Il blocco navale americano e il calo delle scorte destinate alla Cina comprimono gli incassi petroliferi di Teheran. Cresce la pressione sull’economia, ma resta incerto un cedimento nei negoziati. Gli incassi ottenuti dall’Iran attraverso la vendita di greggio all’estero si stanno rapidamente riducendo. A pesare sono lo sbarramento marittimo americano, che impedisce alle spedizioni di uscire dal Golfo Persico, e il progressivo esaurimento delle riserve galleggianti destinate soprattutto al mercato cinese. Questa situazione aggrava le difficoltà economiche di Teheran. Stando alle rilevazioni di Kpler, azienda che analizza il traffico navale, nessuna spedizione petrolifera iraniana è riuscita a superare la barriera ristabilita dalla flotta statunitense verso la metà di luglio. Le operazioni d’imbarco proseguono su scala limitata, ma le navi cariche restano confinate nelle acque del Golfo. Nel frattempo, le disponibilità di petrolio iraniano custodite sulle imbarcazioni già oltre il perimetro sorvegliato sono passate da circa 90 milioni di barili a metà luglio a circa 29 milioni. Queste riserve continuano ad assicurare introiti al Paese, ma Kpler ritiene che possano terminare il mese successivo. Anche i rappresentanti delle società energetiche del Golfo, che esaminano gli approvvigionamenti della clientela prima di stabilire i listini mensili, segnalano una presenza ridotta di spedizioni provenienti dall’Iran. Dopo sei mesi di conflitto, le difficoltà del comparto energetico stanno sottraendo al Paese la sua maggiore risorsa di moneta internazionale. Contemporaneamente, il rial perde valore, i prezzi aumentano rapidamente e la recessione si approfondisce. Questa evoluzione mette alla prova la strategia americana, fondata sull’idea che un deterioramento delle condizioni economiche induca la leadership iraniana ad accettare compromessi. Secondo osservatori e rappresentanti istituzionali della regione, tuttavia, la pressione potrebbe alimentare nuove reazioni militari. Sabato le forze americane hanno attaccato tre navi cisterna iraniane, dopo il lancio di missili balistici contro due unità della flotta statunitense, una delle quali era una portaerei.
Fino a dove vogliono arrivare gli ayatollah?
Al Wall Street Journal Hamad Hussain, economista di Capital Economics, ha affermato che « la questione decisiva riguarda la quantità di sacrifici economici che le autorità iraniane sono pronte ad accettare pur di perseguire le proprie ambizioni strategiche e belliche».Venerdì il responsabile del Tesoro americano, Scott Bessent, ha celebrato gli effetti della pressione finanziaria attraverso un messaggio su X. Il contenuto era accompagnato da un’illustrazione ispirata al film Lo squalo, nella quale il predatore attaccava un diagramma raffigurante la discesa delle vendite petrolifere iraniane e del valore della moneta nazionale. Normalmente, il petrolio garantisce all’incirca un terzo delle risorse del bilancio pubblico dell’Iran. Una parte dei proventi sostiene inoltre direttamente l’apparato militare. Secondo il Tesoro degli Stati Uniti, le strutture della difesa, inclusi i Guardiani della Rivoluzione, utilizzano imprese apposite e circuiti navali non trasparenti per commercializzare greggio e ottenere finanziamenti aggiuntivi. Le statistiche di Kpler indicano che in agosto sono stati imbarcati nel Golfo Persico circa 255.000 barili quotidiani, con una flessione dell’85% rispetto ai livelli medi registrati fra febbraio e aprile. Il petrolio caricato recentemente non ha però raggiunto i compratori, poiché resta all’interno dell’area sottoposta allo sbarramento. I negoziati per interrompere le ostilità avevano prodotto, a metà giugno, un’intesa preliminare fra Washington e Teheran. L’accordo contemplava una sospensione del blocco per alcune settimane, consentendo all’Iran di trasferire all’estero consistenti quantitativi di greggio da consegnare successivamente. Sono quelle disponibilità a generare ancora una parte degli incassi. Il ministro iraniano del Petrolio, Mohsen Paknejad, ha spiegato venerdì che le attività commerciali e le consegne agli acquirenti si sono svolte a migliaia di chilometri dalle acque del Golfo Persico e del Mar d’Oman. Anche questo sostegno, tuttavia, si sta consumando. Secondo le proiezioni di Kpler, mantenendo consegne vicine a un milione di barili quotidiani, indirizzate prevalentemente alla Cina, le riserve trasportate via mare potrebbero terminare entro la metà di ottobre. Gli ultimi versamenti relativi alle forniture già ricevute arriverebbero presumibilmente entro metà dicembre.Persino la riscossione di tali somme rischia di incontrare ostacoli crescenti. Le nuove misure restrittive americane colpiscono infatti gli istituti bancari e gli intermediari che permettono di regolare gli scambi con l’Iran. Fonti del comparto energetico regionale riferiscono che una parte della domanda cinese si sta orientando verso Arabia Saudita, Iraq ed Emirati Arabi Uniti. La minore disponibilità del greggio iraniano lo rende, in determinate circostanze, più oneroso per le raffinerie rispetto alle alternative. Baghdad ha proposto ribassi prossimi a 30 dollari per barile su alcune tipologie di petrolio, mentre lunedì il Brent quotava intorno ai 97 dollari.
