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Attacco Usa all’Iran congelato: missili russi S-400 e pressioni del Golfo frenano Trump

Attacco Usa all’Iran congelato: missili russi S-400 e pressioni del Golfo frenano Trump

Pentagono pronto, ma i nuovi sistemi S-400 forniti da Mosca e il timore di un’escalation energetica spingono Arabia Saudita e alleati a fare muro contro un’azione militare immediata di Washington.

Nonostante le minacce ripetute di Donald Trump, l’ipotesi di un attacco militare statunitense contro l’Iran resta, per ora, congelata. Nelle ultime ore il Pentagono ha presentato al presidente una rosa di opzioni operative, ma la recente fornitura da parte della Russia dei sistemi di difesa aerea S-400 a Teheran impone ulteriori valutazioni tecniche prima di qualsiasi decisione. Un fattore che pesa, e non poco, sul calendario e sui calcoli strategici della Casa Bianca. A rallentare l’eventuale escalation contribuisce anche un pressing discreto ma costante dei principali Paesi arabi del Golfo. Secondo funzionari regionali, Arabia Saudita, Oman e Qatar hanno messo in guardia Washington: un tentativo di rovesciare il regime iraniano rischierebbe di scuotere i mercati energetici globali e, in ultima analisi, di danneggiare anche l’economia statunitense. In pubblico, le capitali del Golfo mantengono un profilo basso mentre le proteste dilagano in Iran e le organizzazioni per i diritti umani denunciano migliaia di vittime nella repressione. Ma dietro le quinte il messaggio a Washington è netto: l’instabilità è un rischio che la regione non vuole correre.L’amministrazione Trump, dal canto suo, non ha chiarito quale tipo di azione stia effettivamente valutando, limitandosi a ribadire che «tutte le opzioni sono sul tavolo». Un funzionario della Casa Bianca ha spiegato che il presidente ascolta pareri divergenti prima di decidere. Nel frattempo, Trump ha lanciato un appello diretto ai manifestanti iraniani, invitandoli a resistere ai tentativi del regime di soffocare le proteste: «Gli aiuti sono in arrivo», ha scritto su Truth Social, alimentando attese e timori.

Tra le principali preoccupazioni dei Paesi arabi c’è il possibile blocco dello Stretto di Hormuz, la stretta via d’acqua attraverso cui transita circa un quinto del petrolio mondiale. Un’interruzione del traffico di petroliere avrebbe conseguenze immediate sui prezzi dell’energia e sulla stabilità finanziaria globale. Non a caso, secondo fonti saudite, Riad avrebbe rassicurato Teheran sul fatto che non consentirà l’uso del proprio spazio aereo per eventuali attacchi statunitensi, nel tentativo di prendere le distanze da un conflitto diretto. Sul fronte diplomatico, Doha prova a ritagliarsi un ruolo di mediazione. Il portavoce del ministero degli Esteri del Qatar, Majed Al Ansari, ha confermato contatti per «contribuire a risolvere le divergenze» tra Washington e Teheran. Intanto, Trump continua a riunire i suoi consiglieri per definire la linea: sul tavolo ci sono attacchi mirati contro siti del regime, operazioni cibernetiche, nuove sanzioni e il rafforzamento di campagne online ostili alla leadership iraniana. Le manifestazioni, esplose a Teheran a fine dicembre sullo sfondo di una crisi economica sempre più grave, rappresentano una delle sfide più serie per il sistema instaurato dalla rivoluzione islamica del 1979.

Pur detestando Teheran — anche alla luce degli attacchi subiti negli ultimi anni dall’Iran e dai suoi alleati — i governi del Golfo temono le conseguenze di un crollo del potere centrale, incluso quello della Guida Suprema Ali Khamenei. «Non amano il regime iraniano, ma temono ancora di più l’instabilità», osserva Michael Ratney, ex ambasciatore Usa a Riad. Il rischio, avverte, è aprire un «vaso di Pandora» che potrebbe portare a scenari peggiori, come l’ascesa incontrollata dell’IRGC, o a caos e frammentazione regionale. Per Riad la posta in gioco è particolarmente alta. Le autorità hanno chiesto ai media locali di ridurre la copertura delle proteste iraniane per evitare ritorsioni e contenere possibili effetti domino interni. La stabilità resta la priorità assoluta del principe ereditario Mohammed bin Salman, soprattutto mentre il regno tenta di portare avanti Vision 2030, il piano di trasformazione economica e sociale che punta a ridurre la dipendenza dal petrolio. Al Wall Street Journal Neil Quilliam, ricercatore associato di Chatham House, ha affermato che lo scenario ideale per le monarchie del Golfo sarebbe una graduale de-escalation: proteste che si spengono, riforme limitate negoziate all’interno e un canale di dialogo con Washington capace di riportare prevedibilità. In questo quadro, gli Emirati Arabi Uniti — meno coinvolti nel pressing su Washington e più inclini al rischio — restano un caso a parte, con una postura geopolitica che potrebbe renderli un bersaglio privilegiato in caso di ritorsioni iraniane.Il risultato è un equilibrio fragile: mentre a Washington l’opzione militare resta sullo sfondo, a bloccarla sono missili, petrolio e la paura condivisa che, una volta scardinato l’ordine iraniano, le conseguenze possano rivelarsi ben più destabilizzanti per status quo.

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