Un rapporto d’intelligence reso noto da Kan News getta nuova luce sul sostegno riservato che il Qatar avrebbe garantito all’Iran per attenuare gli effetti delle sanzioni internazionali. Le rivelazioni emergono mentre Washington e Doha starebbero lavorando a un meccanismo destinato a consentire a Teheran l’accesso a una parte dei propri fondi congelati all’estero nell’ambito del nuovo accordo che ha posto fine alle ostilità e portato alla riapertura dello Stretto di Hormuz. Il dossier, elaborato recentemente da un servizio informativo straniero, descrive Doha come uno dei principali snodi attraverso cui la Repubblica Islamica avrebbe consolidato la propria economia, ampliato i rapporti commerciali e rafforzato le proprie capacità militari dopo l’uscita degli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare nel 2018 e, successivamente, nel contesto seguito agli attacchi del 7 ottobre. Secondo quanto riportato nel documento, a partire dal 2018 il Qatar avrebbe intensificato la cooperazione commerciale con l’Iran, sviluppando nuove rotte marittime che avrebbero favorito una marcata crescita dell’interscambio tra i due Paesi. Allo stesso tempo si sarebbe rafforzata anche la collaborazione nel comparto energetico, culminata in un’intesa destinata a consentire la fornitura di energia elettrica iraniana al mercato qatariota.
Alla caccia dei fondi bloccati
L’analisi attribuisce inoltre a Doha un ruolo determinante nei tentativi di liberare risorse finanziarie appartenenti all’Iran. Tra le somme oggetto delle trattative con Washington figurano circa sei miliardi di dollari custoditi in Qatar. Il rapporto sostiene che un accordo tra i vertici delle rispettive banche centrali per consentire l’accesso a tali fondi fosse stato raggiunto già nell’ottobre 2024, ma che l’operazione fosse stata successivamente bloccata dagli Stati Uniti. Secondo gli estensori del documento, quelle risorse rischierebbero di essere impiegate per sostenere attività terroristiche piuttosto che programmi di sviluppo economico. Le risorse finanziarie in questione derivano in larga parte dalle esportazioni petrolifere iraniane e risultano congelate in diversi Paesi a causa delle sanzioni internazionali. Una quota significativa è custodita in Stati come Cina, India, Iraq e Qatar, dove i proventi delle vendite di greggio sono rimasti bloccati per anni senza che Teheran potesse disporne liberamente. La vicenda dei sei miliardi di dollari detenuti a Doha risale al 2023, quando l’amministrazione Biden autorizzò una deroga alle sanzioni che consentì il trasferimento di fondi iraniani dalla Corea del Sud al Qatar. L’operazione faceva parte di un accordo che portò alla liberazione di cinque cittadini statunitensi detenuti dalla Repubblica Islamica. Le somme, provenienti dalla vendita di petrolio iraniano a Seul, avrebbero dovuto essere utilizzate esclusivamente per l’acquisto di beni umanitari. Dopo gli attacchi del 7 ottobre 2023 contro Israele da parte di Hamas, organizzazione sostenuta dall’Iran, Washington decise tuttavia di congelare nuovamente quelle risorse, lasciandole sotto controllo qatariota.