L’impossibilità di esportare sta obbligando Teheran anche a limitare l’estrazione
Homayoun Falakshahi, responsabile delle analisi sul greggio di Kpler, osserva che le giacenze non sono cresciute sensibilmente: un indizio del fatto che la produzione sarebbe stata avvicinata ai consumi nazionali. Prende così forma l’ipotesi formulata dagli analisti durante il primo blocco primaverile, quando avevano previsto tagli estrattivi per impedire la saturazione degli impianti di stoccaggio.I collegamenti terrestri non rappresentano un’alternativa sufficiente. Camion e ferrovie possono movimentare quantitativi modesti rispetto alle petroliere; inoltre, il Paese non possiede carri ferroviari idonei al trasporto di petrolio e combustibili lavorati. Falakshahi valuta in circa 40.000 barili quotidiani il massimo trasferibile su strada, contro esportazioni che prima della guerra sfioravano i due milioni al giorno. Le conseguenze coinvolgono anche l’industria petrolchimica, seconda fonte iraniana di divise straniere dopo il greggio. Fortemente legata ai collegamenti marittimi, ad agosto registrava, secondo Kpler, quantitativi imbarcati inferiori di circa due terzi rispetto all’avvio del 2026.Gli altri esportatori della regione hanno invece conservato volumi rilevanti durante le ostilità. Le forze statunitensi hanno accompagnato i convogli nello Stretto di Hormuz, mentre sauditi ed emiratini hanno incrementato l’utilizzo delle condotte che permettono di evitare quel passaggio.La diminuzione delle vendite iraniane all’estero accentua gli squilibri di un’economia nella quale il rincaro ufficiale dei prezzi supera l’80% annuo. Il Fondo monetario internazionale stima per quest’anno una riduzione dell’attività economica del 5,4%, la più marcata dal 1980. La scarsità di entrate internazionali limita la capacità delle autorità di difendere la valuta nazionale e finanziare gli acquisti dall’estero, incluse le forniture necessarie agli stabilimenti industriali. Ne derivano maggiori costi d’importazione e ulteriori spinte inflazionistiche. Secondo Hussain, dall’annuncio della campagna economica di Trump in agosto, il rial si è deprezzato di quasi il 15% nei confronti del dollaro.
Gli scambi con l’estero, comunque, non si sono arrestati completamente. Le fonti d’informazione iraniane riportano esportazioni di merci non petrolifere per quasi 15 miliardi di dollari fra metà marzo e metà agosto, un ammontare comunque inferiore a quello dell’anno precedente.Anche un importante canale commerciale si è però fortemente ridimensionato. Secondo persone informate sui fatti, gran parte delle operazioni ufficiali attraverso gli Emirati si è fermata dopo che il governo emiratino ha annunciato, il mese scorso, la sospensione dei rapporti economici e finanziari con Teheran. Alcune attività proseguono mediante società di copertura. Altri flussi vengono reindirizzati verso Turchia, Iraq, Oman e Pakistan, con un conseguente aumento delle spese e dei tempi necessari. Gli osservatori e i funzionari della regione non individuano, per ora, elementi che facciano prevedere un immediato cedimento iraniano sotto la pressione economica. Rappresentanti sauditi sostengono anzi che Teheran abbia intensificato l’invio di armamenti, personale e assistenza informativa agli Houthi yemeniti. Questo sostegno accrescerebbe i pericoli per il traffico navale e le infrastrutture saudite, esponendo a nuove tensioni un altro passaggio strategico delle rotte commerciali. Ellie Geranmayeh, specialista di questioni iraniane presso l’European Council on Foreign Relations, ritiene che l’iniziativa americana avrà pesanti ripercussioni sulle condizioni di vita delle famiglie. Rimane però scettica sulla possibilità che tali difficoltà inducano Teheran ad arrendersi durante i negoziati: a suo giudizio, gli elementi disponibili indicano una probabile prosecuzione della resistenza da parte delle autorità iraniane.
