Qualcosa di più di un attacco all’economia. Rischia di diventare un danno difficile da recuperare e che getta un’ombra sul lungo periodo. Per un Paese che ha l’immagine come unico, o quasi, patrimonio spendibile, i resoconti mediatici del fuggi fuggi dagli alberghi mentre i cieli sono solcati dalle scie di fuoco dei razzi iraniani sono un colpo al cuore del business, una ferita che sarà complicato rimarginare. Dubai e gli Emirati sono nati e prosperati presentandosi come il paradiso del Medio Oriente, un’oasi felice lontana dalle crisi geopolitiche, dove sicurezza, lusso, benessere, stipendi competitivi, coniugati a servizi all’avanguardia e a un trattamento fiscale impensabile altrove, hanno attirato capitali, miliardari e aspiranti tali da tutto il mondo.
Qui hanno trovato dimora o rifugio – chiamateli come volete – imprenditori e uomini d’affari attirati dalla prospettiva di entrare in un network internazionale di alto livello, giovani rampanti a caccia della grande occasione della vita, startupper in fuga dal fisco esoso dell’Occidente o semplicemente chi vuole assaporare l’esclusività allo stato puro.
L’Eden fiscale diventato improvvisamente vulnerabile
Alcuni post su Instagram hanno enfatizzato, anche con un certo cattivo gusto, il motivo per cui molti italiani hanno posto a Dubai la loro residenza. «Meglio i missili che il 50 per cento di tasse» commentava un giovane professionista, seguito a ruota da un esercito di esperti di criptovalute e avvenenti influencer, tutti a rimarcare il bengodi dell’assenza delle imposte sul reddito e l’unica aliquota di un misero 9 per cento sugli utili aziendali ma sopra un certo tetto.
Ebbene, questo Eden all’improvviso è stato sconvolto dalle bombe iraniane e si è verificato l’impensabile: alberghi che si svuotavano, prenotazioni cancellate, aeroporti chiusi. Poi infrastrutture, edifici e data center colpiti e servizi bancari messi parzialmente fuori uso.
Turismo e reputazione: il vero motore sotto pressione
Una catastrofe, un colpo alla reputazione e a quel motore economico che è l’accoglienza. Secondo la società d’analisi Tourism economics, il conflitto potrebbe portare quest’anno a un calo dei visitatori internazionali in Medio Oriente compreso tra l’11 e il 27 per cento con una perdita di spesa tra 34 e 56 miliardi di dollari. E Dubai è il cuore di questo terremoto.
Il suo miracolo da anni è oggetto di studio per il suo essere atipico e per la straordinaria velocità che ha saputo imprimere a una crescita rapidissima e poliedrica.
A differenza di altri emirati e di importanti Paesi del Golfo come il Qatar, le fortune di questa città strappata al deserto poggiano solo in minima parte sugli idrocarburi. Giacimenti di petrolio furono sì scoperti nelle acque territoriali prospicienti – e anche qui nel tempo si sviluppò una tecnologia originale per gli stoccaggi che evitava alle navi di dover entrare in porto – ma rispetto a quasi tutti gli Stati vicini si tratta di risorse modeste. Per dare un’idea, le riserve petrolifere accertate di Dubai sono circa un ventesimo di quelle della confinante Abu Dhabi e oggi incidono in maniera limitata sull’economia della piccola nazione.
Il modello economico costruito dalla dinastia Al Maktum
Che invece ha percorso, sotto la guida della dinastia degli Al Maktum, un cammino di sviluppo piuttosto originale. Una casa regnante – Dubai è oggi guidata dall’emiro Mohammed bin Rashid Al Maktum – che si è sempre mostrata molto aperta alle esigenze del commercio e dei traffici internazionali e assai attenta alla necessità di infrastrutture adeguate a sostenere questo modello.
In questa chiave, il settore immobiliare da molti anni rappresenta non solo un volano straordinario ma anche un elemento iconografico che ben sintetizza alcuni dei primati locali.
I simboli della città-miracolo
Il grattacielo Burj Khalifa, con i suoi 830 metri e oltre 160 piani, è l’edificio più alto del mondo. L’albergo Burj al Arab, uno straordinario gioiello architettonico a forma di vela costruito su un’isola artificiale, è, dalla sua inaugurazione nel dicembre del 2000, la struttura ricettiva più famosa al mondo.
