Pagare meno, consumare tutti. Con l’elettricità si può grazie alle Comunità energetiche rinnovabili (Cer): in pratica gruppi di persone, famiglie o imprese che producono insieme energia da fonti rinnovabili come il sole o il vento, e ne condividono il consumo risparmiando sulla bolletta e guadagnando dagli incentivi. Se in una data area esiste una Cer, un cittadino che volesse farne parte dovrebbe manifestare il proprio interesse al referente, per esempio il Comune, una cooperativa, un’associazione o l’amministratore di condominio. A quel punto potrebbe partecipare come consumatore, beneficiando dei vantaggi economici della condivisione dell’energia creata da altri membri, o come produttore, installando un impianto fotovoltaico e mettendo in comune quella in eccesso.
Comunità energetiche e territori
Le regole della comunità sono in genere flessibili e adattabili alle esigenze locali, ed è proprio questa capacità di modellarsi sui territori che rende le Cer uno strumento potenzialmente efficace. A fronte dei ripetuti aumenti dei costi, che negli ultimi anni hanno messo sotto pressione i bilanci delle famiglie, delle imprese e delle amministrazioni locali, in Italia questo fenomeno si sta affermando prepotentemente: in un solo anno le comunità energetiche in Italia sono cresciute 19 volte tanto, un dato senza precedenti che segnala una trasformazione profonda e strutturale. Come dire che condomini, parrocchie, quartieri, cooperative, piccoli comuni, associazioni, aree artigianali stanno diventando produttori attivi di energia pulita, protagonisti di una filiera che nasce e resta sul territorio.
I numeri delle Cer in Italia
Secondo i dati più recenti del Gestore dei servizi energetici (Gse), a marzo 2025 risultavano operative in Italia 212 comunità. Gli impianti rinnovabili collegati sono 326, con una potenza complessiva di circa 18 megawatt e circa 2.600 configurazioni di autoconsumo diffuso già attive, con oltre 20 mila soggetti coinvolti tra produttori e clienti finali. Un numero destinato a crescere significativamente nel 2026. Se confrontati con la scala del sistema elettrico nazionale, sono numeri ancora limitati. Produciamo ogni anno oltre 280 terawattora di energia elettrica e nel 2024 circa il 42 per cento di questa produzione è arrivata da fonti rinnovabili (58 TWh da fotovoltaico più eolico e 53 TWh da idroelettrico). Dunque, le comunità energetiche oggi ne rappresentano solo una piccola frazione. Ma la velocità di crescita è così rapida da non avere precedenti nella storia recente italiana.
Come funziona la condivisione dell’energia
Dal punto di vista tecnico, uno degli aspetti più rilevanti è che le Cer non richiedono la costruzione di nuove reti, solo quella già in uso nelle case. Vi sono però contatori intelligenti che misurano, ora per ora, quanta energia viene prodotta e quanta ne viene consumata all’interno della stessa area, generalmente identificata dalla cabina primaria. Quando produzione e consumo coincidono nello stesso intervallo di tempo, quell’energia viene considerata condivisa e su di essa lo Stato riconosce un incentivo economico specifico. Dal punto di vista pratico, per i consumatori non cambia nulla. Ognuno mantiene il proprio contratto con il fornitore e non deve modificare l’impianto elettrico di casa. A fine mese, sulla base dei dati dei contatori, viene calcolata la quantità di energia condivisa all’interno della comunità e vengono distribuiti i benefici economici secondo le regole stabilite dallo statuto della Cer. L’incentivo si aggiunge al risparmio ottenuto grazie all’autoconsumo, cioè alla quantità prodotta e utilizzata direttamente senza passare dal mercato. Secondo le stime del Gse e di diversi operatori del settore, una famiglia che partecipa a una Cer come consumatrice può ottenere un beneficio economico annuo che varia mediamente tra i 100 e i 300 euro, a seconda degli utilizzi e del livello di energia condivisa.
I vantaggi per chi produce energia
Chi installa un impianto fotovoltaico all’interno di una comunità energetica ha ulteriori vantaggi. Il primo è l’autoconsumo diretto, che riduce immediatamente la bolletta elettrica. Il secondo è l’incentivo, che valorizza l’energia prodotta in eccesso quando viene utilizzata da altri membri della comunità. Il terzo è la possibilità di vendere alla rete la quantità che non viene né autoconsumata né condivisa.
Il ruolo del Gse e il confronto europeo
C’è tuttavia un problema di fondo. Il sistema delle Cer italiane è incardinato su un soggetto centrale come il Gse, che rende il modello più controllato e standardizzato, ma anche meno flessibile di quello di altri Paesi. In questo modo le Cer divengono di fatto più simili a un meccanismo di redistribuzione di benefici economici al di sopra di un sistema centralizzato. A questo proposito, Nicola Armaroli, dirigente di ricerca Cnr e consulente del governo su temi energetici tra il 2021 e il 2022, porta come esempio l’Austria: «Il sistema lì è stato progettato fin dall’inizio per favorire lo scambio diretto tra i membri della comunità energetica, riducendo al minimo il ruolo di un soggetto centrale come il Gse italiano». Invece in Italia, quello con il Gestore dei servizi energetici è un passaggio obbligato: è il Gse che certifica le configurazioni, calcola l’energia condivisa, eroga gli incentivi e fa da “arbitro” del sistema. Senza il Gse, una Cer italiana semplicemente non esiste dal punto di vista operativo. «In Austria, non esistendo un equivalente del gestore con questo livello di controllo, le comunità energetiche possono organizzarsi in modo molto più diretto, perché il quadro normativo consente lo scambio di energia tra membri attraverso la rete di distribuzione locale con meccanismi contrattuali più semplici». I gestori di rete restano presenti, ovviamente, perché la rete va mantenuta, ma il loro ruolo è più tecnico che “amministrativo”. Non sono loro a certificare ogni passaggio economico dell’energia condivisa, né a distribuire incentivi come avviene in Italia. Quindi, se in un altro Paese tali comunità possono definire liberamente il prezzo interno dell’energia scambiata tra i membri, in Italia questo non è possibile: la quantità condivisa non viene “venduta” tra membri, ma valorizzata attraverso un incentivo fisso riconosciuto dallo Stato. Secondo Vinicio Mosè Vigilante, amministratore delegato di Gse, è invece fondamentale proprio per il controllo di determinati aspetti tecnici sulla base dei quali è erogata la quota: «Il meccanismo di incentivazione delle Cer» spiega a Panorama «prevede il rispetto di requisiti, oggettivi e soggettivi, per la costituzione e l’esercizio delle configurazioni». E Gse è il soggetto più idoneo ad attuare tale verifica.
L’energia come bene comune
Al di là delle complicazioni delle procedure italiane, è indubitabile che le Cer introducono un importante cambio di prospettiva. L’energia condivisa si trasforma in un bene comune, da fatto tecnico diviene infrastruttura sociale, capace di rafforzare i legami tra le persone, generare collaborazione e rendere i territori più forti e autonomi.
