La cattura del dittatore venezuelano Nicolás Maduro da parte degli Stati Uniti ha prodotto onde d’urto ben oltre Caracas. A subirne le conseguenze è soprattutto Cuba, un Paese di meno di dieci milioni di abitanti che da anni sopravvive grazie alle forniture petrolifere venezuelane, appena sufficienti a scongiurare il collasso di un’economia ormai allo stremo. Per l’isola comunista si apre ora una fase nuova e potenzialmente esplosiva, nel pieno di un’implosione economica che molti osservatori paragonano alla crisi devastante seguita, oltre trent’anni fa, alla dissoluzione dell’Unione Sovietica. Dal 2019 il Prodotto interno lordo cubano si è contratto di oltre il 10%, mentre la crescita resta prossima allo zero. L’inflazione reale, mai ammessa apertamente dalle autorità, è stimata ben oltre il 30% annuo e il peso cubano ha perso gran parte del suo valore sul mercato informale, dove il cambio con il dollaro supera di molte volte quello ufficiale. Le riserve in valuta forte sono ai minimi storici e l’isola è di fatto in default su ampie porzioni del debito estero. In questo quadro, oltre il 70% dei beni alimentari deve essere importato, mentre i salari pubblici, erosi dall’inflazione, valgono in termini reali pochi dollari al mese.
Nei quartieri più poveri delle città cubane, la popolazione discute apertamente di uno scenario fino a poco tempo fa impensabile: un possibile intervento statunitense contro il governo del presidente Miguel Díaz-Canel, erede politico di Raúl Castro e di suo fratello Fidel Castro, protagonisti della rivoluzione del 1959 che ridisegnò gli equilibri dell’America Latina. Da decenni l’apparato di sicurezza cubano mantiene una presa ferrea sulla società, estendendo il controllo dai luoghi di lavoro alle scuole, fino agli spazi culturali. Ma la fine improvvisa di Maduro rischia di incrinare quel sistema capillare di sorveglianza, fatto di informatori e controllo territoriale, che garantisce al regime il dominio delle strade. È quanto sostengono dissidenti ed ex funzionari. All’Avana, due giorni dopo la cattura del leader venezuelano, Reynaldo Flores affrontava il quinto giorno consecutivo senza acqua corrente. Blackout quotidiani, sanità al collasso, cumuli di rifiuti nelle strade e il ritorno di malattie trasmesse dalle zanzare fanno ormai parte della normalità. A preoccupare più di tutto sono gli anziani che rovistano nella spazzatura in cerca di cibo. Quando si ammalano, finiscono in ospedali sovraffollati, spesso senza cure adeguate, mentre il caldo tropicale aggrava ulteriormente le condizioni. La crisi economica, cronica da anni, si è trasformata in emergenza permanente dopo la pandemia.
Dal 2020 oltre 2,7 milioni di persone – circa un quarto della popolazione, in prevalenza giovani – hanno lasciato l’isola, diretti soprattutto verso gli Stati Uniti. Un vero «vuoto demografico», secondo il demografo cubano Juan Carlos Albizu-Campos, che stima la popolazione reale del Paese attorno agli otto milioni. L’emigrazione di massa, combinata con il crollo della fertilità, ha portato le nascite a livelli inferiori persino a quelli del 1899, all’uscita dalla sanguinosa guerra d’indipendenza che decimò la popolazione cubana. Anche il turismo, uno dei pilastri storici dell’economia, è precipitato: l’occupazione alberghiera è scesa sotto il 30%. I visitatori, in gran parte provenienti da Russia e Cina, arrivano con pacchetti all-inclusive che lasciano ben poco all’economia locale. Emblema di questo paradosso è un hotel di lusso di 42 piani che svetta nel quartiere Vedado dell’Avana: un investimento da 200 milioni di dollari, gestito da una società spagnola, oggi «quasi vuoto», come osserva William LeoGrande, analista dell’American University, secondo cui le entrate turistiche in valuta forte si sono ridotte di circa il 75%. Molti cubani sopravvivono grazie alle rimesse dall’estero. Lo Stato, invece, fa affidamento sui proventi generati dai medici inviati all’estero e sul petrolio venezuelano a prezzo calmierato. Ma proprio quel rubinetto rischia ora di chiudersi. «Il Venezuela fornisce circa 35.000 barili al giorno su un fabbisogno di 100.000», spiega Jorge R. Piñon, ricercatore dell’University of Texas. Senza quelle forniture, l’infrastruttura energetica cubana rischierebbe il collasso nel giro di un mese. La risposta del regime non si è fatta attendere: manifestazioni obbligatorie, lutto nazionale e bandiere a mezz’asta per i militari cubani morti durante l’operazione statunitense. Ma senza petrolio, i blackout – già oggi fino a venti ore al giorno – potrebbero aggravarsi ulteriormente, rendendo impossibile anche cucinare o alimentare i generatori. È in questo contesto che si gioca il futuro dell’ultima roccaforte comunista dei Caraibi.
