatismo militare: una decisione politica poteva rimuovere un nome dalla lista, lasciandone inevitabilmente un altro esposto.

Il B-29 costruito per trasportare l’arma

Anche l’aereo che comparve nel cielo di Hiroshima era il risultato di una preparazione specifica. Il B-29 Superfortress era il bombardiere tecnologicamente più avanzato dell’epoca, capace di volare più lontano e più in alto dei suoi predecessori, ma per trasportare gli ordigni atomici furono realizzati esemplari modificati nell’ambito del programma segreto Silverplate.

Dagli aerei vennero rimossi parte dell’armamento, le torrette e le corazzature, riducendo il peso di oltre tre tonnellate; il vano bombe fu adattato alle dimensioni di Little Boy e Fat Man, mentre nuovi sistemi di sgancio e particolari eliche avrebbero permesso al velivolo di affrontare la missione e tentare di allontanarsi abbastanza rapidamente dall’esplosione. Il colonnello Paul Tibbets scelse personalmente l’esemplare che avrebbe pilotato e lo chiamò Enola Gay, dal nome della madre.

La mattina del 6 agosto il bersaglio di puntamento era il ponte Aioi, riconoscibile dall’alto per la sua particolare forma a T e situato nel cuore della città. Alle 8.15 Little Boy venne sganciata e, dopo circa 43 secondi, esplose a quasi seicento metri di altezza, producendo un’onda di calore, pressione e radiazioni per la quale non esisteva alcuna esperienza precedente applicata a un’intera città.

Mokusatsu, la parola che non causò Hiroshima

Nella storia che conduce alla bomba compare anche una parola giapponese diventata nel tempo il simbolo dei rischi della traduzione: mokusatsu. Il 28 luglio 1945, rispondendo alla Dichiarazione di Potsdam con la quale gli Alleati intimavano al Giappone di arrendersi, il primo ministro Kantarō Suzuki utilizzò il verbo mokusatsu suru, costruito sugli ideogrammi di silenzio e uccidere, che può assumere sfumature comprese tra il non commentare, il non prendere in considerazione e l’ignorare con disprezzo.

Da decenni circola la tesi secondo cui la parola sarebbe stata tradotta in maniera troppo netta come un rifiuto e avrebbe quindi provocato i bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki, mentre Suzuki avrebbe voluto soltanto rinviare una risposta. È un racconto affascinante, soprattutto perché concentra il corso della storia in un equivoco linguistico, ma la ricostruzione del contesto politico, delle dichiarazioni complete e delle decisioni già assunte dagli Stati Uniti non consente di attribuire a una sola traduzione la responsabilità dell’impiego della bomba. La formula era ambigua, ma il governo giapponese non aveva annunciato l’accettazione delle condizioni alleate e la pianificazione della missione atomica era già in una fase avanzatissima. Più che il peggiore errore di traduzione della storia, mokusatsu è probabilmente uno dei miti più resistenti costruiti intorno alla traduzione.

La parola rimane comunque importante, perché rivela quanto fosse profondo lo scarto tra il linguaggio esitante della diplomazia giapponese e quello ormai operativo della macchina militare statunitense: mentre a Tokyo si cercava una formula che permettesse di non cedere pubblicamente e di non chiudere del tutto ogni possibilità, a Washington e a Tinian erano già stati definiti gli aerei, le procedure, i possibili bersagli e le condizioni meteorologiche necessarie al lancio.

La memoria di Hiroshima e il ritorno della deterrenza

Ottantuno anni dopo, il significato di quei documenti non è confinato negli archivi, perché la logica psicologica che contribuì alla scelta di Hiroshima continua a esistere nel principio stesso della deterrenza nucleare. Nel 1945 la bomba doveva essere abbastanza spettacolare da dimostrare al Giappone e al mondo la capacità degli Stati Uniti di provocare una distruzione mai vista; oggi gli arsenali nucleari continuano a esercitare la propria funzione politica proprio attraverso la credibilità della minaccia di una devastazione intollerabile.

È questo il cortocircuito sul quale ha insistito la commemorazione del 2026. Il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres ha ricordato che la lezione di Hiroshima non riguarda soltanto l’orrore delle armi nucleari, ma la necessità di costruire un mondo nel quale perfino minacciarne l’uso diventi impensabile, mentre Matsui ha chiesto al governo giapponese di partecipare almeno come osservatore alla prossima conferenza del Trattato sulla proibizione delle armi nucleari e di procedere successivamente alla ratifica.

Alle 8.15 di questa mattina Hiroshima ha ricordato i suoi morti chiedendo ancora una volta che nessun’altra città conosca la stessa sorte, ma la domanda lasciata dalla Campana della pace non riguarda soltanto il passato. Nel maggio del 1945 uomini in giacca e uniforme discussero quale centro urbano avrebbe mostrato meglio al mondo la potenza della nuova arma, confrontando città reali come superfici sulle quali misurare l’onda d’urto e l’effetto psicologico; nel 2026 quella stessa capacità di annientamento continua a essere presentata come una garanzia di sicurezza.

Hiroshima non ci chiede soltanto di ricordare ciò che accadde, ma di decidere se la paura di poterlo ripetere possa davvero essere chiamata pace.

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