Vi si organizzano visite guidate e la sua immagine è così identificata con quella della città-Stato da essere ormai nelle nuove targhe automobilistiche dell’emirato. Il suo eliporto, a 200 metri di altezza sul mare, è utilizzato per diverse attività: tutti ricordano lo storico incontro di tennis fra Agassi e Federer sul più alto campo di tennis mai realizzato, match spettacolare organizzato nel 2005 per promuovere la Dubai Duty Free Tennis Championships.
Progettato dall’architetto britannico Tom Wright, è stato colpito all’altezza del sesto piano da un drone sparato dall’Iran il 28 febbraio scorso.
Altrettanto impressionanti sono le Palm Islands, tre isole artificiali. Palm Jumeirah, Palm Jebel Ali e Palm Deira, costruite all’inizio degli anni 2000 utilizzando sabbia del fondale marino e roccia, hanno consentito di espandere la costa turistica di 56 chilometri, con costruzioni, ville e alberghi che hanno attirato turisti e investitori di ogni parte del mondo.
Il gigantesco motore commerciale
Se il turismo è di fatto una realtà che va dall’autunno alla primavera, quando il clima è favorevole, la spinta commerciale non conosce stagioni. Solo per fare un esempio, il Dubai Mall, con una superficie di 400 mila metri quadrati e un’area interna di circa 200 mila, è considerato fra i più grandi del mondo e il più importante per numero di negozi, circa 600. Ha un parcheggio per 16 mila posti auto.
In città ci sono circa 155 mila camere e secondo i dati di CoStar, il prezzo medio giornaliero per una stanza tra dicembre e gennaio è di circa 245 euro.
Centrale è il mondo delle costruzioni, per infrastrutture ed edilizia residenziale, così come è evidente l’obiettivo di allargare il territorio. D’altra parte il Paese è una realtà di soli 4.100 chilometri quadrati che conta all’incirca 4 milioni di abitanti e che è raddoppiata in soli 15 anni.
Una città globale costruita dagli espatriati
Anche qui vediamo una situazione fortemente improntata alle scelte di crescita e alla vocazione commerciale. Gli emiratini sono solo il 10 per cento: il resto della popolazione sono stranieri espatriati da tutto il mondo, manager, imprenditori e professionisti, ma anche moltissima manodopera indispensabile per l’attività edilizia e per i servizi ma spesso impiegata a condizioni di sfruttamento.
In grande sviluppo la finanza, come testimonia il Dubai International Financial District, una zona economica speciale di circa 110 ettari, regolata da un’Authority indipendente, con un suo sistema giuridico e legale separato da quello ordinario di Dubai, che segue la cornice del Commonwealth law e adotta come lingua ufficiale l’inglese. Consente di possedere società anche al 100 per cento e un regime fiscale straordinariamente attrattivo.
Il nodo dei voli e la fiducia da riconquistare
Legato al business e al turismo c’è il tema dei voli. Un terzo dei transiti Europa-Asia passa da Dubai e Doha. L’aeroporto internazionale di Dubai, che funziona da hub della compagnia Emirates, di proprietà del governo emiratino, è uno dei più trafficati al mondo – il terzo, per la precisione, dopo l’Hartsfield-Jackson di Atlanta e lo scalo di Pechino – accogliendo tra 2 mila e 2.500 voli al giorno operati da oltre 100 compagnie aeree. Questo volume di traffico si traduce in quasi 900 mila voli all’anno.
Nel tempo la compagnia Emirates, come pure Etihad Airways e Qatar Airways, hanno sottratto traffico alle rivali europee, asiatiche e anche nordamericane.
«Quando gli scali torneranno a funzionare a pieno ritmo, non sarà comunque facile recuperare la fiducia. Inoltre, il costo del carburante è esploso e impatterà sul prezzo dei biglietti nel medio periodo. C’è poi il fatto che le compagnie non possono fare connessioni dirette, saltando il proprio hub, perché non è consentito dalla legge» spiega Andrea Giuricin, economista dei trasporti dell’Università Milano-Bicocca.
Eddy Pieniazek, capo della società di consulenza Ishka Advisory, sostiene che le compagnie del Golfo per incentivare il turismo a tornare ai livelli normali potrebbero offrire tariffe competitive. Ma tutto è appeso alla variabile dell’impatto del conflitto e se il prezzo del greggio alle stelle rientrerà.
Per Dubai il ritorno alla normalità potrebbe non essere così semplice.
