Mentre i mercati energetici fanno un grosso respiro dopo la promessa di Donald Trump su una guerra “quasi completata” con l’Iran, la chiusura de facto dello Stretto di Hormuz sta provocando effetti al rialzo anche sui prezzi e sulla produzione di fertilizzanti.
Perché Hormuz è vitale per i fertilizzanti
L’importanza del collo di bottiglia nel Golfo Persico va, ahinoi, oltre agli idrocarburi. Da esso, infatti, transita circa un terzo del commercio mondiale di urea (il fertilizzante azotato più usato) e fino al 50% delle esportazioni globali di zolfo, essenziale per l’acido solforico nei fertilizzanti fosfatici.
A rendere il quadro ancora più preoccupante è la struttura produttiva della regione, perché il Golfo Persico ospita alcune delle più grandi riserve mondiali di gas naturale, la materia prima essenziale per la sintesi dell’ammoniaca, da cui derivano i fertilizzanti azotati.
In altre parole, non si tratta solo di una rotta di transito: la regione è il cuore pulsante della produzione stessa.
Tre dei dieci maggiori esportatori mondiali di urea, ovvero Qatar (11% del commercio globale), Iran (10-12%) e Arabia Saudita, dipendono dallo Stretto per accedere ai mercati internazionali.
La chiusura prolungata dello Stretto potrebbe quindi ridurre l’offerta globale di zolfo di oltre il 40% e quella di urea del 30% su base annua.
I rialzi nei mercati
Gli effetti sui mercati si sono materializzati con una velocità che ha sorpreso anche gli analisti più pessimisti. A New Orleans, principale hub di importazione degli Stati Uniti, i prezzi dell’urea hanno raggiunto 520-550 dollari per tonnellata, rispetto a una media di 475 dollari della settimana precedente.
Nei giorni successivi i prezzi sono saliti ulteriormente, toccando 683 dollari per tonnellata, il livello più alto registrato dall’avvio delle rilevazioni nell’agosto 2025.
Sul mercato brasiliano, altro grande importatore, i prezzi dell’urea granulare sono saliti a 540-545 dollari per tonnellata, il livello più alto dall’inizio delle rilevazioni di Platts nell’agosto 2025.
Non si muove solo l’urea: i prezzi dell’ammoniaca sono aumentati del 16%, quelli dei fosfati del 6% e dello zolfo del 7%.
Il momento, poi, non potrebbe essere peggiore. Siamo in piena stagione pre-semina per l’emisfero nord, ovvero il momento dell’anno in cui la domanda di fertilizzanti tocca il suo picco stagionale.
Cosa implicano fertilizzanti più costosi
Ma vediamo le implicazioni concrete di questa crisi dei fertilizzanti azotati. Se i prezzi aumentano, i raccolti di grano, mais e riso diventano più costosi.
La catena di trasmissione dei prezzi dal Golfo Persico ai supermercati è diretta: fertilizzanti più cari significano costi di produzione agricola più elevati, che si traducono in prezzi finali più alti per i consumatori.
Per l’Italia il rischio è concreto. Il nostro Paese non produce fertilizzanti azotati in quantità significative e dipende in larga misura dal mercato internazionale, con forniture tradizionalmente legate a Russia (oggi quasi inaccessibile per le sanzioni), Nord Africa e, appunto, Golfo Persico.
Le colture più esposte sono quelle cerealicole, come grano duro per la pasta e mais per la zootecnia, che richiedono apporti azotati elevati e i cui costi di produzione sono direttamente sensibili al prezzo dell’urea.
Senza una chiusura rapida e definitiva del conflitto mediorientale (o perlomeno una riapertura efficace dello Stretto di Hormuz) gli alti costi dei fertilizzanti di oggi si rifletteranno sui prezzi dei prodotti alimentari nei prossimi 18-24 mesi. Il risultato, dunque, sarà cibo più caro per tutti.
