In Corea del Nord ogni dettaglio è un messaggio politico, e nulla viene mostrato senza una funzione. È per questo che, da oltre tre anni, la crescente visibilità della figlia di Kim Jong-un non è stata accolta come una semplice curiosità, ma come un indizio da decifrare. Il suo volto accanto al padre durante i test missilistici, le visite ai siti militari, le ispezioni agricole, le apparizioni al Kumsusan Palace of the Sun — il mausoleo dei corpi imbalsamati di Kim Il-sung e Kim Jong-il, il luogo più sacro della Corea del Nord — hanno alimentato un dibattito che non si placa. La domanda è semplice: questa ragazza è già, in qualche modo, parte della linea di successione? Oppure è un’immagine costruita per il regime, un’icona destinata a sostenere la narrativa del potere senza mai entrare davvero nel suo cuore?
Il recente articolo apparso su Kunroja, la rivista politica interna del Partito dei Lavoratori, ha aggiunto benzina al fuoco. Parlava apertamente — fatto rarissimo — della necessità di affrontare il tema della successione mentre il leader è ancora vivo. Una formulazione che in qualsiasi altro luogo sembrerebbe ovvia, ma che in Corea del Nord è rivoluzionaria, perché la storia della dinastia Kim si fonda su una mitologia dell’immediatezza, sulla presentazione improvvisa dell’erede, sempre all’ultimo minuto.
Iconografia del potere: la figlia come immagine del regime, tra Dior, mitologia rossa e rituali confuciani
In Corea del Nord il potere non parla: appare. La politica è fotografia, la leadership è coreografia, la dinastia è un quadro vivente che si aggiorna ogni volta che Pyongyang rilascia un’immagine. È una tradizione che resiste da tre generazioni: i Kim non governano solo attraverso decreti, ma attraverso un’estetica codificata, rituale, che definisce ruoli, gerarchie e destini. In questo schema, la figlia di Kim Jong-un non è mai stata presentata come una semplice adolescente, ma come una figura in costruzione: un personaggio che deve esistere prima nell’immagine e solo molto più tardi, eventualmente, nella realtà politica.
La sua trasformazione visiva è stata tanto rapida quanto calcolata. La bambina che nel novembre 2022 compariva in un piumino bianco — riconosciuto dagli osservatori come sorprendentemente simile a un modello Dior per bambini, senza che il regime abbia mai confermato o smentito — è diventata in poco tempo un’entità diversa: cappotti neri dalle linee severe, lunghezze studiate, sobrietà cromatica, nessuna concessione all’infanzia o a un’estetica femminile tradizionale. Quel piumino, in un Paese dove il lusso occidentale è proibito dalle sanzioni, non è un dettaglio di costume: è un segno. Non di apertura, ma di appropriazione. Come se il potere nordcoreano volesse dire che può prendere i simboli dell’élite globale e piegarli alla propria narrativa, trasformandoli in prova di un prestigio dinastico che non risponde a nessuno.
Da quel momento, l’immagine della ragazza entra nel sistema iconografico più rigido del Paese: quello della dinastia. Lì, l’abito è funzione del ruolo, il colore è gerarchia, la postura è messaggio. Non c’è spazio per la spontaneità né per la moda in senso occidentale: esiste solo l’estetica del potere. La figlia di Kim Jong-un non viene educata a piacere, ma a resistere allo sguardo, a incarnare un destino possibile. In alcune immagini la si vede persino avanzare un mezzo passo davanti al padre: un gesto impercettibile per chi guarda da lontano, ma enorme per chi conosce la rigidità gerarchica confuciana della penisola. Nessuno precede il leader. Nessuno. Se avviene, significa che qualcuno ha deciso che debba avvenire.
È il modo in cui la Corea del Nord costruisce i suoi miti. Kim Il-sung fu il “Sole”; Kim Jong-il, il “Giovane Generale”; Kim Jong-un, il “Leader Prodige”. Ora, testimonianze di disertori citate dagli studiosi parlano di una nuova narrazione che descrive la ragazza come “genio del computer”, una mente brillante legata allo sviluppo tecnologico e militare del Paese. Non è ancora una successione. Non è ancora una definizione. È un seme. E quando un seme entra nella propaganda nordcoreana, raramente viene abbandonato.
Erede possibile, icona probabile
Lee Sung-yoon, del Sejong Institute, è convinto che il processo sia già iniziato: frequenza, postura, luoghi — tutto suggerisce un percorso dinastico. Yang Uk, dell’Asan Institute, non è d’accordo: ricorda che Kim Jong-un apparve per la prima volta solo nel 2010, un anno prima della morte del padre. Mostrare una possibile erede così presto, dice, sarebbe contrario alla logica del regime, che evita di costruire figure troppo riconoscibili per non indebolirle politicamente.
La questione di genere pesa: la Corea del Nord resta una società militarizzata, patriarcale, e la leadership è stata storicamente associata alla crudeltà necessaria a governare. Kim Jong-un lo dimostrò eliminando lo zio Jang Song-thaek e lasciando che il fratellastro Kim Jong-nam fosse assassinato all’estero: gesti che nessuno immagina, oggi, associati all’idea di una giovane erede.
Tra misteri, figli invisibili e nomi mancanti
Nemmeno il suo nome è certo: “Kim Ju-ae” è la versione occidentale, derivata dalla memoria incerta di Dennis Rodman, che non parla coreano. Nei media di Stato è “la figlia amata dal leader”, nulla di più. Anche la questione dei fratelli resta nebulosa: forse esiste un figlio, forse no. In Corea del Nord l’assenza di informazioni è una forma avanzata di gestione del potere.
La sola certezza: la successione è entrata nel discorso politico
Il punto cruciale è proprio questo. Il regime ha dichiarato la successione un “compito centrale” mentre il leader è ancora vivo. In Corea del Nord, un’affermazione del genere non è un dettaglio: è una dichiarazione di fase. Che la ragazza sia l’erede o solo un’icona, la sua immagine non è casuale. È una costruzione, un frammento di futuro, un possibile inizio. E in un Paese dove la storia non si annuncia: si mostra, è già molto.
