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Missione Gaza 2026, dietro la flottiglia internazionale la regia comunicativa pro Hamas

Missione Gaza 2026, dietro la flottiglia internazionale la regia comunicativa pro Hamas

Le telecamere saranno pronte. Ma la domanda resta: sulle banchine di Gaza arriveranno davvero aiuti sostanziali o, ancora una volta, soprattutto immagini utili a rafforzare la propaganda di Hamas? La risposta è fin troppo facile.

Si torna in mare, rotta Gaza. Ma quella che viene presentata come una missione umanitaria globale appare, nei fatti, come un’operazione costruita per alimentare la macchina propagandistica di Hamas. Il nome è lo stesso già circolato negli anni scorsi: Global Sumud Flotilla. La differenza, questa volta, sta nell’ampiezza dell’apparato scenico: mare e terra, imbarcazioni e convogli, attivisti e troupe al seguito. Una mobilitazione definita «storica», con migliaia di partecipanti annunciati da oltre cento Paesi. Le navi dovrebbero partire da Barcellona, da porti italiani e tunisini, mentre colonne via terra si muoveranno dal Nord Africa. La cornice retorica è quella della «resistenza civile globale» contro il presunto fallimento della comunità internazionale nel fermare «genocidio, assedio e distruzione» a Gaza. Parole altisonanti, toni da mobilitazione morale, slogan calibrati per l’impatto mediatico. «Non è una persona il nemico, è uno stile di vita», afferma Saif Abukeshek del direttivo GSF. A bordo, assicurano gli organizzatori, saliranno medici, infermieri, ingegneri, insegnanti, osservatori legali e perfino investigatori di crimini di guerra. La narrazione insiste sull’idea di un’azione concreta fondata sul diritto internazionale e sul rifiuto di «normalizzare la sofferenza». Tra i nomi evocati spicca quello di Nkosi ZwelivelileMandla” Mandela, nipote di Nelson Mandela, convinto di poter «mettere Israele in ginocchio come il Sudafrica dell’apartheid». Un paragone potente, pensato per evocare una battaglia morale universale ma nullo sul piano fattuale.Open Arms ha già fissato la data di partenza: 12 aprile da Barcellona. La Ong catalana si unisce a una rete internazionale di sigle, sostenuta da un robusto circuito mediatico. L’obiettivo dichiarato è «rompere l’assedio» e consegnare aiuti. Tuttavia, la precedente spedizione estiva è rimasta nella memoria più per l’impatto simbolico che per i risultati concreti. Il materiale trasportato prove alla mano era stato definito dall’ambasciatore israeliano a Roma, Jonathan Peled, «inferiore al carico di un singolo camion». Più che un corridoio umanitario, una piattaforma galleggiante per immagini e dichiarazioni.

La portavoce Maria Elena Delia parla della più grande iniziativa mai organizzata: oltre cento imbarcazioni, tremila partecipanti, mille operatori sanitari. Numeri imponenti, che però non sciolgono il nodo centrale: quanto di tutto questo si tradurrà in aiuti effettivi e quanto, invece, in contenuti virali? Già lo scorso agosto Simone Perotti, fondatore di Progetto Mediterranea, aveva espresso perplessità: «Nemmeno un pacco di farina arriverà ai palestinesi», osservava, denunciando una logistica sproporzionata rispetto agli esiti concreti. Perché partire da porti lontani come Barcellona? Perché investire somme ingenti in carburante e allestimenti quando esistono canali terrestri più diretti? Interrogativi rimasti senza risposte convincenti. Nel frattempo Open Arms prosegue le sue attività anche con World Central Kitchen, l’organizzazione dello chef José Andrés. La Ong guidata da Òscar Camps gode del sostegno pubblico e finanziario dell’attore americano Richard Gere, già protagonista nel 2019 del braccio di ferro su Lampedusa. Un sostegno che amplifica ulteriormente la visibilità dell’operazione. C’è però un elemento che difficilmente trova spazio nei comunicati ufficiali: il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha accertato legami tra alcune strutture associative orbitanti attorno a queste mobilitazioni e Hamas, adottando misure sanzionatorie formali. Non si tratta di polemiche giornalistiche, ma di atti amministrativi. Secondo le autorità americane, determinati network sono stati utilizzati come strumenti funzionali alla legittimazione e alla propaganda dell’organizzazione jihadista palestinese. In questo contesto, la Global Sumud Flotilla appare meno come un’operazione umanitaria e più come un moltiplicatore narrativo utile alla strategia comunicativa di Hamas. Il dolore a Gaza è reale e documentato. Ma il punto è un altro: queste missioni sono progettate per massimizzare gli aiuti o per massimizzare l’esposizione mediatica? Per consegnare beni essenziali o per produrre immagini simboliche?

Secondo l’esperta di comunicazione Elisa Garfagna, «la Flottiglia 2026 non è una missione umanitaria, ma un set cinematografico galleggiante. La chiave è il Reality-Warfare: produzione di contenuti dove il mare diventa sfondo per TikTok. Ogni attivista è un attore, ogni medico un asset di branding, ogni miglio un’esca per provocare la reazione dell’IDF». Una lettura che descrive l’operazione come una vera e propria «content factory», capace di trasformare ogni tensione in carburante comunicativo. La flottiglia non è solo una spedizione simbolica, ma un tassello di una più ampia strategia di legittimazione politica e narrativa. Una navigazione costruita per generare consenso emotivo e pressione diplomatica, più che per incidere materialmente sulle condizioni della popolazione.Le navi salperanno. Le telecamere saranno pronte. Ma la domanda resta: sulle banchine di Gaza arriveranno davvero aiuti sostanziali o, ancora una volta, soprattutto immagini utili a rafforzare la propaganda di Hamas? La risposta è fin troppo facile.

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