Gli Houthi non sono più soltanto la milizia yemenita che per oltre un decennio ha consolidato il proprio potere nell’ovest del Paese. Con una forza stimata attorno ai 350.000 combattenti, il movimento ha trasformato il territorio sotto il proprio controllo in una piattaforma militare dalla quale proiettare la propria capacità offensiva verso il Mar Rosso, una delle arterie commerciali più importanti del pianeta. L’ultima avanzata ha portato i suoi uomini fuori dalle tradizionali roccaforti, consentendo loro di occupare isole e conquistare nuove posizioni sulla costa, compresa la strategica città portuale di Mokha.
Dietro la rapidità dell’offensiva c’è una preparazione durata mesi. Già a metà agosto migliaia di uomini e quantitativi significativi di armamenti erano stati trasferiti nelle aree attorno a Mokha. Una manovra destinata a mettere sotto pressione le vie di rifornimento delle forze avversarie e preparare il terreno all’attacco. A questo si è aggiunto un vantaggio meno visibile ma altrettanto importante: il controllo di una parte delle infrastrutture delle telecomunicazioni yemenite. Gli Houthi lo avrebbero sfruttato per intercettare le comunicazioni nemiche, raccogliere informazioni, diffondere confusione e aumentare la pressione sugli avversari.
L’assedio asimmetrico delle acque strategiche
Sul mare la situazione è ancora più particolare. Il movimento non dispone di una marina convenzionale, ma negli anni ha costruito una capacità offensiva asimmetrica che permette di minacciare navi militari e mercantili senza schierare grandi unità navali. Lungo le coste dello Yemen sono disponibili missili antinave lanciati da terra, droni esplosivi, mine, imbarcazioni veloci armate e mezzi di superficie senza equipaggio. Un insieme di sistemi relativamente economici che può obbligare anche marine tecnologicamente molto più avanzate a mobilitare importanti risorse per proteggere le rotte commerciali.
Il cuore della potenza militare degli Houthi resta però il loro arsenale missilistico. Il gruppo dispone di missili balistici, missili da crociera, sistemi antinave e numerose famiglie di droni. Una parte consistente di questa tecnologia deriva direttamente o indirettamente dall’Iran. Nel tempo gli Houthi hanno sviluppato capacità locali di assemblaggio e modifica, ma per le piattaforme più sofisticate continuano a essere fondamentali tecnologia, componentistica e assistenza esterna. Secondo il Dipartimento della Difesa americano, numerosi sistemi d’arma sarebbero protetti all’interno di strutture sotterranee.
La regia di Teheran e il salto tecnologico dei vettori
La costruzione di questa macchina militare ha subito un’accelerazione a partire dal 2015, quando la Forza Quds, il reparto delle Guardie Rivoluzionarie iraniane responsabile delle operazioni oltreconfine, iniziò a trasferire componenti destinati all’assemblaggio di missili e droni di progettazione iraniana. Non arrivarono soltanto pezzi e materiali. Specialisti iraniani avrebbero contribuito anche alla formazione degli uomini incaricati di costruire, modificare e utilizzare questi sistemi. È stato uno dei passaggi decisivi nella trasformazione degli Houthi da formazione guerrigliera a forza dotata di strumenti capaci di colpire a centinaia di chilometri di distanza.
I risultati si sono visti negli attacchi contro le infrastrutture petrolifere dell’Arabia Saudita, nelle operazioni contro la navigazione del Mar Rosso e nella capacità di mettere sotto pressione anche le forze americane presenti nella regione. Un ruolo centrale è affidato ai velivoli senza pilota. Gli Houthi impiegano frequentemente i Waid, droni kamikaze derivati dagli iraniani Shahed. A questi si affiancano sistemi più avanzati come i Samad, utilizzati contro bersagli in Arabia Saudita, negli Emirati Arabi Uniti e in Israele.
Dai radar avanzati ai traffici marittimi clandestini
Ancora più significativa è la capacità antinave. Gli Houthi sono diventati il primo attore non statale a impiegare missili balistici antinave, adattando queste armi alle condizioni operative del Mar Rosso. Fra i sistemi più conosciuti compare il Sayyad, capace di individuare e seguire unità navali attraverso sistemi di rilevamento radar. Ma alla tradizionale filiera iraniana si è aggiunto un altro elemento: la Cina. Aziende cinesi avrebbero fornito prodotti classificati come beni a duplice uso, cioè componenti utilizzabili tanto nell’industria civile quanto nella produzione di apparati militari. Secondo rapporti delle Nazioni Unite e analisi condotte da esperti di armamenti, alcuni di questi materiali sarebbero particolarmente importanti per la tecnologia impiegata nei droni.
Resta inoltre attiva la rete di contrabbando costruita nel corso degli anni. Per circa un decennio le Guardie Rivoluzionarie hanno utilizzato piccole imbarcazioni tradizionali, i dhow, per far arrivare dall’Iran armi leggere, componenti per droni e parti destinate ai missili. Numerosi carichi sono stati intercettati dalle forze americane e dalle fazioni yemenite contrarie agli Houthi, senza tuttavia interrompere completamente il traffico.
Le rotte non si limiterebbero al collegamento diretto con l’Iran. Secondo le Nazioni Unite, anche Gibuti, sull’altra sponda del Mar Rosso, sarebbe stato utilizzato come punto di transito per materiale militare. Gli Houthi avrebbero inoltre sviluppato un commercio di armi leggere con al-Shabaab, l’organizzazione jihadista somala affiliata ad al-Qaeda.
Il risultato è una rete che attraversa entrambe le sponde del Mar Rosso e alimenta un arsenale nel quale convivono tecnologia iraniana, capacità produttive locali, componentistica commerciale straniera e traffici clandestini. Una combinazione che ha permesso agli Houthi di passare dalla guerriglia yemenita a una forza capace di condizionare la sicurezza di una delle principali rotte marittime mondiali.
