Mentre la Repubblica islamica d’Iran cerca di trasformare la sua lotta per la sopravvivenza in una crisi globale, sono i Paesi arabi del Golfo a rischiare di più in questa nuova guerra. Nell’immediato, il blocco dello Stretto di Hormuz e i danni ai loro impianti petroliferi li stanno privando della principale fonte d’introiti. Tuttavia, la vera minaccia alla stabilità dei Paesi del Gulf Cooperation Council (Gcc) si manifesterà nel medio lungo periodo.
Missili e difese aeree: il rischio che nessuno guarda
Per ora quasi tutti i missili e i droni lanciati dall’Iran verso le capitali arabe del Golfo sono stati intercettati. Nell’immediato il problema più grave è che i sistemi di difesa finiscano le munizioni prima che americani e israeliani riescano a neutralizzare i sistemi di lancio iraniani. Fortunatamente, il ritmo di lancio dei missili balistici da parte di Teheran è significativamente diminuito.
Se ci fermiamo ai conteggi quotidiani delle intercettazioni e degli attacchi rischiamo però di non mettere a fuoco la vera minaccia esistenziale che l’attuale guerra pone ai membri del Gcc. I bombardamenti iraniani hanno infatti messo a nudo le fragilità che questi Stati erano riusciti a nascondere.
Per garantire le rendite che hanno permesso ai membri del Gcc di sviluppare rapidamente le loro economie, petrolio e gas devono essere esportati attraverso lo Stretto di Hormuz. L’Arabia Saudita, consapevole di questa debolezza, ha investito su una via alternativa per portare il greggio dai pozzi delle coste orientali a quelle su Mar Rosso, ma anche questa soluzione è una piccolissima pezza su un buco molto esteso. Non solo perché il petrolio è solo una delle risorse cruciali che transita da Hormuz, ma anche perché sui traffici nel Mar Rosso pesa la minaccia degli Houthi yemeniti, finora rimasti fuori dal conflitto.
Il punto più vulnerabile: l’acqua
Nella penisola arabica, del tutto priva di fiumi e con falde acquifere quasi completamente non rinnovabili, le megalopoli di Dubai, Abu Dhabi, Doha e Riad sopravvivono grazie alla desalinizzazione dell’acqua.
Per l’Iran, impegnato a lottare per la sopravvivenza della Repubblica islamica, raffinerie e impianti idrici rappresentano obiettivi vulnerabili e «appetibili». Il presidente americano Donald Trump ha affermato che in Iran non c’è quasi più nulla da bombardare. È un paradosso, ma questo è ciò che permette all’Iran di essere in controllo dell’escalation: se Teheran mettesse fuori uso anche solo una parte degli impianti di desalinizzazione anche i Paesi arabi del Golfo si troverebbero a fare i conti con la loro possibile scomparsa.
La scommessa delle “Vision” e il futuro senza petrolio
È anche a causa della consapevolezza delle vulnerabilità di modelli che si basano sulle esportazioni di idrocarburi che tutti i membri del Gcc hanno preparato le loro Vision, strategie onnicomprensive che dovrebbero traghettare questi Paesi verso un futuro di minore dipendenza dal petrolio e di sostenibilità ambientale.
Alcuni, come gli Emirati Arabi Uniti, e in particolare Dubai, sono molto più avanti in questo percorso. Se da un lato le strategie individuate sono una risposta corretta — al netto di alcuni progetti poco realistici — a problemi reali, dall’altro la scelta di puntare sullo sviluppo di settori come turismo e logistica parte dal presupposto che il luogo in cui si trovano le monarchie arabe del Golfo sia un punto di forza.
Dubai è l’aeroporto più trafficato al mondo, mentre l’Arabia Saudita vuole capitalizzare sulla sua posizione all’incrocio tra Asia, Africa ed Europa.
Quando la bolla di sicurezza scoppia
Ciò che le grandi capitali delle petromonarchie sono riuscite a fare — di nuovo Dubai più di tutti — è convincere investitori, businessmen e turisti di tutto il mondo che queste città fossero bolle perfettamente isolate dal contesto geografico.
Situate in una delle regioni più turbolente del pianeta, queste città hanno fatto della loro sicurezza la pietra angolare su cui edificare economie e sistemi politici. Con gli attacchi iraniani, quella bolla è improvvisamente scoppiata.
Le immagini delle fiamme al lussuosissimo hotel Burj al-Arab o sulle isole artificiali di Palm Jumeirah sono una minaccia all’immagine degli Emirati Arabi Uniti che rischia di fare breccia nella mente delle persone, nonostante l’efficacia delle difese aeree emiratine sia superiore al 90 per cento.
Il fatto che centinaia di professionisti espatriati abbiano abbandonato queste zone — e non si sa se e quando vi torneranno — pone anche un problema di capitale umano alle economie locali.
La guerra dell’immagine
È anche per questo che decine di influencer sono stati arruolati per ostentare il presunto clima di tranquillità che si respirerebbe in Qatar o negli Emirati. Lo stesso Mohammed bin Zayed, presidente degli Eau, si è fatto ritrarre in un centro commerciale durante i bombardamenti.
Se da un lato si tratta di una mossa comunicativa brillante, dall’altro mostra la gravità della situazione.
La nuova spada di Damocle sul Golfo
Sia gli attuali sistemi politico-economici sia le Vision per il futuro dei Paesi del Gcc richiedono una regione stabile e, per quanto possibile, pacificata.
Anche qualora cessassero le ostilità, considerando che probabilmente la Repubblica islamica resterà in vita — magari indebolita ma più radicale — sui Paesi del Golfo penderà la spada di Damocle di possibili nuovi attacchi.
In questo clima diventa ancora più difficile attrarre i capitali e gli individui necessari per realizzare le Vision. La destabilizzazione e l’indebolimento delle monarchie arabe del Golfo è uno scenario che non è mai stato considerato, ma che porrebbe sfide strategiche forse persino superiori al collasso della Repubblica islamica.
