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Hamas guarda alle urne per restare al potere e mettere le mani sulla ricostruzione di Gaza

Hamas guarda alle urne per restare al potere e mettere le mani sulla ricostruzione di Gaza
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Hamas prepara il ritorno alle urne senza offrire garanzie sul disarmo. In gioco non c’è soltanto il futuro politico palestinese, ma anche il controllo della Striscia e dei miliardi destinati alla sua ricostruzione.

Hamas non ha alcuna intenzione di uscire di scena. Mentre continua a non offrire garanzie concrete sul proprio disarmo, l’organizzazione prepara infatti il ritorno nella competizione elettorale palestinese. L’obiettivo appare più ampio della semplice sopravvivenza politica: conservare un ruolo decisivo nella Striscia di Gaza e condizionare la gestione degli ingenti finanziamenti internazionali attesi per la ricostruzione. Hussam Badran, esponente di primo piano dell’ufficio politico di Hamas, ha annunciato ad Al-Aqsa TV che il movimento intende partecipare alle prossime elezioni legislative dell’Autorità Nazionale Palestinese. La strategia dichiarata consiste nel presentarsi all’interno di una coalizione quanto più estesa possibile, cercando l’intesa con altre fazioni palestinesi. Secondo Badran, l’accesso alla competizione non dovrebbe essere subordinato all’accettazione di particolari condizioni politiche o di un programma condiviso. Una posizione che permetterebbe ad Hamas di concorrere senza rinunciare preventivamente alle proprie strutture armate, senza riconoscere necessariamente gli accordi sottoscritti dall’ANP e senza chiarire quale futuro immagini per il proprio apparato militare. Il dirigente ha sostenuto che la Commissione elettorale centrale e gli organismi giudiziari palestinesi dovrebbero garantire agli elettori la libertà di scegliere fra programmi differenti. Ha quindi presentato il voto come un’“opportunità storica” per superare l’attuale equilibrio politico e interrompere quello che Hamas considera il monopolio decisionale esercitato per vent’anni da Fatah, il movimento del presidente Mahmoud Abbas.

Dietro la rivendicazione del pluralismo emerge però una precisa battaglia per il potere. Hamas punta a trasformare il consenso ottenuto nelle urne in una nuova legittimazione istituzionale, mentre continua a mantenere uomini, strutture e capacità coercitive. Le elezioni potrebbero così diventare lo strumento attraverso il quale il movimento tenta di consolidare politicamente un controllo conquistato e difeso anche con le armi.Badran ha accusato la dirigenza di Ramallah di avere fissato unilateralmente calendario e regole della consultazione, senza raggiungere prima un’intesa approfondita fra le fazioni. A suo giudizio, un simile consenso avrebbe invece preceduto sia il voto del 2006 sia il tentativo elettorale del 2021, successivamente cancellato. L’esponente di Hamas ha inoltre rivendicato il diritto dei palestinesi a eleggere i propri rappresentanti tanto nel parlamento dell’ANP quanto nel Consiglio Nazionale Palestinese, indicato come il principale organismo rappresentativo dell’intero popolo palestinese.

Il calendario stabilito da Abbas prevede le elezioni legislative il 28 novembre 2026. Dovrebbero seguire la convocazione del Consiglio nazionale e, nel 2027, le presidenziali. Il presidente dell’ANP, oggi novantenne, venne eletto nel 2005 per un mandato di quattro anni formalmente terminato nel 2009.L’immobilismo istituzionale dura da quasi vent’anni. Le ultime elezioni legislative risalgono al 2006 e furono vinte da Hamas. L’anno seguente, dopo violenti scontri con Fatah, il movimento islamista prese il controllo della Striscia di Gaza. Da allora il sistema palestinese è spaccato: Hamas governa Gaza attraverso il proprio apparato politico, amministrativo e militare, mentre l’Autorità Palestinese dominata da Fatah amministra parti della Cisgiordania. Il Consiglio legislativo ha smesso di funzionare nel 2007 ed è stato formalmente sciolto da Abbas nel 2018. Una nuova consultazione era stata programmata per il 2021, ma il presidente palestinese la rinviò. Dietro la decisione venne ampiamente individuato il timore che Fatah potesse subire un’altra sconfitta.

Oggi Hamas prova a sfruttare proprio questa lunga paralisi. La partecipazione elettorale può offrirgli una veste istituzionale senza che ciò comporti automaticamente la rinuncia alle armi. È questa la contraddizione centrale: il movimento chiede di essere riconosciuto come attore politico, ma non accompagna tale richiesta con un impegno verificabile a smantellare la propria forza militare.La posta in gioco, inoltre, non riguarda soltanto il governo del territorio. La ricostruzione di Gaza richiederà enormi risorse economiche provenienti dalla comunità internazionale. Chi conserverà il controllo politico e amministrativo della Striscia potrà esercitare un’influenza determinante sulla distribuzione degli aiuti, sull’assegnazione dei lavori e sulla gestione dei servizi. La prospettiva delineata è dunque quella di Hamas che cerca di presentarsi alle urne, ampliare le proprie alleanze e ottenere una nuova legittimazione, senza prima disarmarsi. In una Gaza destinata a essere raggiunta da miliardi di dollari per la ricostruzione, mantenere il potere significherebbe anche poter condizionare un gigantesco flusso di denaro. Senza controlli internazionali rigorosi e meccanismi indipendenti di gestione, il rischio è che le risorse destinate alla popolazione finiscano per rafforzare ancora una volta chi controlla il territorio e le armi.

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