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L’Iran avverte gli USA: «Colpire Khamenei è guerra»

L’Iran avverte gli USA: «Colpire Khamenei è guerra»

Avvertimento di Teheran a Washington mentre continuano proteste, repressione giudiziaria e blackout di Internet.

Il presidente iraniano ha lanciato un avvertimento netto: qualunque azione militare degli Stati Uniti contro l’Iran riceverebbe una «risposta dura», mentre un attacco diretto alla Guida Suprema Ali Khamenei sarebbe considerato «un atto di guerra su vasta scala contro l’intera nazione iraniana». Le parole di Masoud Pezeshkian arrivano in una fase estremamente delicata, mentre la magistratura della Repubblica islamica lascia intendere la possibilità di procedere con nuove esecuzioni nei confronti delle persone arrestate durante i recenti disordini, che sembrano essersi attenuati solo dopo una repressione particolarmente violenta.

Nella giornata di domenica l’accesso limitato a Internet è stato ripristinato per breve tempo in diverse aree del Paese, salvo essere nuovamente interrotto poche ore dopo. La nuova chiusura è coincisa con la diffusione della notizia del licenziamento dell’amministratore delegato di Irancell, il secondo operatore di telefonia mobile iraniano, rimosso dall’incarico per non aver rispettato integralmente gli ordini di blackout. Proprio a causa dell’oscuramento della rete, resta ancora incerta la reale dimensione delle uccisioni avvenute durante le proteste di massa. Le manifestazioni, inizialmente scatenate dal collasso economico, si sono rapidamente trasformate in una mobilitazione politica che chiedeva apertamente la fine del regime. Secondo un’inchiesta del Sunday Times, basata su informazioni raccolte da medici iraniani, oltre 16.500 persone sarebbero state uccise e più di 330.000 ferite nel corso dei disordini.

In un messaggio pubblicato domenica su X, Pezeshkian ha ribadito che «un attacco al grande leader del nostro Paese, la Guida Suprema Ali Khamenei, equivale a una guerra totale con la nazione iraniana», attribuendo agli Stati Uniti e ai loro alleati la responsabilità diretta delle sofferenze economiche e sociali patite dalla popolazione. La presa di posizione del presidente iraniano è giunta il giorno successivo a dichiarazioni particolarmente dure del presidente statunitense Donald Trump, che in un’intervista aveva definito Khamenei «un uomo malato» e sostenuto che «è arrivato il momento di cercare una nuova leadership in Iran». Si è trattato di una delle prime occasioni in cui Trump ha evocato apertamente la fine del potere della Guida Suprema. Nonostante le ripetute minacce di un intervento militare qualora il regime avesse continuato a uccidere i manifestanti, il presidente americano ha tuttavia rinviato qualsiasi azione immediata, limitandosi a rafforzare la presenza militare statunitense nella regione senza chiarire quali opzioni operative restino sul tavolo.

Nel frattempo, secondo Iran International, media vicino all’opposizione, la televisione di Stato iraniana sarebbe stata hackerata domenica, trasmettendo per alcuni minuti messaggi antigovernativi, tra cui un intervento di Reza Pahlavi. Il rapporto riferisce che video delle proteste contro il regime sono apparsi su diversi canali, probabilmente a seguito di un attacco alle trasmissioni satellitari. Nelle immagini, Pahlavi invita gli iraniani a scendere in piazza e sollecita le forze di sicurezza a schierarsi con i manifestanti. Trump ha spiegato la sua prudenza sostenendo che Teheran avrebbe annullato «l’impiccagione di oltre 800 persone», aggiungendo: «Rispetto molto il fatto che abbiano annullato». A queste affermazioni ha fatto però da contrappeso la posizione della magistratura iraniana. Il portavoce Asghar Jahangir ha dichiarato in conferenza stampa che «una serie di azioni è stata qualificata come Mohareb», una delle imputazioni più gravi nel diritto islamico, che equivale a «muovere guerra a Dio» ed è punibile con la morte. «Tutti coloro che hanno avuto un ruolo determinante negli appelli alla violenza, che hanno causato spargimenti di sangue e ingenti danni alle finanze pubbliche, non saranno risparmiati», ha avvertito Jahangir.

Un familiare di Erfan Soltani, manifestante ventiseienne detenuto, ha riferito a Times of Israel che il giovane è in buone condizioni fisiche e ha potuto incontrare i parenti pochi giorni dopo il rinvio della sua esecuzione. Un parente residente all’estero ha spiegato che alla famiglia era stato comunicato che la condanna sarebbe stata eseguita a metà settimana, ma che la procedura è stata sospesa all’ultimo momento all’arrivo dei familiari nel carcere di Karaj, a nord-ovest di Teheran. In un videomessaggio, una parente che si è identificata solo con il nome di Somayeh ha lanciato un appello: «Chiedo a tutti di fare il possibile per garantire la libertà di Erfan».

Sul fronte internazionale, Axios ha rivelato che l’esercito statunitense era in attesa del via libera di Trump per colpire l’Iran già la settimana precedente, ma che il presidente ha deciso di non procedere anche a causa delle pressioni esercitate da Israele e da alcuni alleati arabi. Secondo il sito, inizialmente l’intelligence americana riteneva le proteste insufficienti a mettere in pericolo la sopravvivenza del regime, una valutazione rivista l’8 gennaio, quando manifestazioni di massa hanno investito Teheran e altre grandi città. I primi colloqui ad alto livello su una possibile risposta militare si sono svolti il 9 gennaio, mentre nello stesso periodo il ministro degli Esteri iraniano avrebbe avviato contatti informali per aprire un canale di de-escalation. Il 13 gennaio Trump ha presieduto una riunione cruciale durante la quale gli sono state presentate diverse opzioni di attacco, comprese operazioni navali. Un piano sarebbe stato pronto, ma non formalmente approvato. Nello stesso giorno, il premier israeliano avrebbe espresso forti riserve sulla capacità di Israele di reggere a un’eventuale ritorsione iraniana, mentre anche l’Arabia Saudita avrebbe sollecitato Washington a evitare un’escalation, invocando la stabilità regionale. Le autorità iraniane hanno annunciato la riapertura delle scuole dopo una settimana di chiusura e promesso un ripristino «graduale» dell’accesso a Internet. Tuttavia, gli osservatori indipendenti segnalano che la rete è tornata a essere ampiamente inaccessibile dopo un breve e severamente filtrato ripristino di alcuni servizi. Durante quella finestra, pochi iraniani sono riusciti a fornire aggiornamenti diretti sulla gravità della crisi, prima che l’oscuramento totale delle comunicazioni tornasse a calare sul Paese.

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