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Iran, almeno 12 mila morti nelle proteste: il bivio di Trump tra guerra e negoziati

Iran, almeno 12 mila morti nelle proteste: il bivio di Trump tra guerra e negoziati

Almeno 12.000 morti nelle proteste in Iran secondo Iran International. Repressione senza precedenti mentre Trump valuta tra diplomazia e azioni militari

Almeno 12.000 persone sarebbero state uccise finora durante le proteste in corso in Iran, concentrate soprattutto nell’arco di due notti consecutive. È la conclusione a cui è giunta Iran International al termine di quello che l’emittente definisce un lungo e articolato processo di verifica, basato sull’incrocio di resoconti e prove provenienti da una pluralità di fonti, interne ed esterne al Paese. Secondo quanto riportato, la stima è stata elaborata analizzando informazioni fornite da soggetti descritti come vicini al Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniano e all’ufficio presidenziale, oltre a testimonianze attribuite a membri del Corpo delle Guardie rivoluzionarie islamiche operativi in diverse città. A queste si aggiungono i racconti di testimoni oculari, familiari delle vittime, personale sanitario e dati collegati alle strutture ospedaliere. Il rapporto indica che la fase più cruenta si è consumata tra giovedì e venerdì, definiti come i giorni più sanguinosi dall’inizio delle proteste. Gli eventi vengono descritti come senza precedenti nella storia contemporanea dell’Iran per ampiezza, diffusione geografica e livello di violenza. Le vittime, secondo l’emittente, sarebbero in larga parte civili, molti dei quali con meno di trent’anni. In base alle informazioni raccolte, le uccisioni sarebbero state provocate principalmente da forze riconducibili alle Guardie rivoluzionarie e ai Basij. L’operazione repressiva, sempre secondo Iran International, sarebbe stata pianificata e attuata seguendo le direttive dei vertici del sistema iraniano, con il coinvolgimento diretto di istituzioni statali di primo piano. Il dossier sottolinea inoltre come i blackout della rete internet, le restrizioni alle comunicazioni e la sospensione della maggior parte dei media nazionali abbiano ostacolato la verifica indipendente dei fatti e rallentato la diffusione dei dati. Il numero attuale, viene precisato, rifletterebbe una stima iniziale elaborata dagli stessi apparati di sicurezza iraniani e potrebbe essere rivisto con l’emergere di ulteriore documentazione. Sul piano internazionale, la crisi interna iraniana si intreccia con il confronto aperto con Washington.

Secondo funzionari statunitensi, la Casa Bianca starebbe valutando un’ultima proposta di Teheran per aprire un canale diplomatico, alternativa a una stretta sul programma nucleare. Tuttavia, il presidente Donald Trump apparirebbe al momento incline ad autorizzare nuove azioni militari contro l’Iran. All’interno dell’amministrazione, alcuni esponenti di primo piano, guidati dal vicepresidente JD Vance, starebbero spingendo per tentare la via diplomatica prima di qualsiasi ritorsione, alla luce della repressione che ha accompagnato una rivolta durata due settimane, alimentata dalla crisi economica e dalla durezza del regime. Parlando ai giornalisti a bordo dell’Air Force One, Trump ha confermato che Teheran avrebbe inviato un messaggio a Washington dichiarandosi disponibile ad avviare negoziati sul suo programma nucleare. «Si sta organizzando un incontro», ha detto il presidente, precisando però che gli Stati Uniti stanno ancora valutando «opzioni molto forti» da poter mettere in campo prima di eventuali colloqui.

Dopo la pubblicazione di un articolo del Wall Street Journal, un portavoce di Vance ha riferito che il vicepresidente e il segretario di Stato Marco Rubio stanno sottoponendo al presidente una gamma di opzioni che spaziano dalla diplomazia ad azioni militari. Trump, riferiscono le stesse fonti, non avrebbe ancora preso una decisione definitiva e dovrebbe riunire i suoi principali collaboratori per definire la linea da seguire. Tra le ipotesi allo studio figurano attacchi militari contro obiettivi del regime, operazioni cibernetiche, nuove sanzioni e il rafforzamento delle attività online di sostegno all’opposizione. Alcuni funzionari temono però che un intervento armato possa rafforzare la narrativa di Teheran, secondo cui Stati Uniti e Israele sarebbero dietro le proteste.Da parte iraniana, le autorità hanno avvertito che un’azione militare statunitense potrebbe innescare ritorsioni contro le forze americane nella regione. Pur avendo subito un ridimensionamento delle capacità missilistiche a lungo raggio negli attacchi dell’anno scorso, l’Iran disporrebbe ancora di un consistente arsenale di missili a corto raggio in grado di colpire l’area orientale della Penisola Arabica. Lunedì il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha dichiarato che Teheran è «pronta per i negoziati», a condizione che siano «equi e basati sul rispetto reciproco», avvertendo però che, in assenza di colloqui, il Paese è «pienamente preparato alla guerra». Araghchi ha anche confermato di aver contattato l’inviato speciale statunitense Steve Witkoff per sollecitare incontri con l’amministrazione americana. A Washington, tuttavia, restano forti dubbi sulla reale disponibilità dell’Iran a rinunciare al proprio programma nucleare. Secondo alcuni consiglieri, Teheran potrebbe usare i negoziati per guadagnare tempo e scongiurare nuovi attacchi, preservando al contempo la propria legittimità mentre il Paese è attraversato da disordini senza precedenti. Trump si trova così di fronte a un bivio: colpire per dimostrare coerenza con le sue minacce, con il rischio di un’escalation regionale, oppure attendere l’evoluzione delle proteste e sfruttare l’indebolimento del regime per tentare un accordo meno rischioso.

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