Il governo della Repubblica Democratica del Congo ha reso noto all’inizio della settimana l’avvio di una nuova forza paramilitare destinata alla tutela del comparto estrattivo nazionale, pilastro dell’economia e sempre più al centro delle dinamiche geopolitiche internazionali. L’iniziativa, sostenuta da capitali provenienti da Stati Uniti ed Emirati Arabi Uniti, si inserisce nella strategia di Washington per consolidare l’accesso alle materie prime critiche, in un quadro segnato da equilibri precari nell’est del Paese. Secondo l’Ispettorato generale delle miniere, il dispiegamento sarà graduale. Una prima unità, composta da circa 2.500-3.000 uomini, dovrebbe entrare in funzione entro dicembre, dopo sei mesi di addestramento svolto insieme alle forze armate regolari. Il piano prevede un ampliamento rilevante: entro il 2028 il contingente dovrebbe superare le 20.000 unità, distribuite nelle 22 province minerarie, con l’obiettivo di rafforzare la presenza dello Stato e rilanciare la fiducia degli investitori. Il progetto, dal valore di circa 100 milioni di dollari, è sostenuto da una cooperazione con Washington e Abu Dhabi.
Una forza paramilitare per blindare il Coltan
Il Congo si conferma uno dei principali snodi globali per l’approvvigionamento di coltan, dal quale si estrae il tantalio, materiale indispensabile per l’industria elettronica e aerospaziale. Il sottosuolo congolese ospita inoltre ingenti riserve di terre rare e altri minerali strategici, fondamentali per batterie, tecnologie verdi, sistemi militari avanzati e per l’intera transizione energetica. È su queste risorse che si concentra la competizione tra le grandi potenze, con gli Stati Uniti impegnati a ridurre la dipendenza dalle catene di approvvigionamento controllate dalla Cina. Tuttavia, nonostante l’enorme ricchezza mineraria, il Paese resta segnato da instabilità strutturale e traffici illegali, soprattutto nelle regioni orientali, da anni teatro di scontri tra esercito e gruppi armati sostenuti dal Ruanda. Il bilancio è pesante: migliaia di morti e centinaia di migliaia di sfollati. In questo contesto, Washington ha imposto sanzioni contro esponenti militari e politici ruandesi accusati di appoggiare i miliziani dell’M23.
L’ombra dell’M23 sulle rotte del tantalio
Il Movimento del 23 marzo, fondato nel 2012 come scissione del «Congrès national pour la défense du prende», deve il proprio nome all’accordo di pace del 2009 che, secondo i ribelli, non è mai stato realmente applicato. Composto in gran parte da combattenti tutsi e guidato da figure come Sultani Makenga, il gruppo è stato protagonista di offensive decisive nel Nord Kivu, arrivando nel 2012 a conquistare la città strategica di Goma. Dopo una fase di arretramento, l’M23 è tornato operativo dal 2021, occupando nuovi territori e mettendo sotto pressione l’esercito congolese. Diversi rapporti delle Nazioni Unite indicano un presunto sostegno del Ruanda, accusa respinta da Kigali ma che continua ad alimentare le tensioni regionali. Sul piano interno cresce intanto il dissenso verso l’intesa mineraria con Washington, mentre le autorità congolesi difendono la linea adottata. «L’obiettivo è ripulire l’intero settore, eliminando le opacità e rafforzando trasparenza e tracciabilità», ha spiegato l’ispettore generale delle miniere, Rafael Kabengele. La nuova forza paramilitare sarà progressivamente incaricata di sostituire l’esercito nelle attività di sicurezza legate alle miniere: dalla protezione dei siti estrattivi alla scorta dei convogli fino alle frontiere, oltre alla salvaguardia degli investimenti esteri.
Il paradosso di un business da 24 trilioni di dollari
La competizione si gioca anche sul piano industriale. Dopo l’accordo firmato lo scorso anno tra Congo e Stati Uniti, la società Virtus Minerals ha rilevato la compagnia Chemaf, attiva nell’estrazione di rame e cobalto. Altri operatori occidentali stanno valutando nuovi investimenti, anche in aree sensibili influenzate dai gruppi armati. La Repubblica Democratica del Congo possiede uno dei patrimoni minerari più vasti al mondo, con una stima che arriva fino a 24 trilioni di dollari. Un valore che rende il Paese un nodo strategico nella competizione globale per le materie prime, soprattutto nell’era della transizione energetica e delle tecnologie avanzate. Nel suo sottosuolo si concentrano risorse decisive: oltre il 60-70% del cobalto mondiale, circa il 70% delle riserve di coltan, oltre a grandi quantità di rame, diamanti, oro e litio. Eppure, a fronte di questo potenziale, il Paese resta tra i più poveri al mondo. Il settore minerario rappresenta oltre il 95% delle esportazioni, ma una quota rilevante dei proventi sfugge ai conti pubblici tra corruzione, contrabbando e gestione poco trasparente delle concessioni. Ne deriva un paradosso evidente: una nazione potenzialmente ricchissima che fatica a trasformare le proprie risorse in sviluppo diffuso. Secondo i dati dell’US Geological Survey, nel 2023 il Congo ha garantito circa il 40% della produzione globale di coltan. Più del 15% del tantalio mondiale proviene dalle miniere di Rubaya, situate in aree orientali sotto controllo ribelle. È proprio la contesa su queste risorse — tra coltan, oro e terre rare — uno dei principali fattori del conflitto. Nonostante un accordo di pace mediato dagli Stati Uniti tra Kinshasa e Kigali, le ostilità non si sono arrestate. I colloqui tra il governo congolese e i terroristi dell’M23 proseguono, ma sul terreno gli scontri continuano in diverse zone, confermando quanto resti fragile il percorso verso una stabilizzazione duratura.