Lo sblocco dei primi 100 miliardi dollari
Proprio sul tema dei fondi congelati si starebbe sviluppando una nuova iniziativa diplomatica. Secondo fonti informate, Stati Uniti e Qatar stanno definendo un piano che permetterebbe a Teheran di utilizzare parte dei circa 100 miliardi di dollari di beni iraniani bloccati nel mondo. Il primo passo riguarderebbe proprio i sei miliardi custoditi a Doha. Il meccanismo allo studio consentirebbe alla banca centrale iraniana di utilizzare tali risorse esclusivamente per acquistare alimenti, medicinali e altri prodotti essenziali attraverso una procedura monitorata dal Qatar e autorizzata dagli Stati Uniti. Secondo alcune fonti, questo modello potrebbe diventare il riferimento per la gestione di ulteriori fondi iraniani congelati all’estero e rappresentare il primo tassello di un più ampio processo che Teheran spera possa portare allo sblocco di almeno 24 miliardi di dollari nel breve periodo. L’Iran non avrebbe ancora espresso un consenso definitivo alla proposta, che dovrebbe essere discussa nei prossimi mesi nell’ambito dei negoziati sul nucleare tra Washington e Teheran. I colloqui per definire il possibile sblocco delle risorse avrebbero preso slancio alla fine di maggio, quando una delegazione iraniana guidata dal presidente del Parlamento e negoziatore Mohammad Bagher Ghalibaf si è recata a Doha per discutere i dettagli tecnici dell’operazione. Secondo fonti vicine ai negoziati, questi incontri avrebbero contribuito a rilanciare il dialogo e a preparare il terreno per il memorandum d’intesa oggi in fase di definizione. Per Teheran, l’accesso a valuta estera rappresenta una necessità sempre più urgente. L’economia iraniana continua infatti a essere colpita da un’inflazione elevata, dalla svalutazione della moneta nazionale e dalle difficoltà nel finanziare importazioni strategiche. Sebbene l’eventuale accesso ai fondi congelati possa offrire un sollievo immediato, molti analisti ritengono che una vera ripresa economica richiederebbe un allentamento molto più ampio delle sanzioni internazionali.
La ripresa delle esportazioni petrolifere iraniane
Washington, tuttavia, sembra orientata verso un approccio graduale. Secondo fonti dell’amministrazione americana, l’Iran potrebbe ottenere l’accesso ai fondi congelati soltanto a fronte del rispetto degli impegni previsti dal memorandum d’intesa e di ulteriori passi considerati positivi dagli Stati Uniti, tra cui possibili concessioni sul programma nucleare e la gestione delle scorte di uranio arricchito. L’accordo discusso tra Washington e Doha si aggiungerebbe inoltre alla decisione americana di consentire la ripresa delle esportazioni petrolifere iraniane previste dal nuovo quadro negoziale. In entrambi i casi, sarebbe necessaria una sospensione delle sanzioni e il rilascio delle autorizzazioni indispensabili per consentire le transazioni finanziarie. Oltre agli aspetti economici e finanziari, il dossier evidenzia anche presunti contributi qatarioti al potenziamento delle capacità militari iraniane. Citando dati ufficiali del Consiglio nazionale di pianificazione del Qatar, il rapporto segnala un flusso regolare verso l’Iran di materiali classificati come “dual use”, cioè suscettibili di impiego sia civile sia militare. Tra i prodotti indicati figurano lubrificanti e sostanze utilizzabili nella produzione di combustibili per missili, esplosivi e sistemi navali, oltre a quantitativi considerati anomali di materiali che potrebbero essere impiegati nella realizzazione di propellenti per razzi e velivoli senza pilota. Il documento fa inoltre riferimento all’esportazione di barre e profilati in alluminio, potenzialmente impiegabili nelle strutture dei droni, nonché di motori a combustione interna e altri componenti che potrebbero trovare applicazione diretta nella produzione di aeromobili senza equipaggio. Per gli analisti favorevoli all’intesa, l’accesso limitato ai fondi congelati rappresenterebbe uno strumento utile a favorire la stabilizzazione economica dell’Iran e a sostenere il processo di de-escalation regionale. I critici, al contrario, sostengono che qualsiasi allentamento delle restrizioni finanziarie rischi di fornire a Teheran un vantaggio economico significativo prima che il regime abbia accettato limitazioni concrete al proprio programma nucleare. Nelle conclusioni, il rapporto afferma che le attività attribuite al Qatar costituirebbero una minaccia per gli interessi strategici e di sicurezza degli Stati Uniti, di Israele e di numerosi Paesi arabi della regione. Per questo motivo raccomanda l’adozione di misure specifiche volte a limitare e contrastare tali operazioni. Le accuse contenute nel documento si intrecciano così con il dibattito in corso a Washington sulla possibilità di sbloccare parte delle risorse finanziarie iraniane, una scelta che continua a dividere sostenitori e oppositori della nuova fase negoziale con la Repubblica Islamica.
