Ansaldo Nucleare opera da oltre 60 anni nel settore delle Central atomiche. Oggi conta circa 516 dipendenti tra Italia e Regno Unito ed è una società integrata lungo tutta la filiera: progettazione e produzione di componenti ad alta tecnologia, estensione della vita degli impianti, sicurezza nucleare, decommissioning, gestione dei rifiuti radioattivi e sviluppo delle tecnologie di nuova generazione. In questo periodo sta lavorando al progetto di rinnovamento della centrale di Cernavoda in Romania, ha completato l’upgrade dei sistemi sicurezza e di ammodernamento dell’impianto di Krško in Slovenia, è coinvolta nello sviluppo degli Smr a livello internazionale. Inoltre è tra i partner industriali europei nel progetto Iter (fusione). Daniela Gentile, amministratore delegato di Ansaldo Nucleare, cita studi secondo i quali una ripresa dell’attività nucleare potrebbe creare circa 120 mila posti di lavoro entro il 2050 con un giro d’affari di 50 miliardi di euro. Come spiega in questa intervista.

Dunque abbiamo in Italia le competenze per far ripartire il nucleare?
In Italia esiste ancora un nucleo importante, per me solido, di competenze nucleari, anche se relativamente piccolo. Parlo sia di aziende sia di professionisti che in questi anni hanno continuato a lavorare nel nucleare fuori dai confini nazionali, contribuendo a impianti realizzati in Europa negli ultimi quarant’anni. È un fatto concreto, non un’astrazione. C’è poi tutto il mondo accademico che ha continuato a formare profili utili al nucleare: non solo ingegneri nucleari, ma anche altre specializzazioni – meccanica, civile, elettronica, automazione – tutte competenze indispensabili per la filiera. Questo insieme di competenze industriali e accademiche rappresenta una base da cui ripartire. Ma non basta parlare solo di competenze, serve anche capacità. Se vogliamo partecipare ai progetti europei che stanno partendo, e a quelli che auspicabilmente nasceranno in Italia, dobbiamo cambiare dimensione: far crescere le aziende, aumentare la capacità produttiva e progettuale, rafforzare tutta la catena del valore. In vari studi abbiamo stimato che, tra mercato europeo e potenziale mercato italiano, si possono generare circa 120 mila posti di lavoro entro il 2050, a diversi livelli di qualifica: non solo laureati, ma soprattutto tecnici e operai specializzati. Parliamo anche di un giro d’affari nell’ordine dei 50 miliardi di euro. L’industria nucleare implica produzioni altamente qualificate e certificate: tutta questa infrastruttura va rinforzata se vogliamo cogliere davvero l’opportunità.
In concreto, Ansaldo Nucleare cosa sta facendo per prepararsi?
Come azienda abbiamo iniziato a investire in modo significativo. Nell’ultimo anno in Italia siamo cresciuti di circa 75 persone, passando da 170 a oltre 250 dipendenti: non è un aumento marginale. Abbiamo anche lanciato un master di alta formazione rivolto a giovani laureati in discipline tecnico-ingegneristiche, non necessariamente nucleari, e oggi abbiamo 26 ragazzi che stanno completando questo percorso. È un investimento importante, ma è la dimostrazione che ci crediamo. E non siamo i soli: anche altre aziende stanno avviando iniziative simili di formazione e rafforzamento delle competenze. Sarebbe essenziale che, nei decreti attuativi che seguiranno il DDL sul nucleare, venissero previste misure a supporto di questi percorsi, per aumentare la capacità in termini di manodopera qualificata e di progettazione.
Lei dice che gli SMR cambieranno il modello industriale del nucleare. In che senso?
Gli Small Modular Reactor portano con sé un cambio di paradigma. Molte attività che negli impianti nucleari tradizionali si facevano in cantiere o in sito, con dispersione di tempo, energie e complessità nei controlli, vengono riportate in fabbrica. L’obiettivo è standardizzare, modularizzare e testare quanto più possibile lontano dal sito. Questo consente di velocizzare i processi di licensing, introdurre il concetto di “flotta” di impianti anziché progetti unici e irripetibili, e distribuire su una serie di unità i costi dei cosiddetti “first of a kind”. Tutte queste azioni mirano a ottimizzare tempi e costi, rendendo il modello degli SMR più replicabile e industrialmente sostenibile.
A che punto siamo con la commercializzazione degli SMR? Oggi in esercizio se ne vedono pochissimi…
È vero, gli esempi operativi sono pochi e in contesti come Russia e Cina. Il primo SMR di dimensione più rilevante – parliamo di circa 300 MW elettrici – è il BWRX‑300 di GE Hitachi che si sta costruendo in Canada, nel sito di Darlington, dove sono previsti quattro reattori di questo tipo con entrata in esercizio commerciale attesa intorno al 2030. Le altre tecnologie le vedo un po’ più indietro: realisticamente i primi anni del prossimo decennio – 2032, 2033, 2034 – potrebbero essere il periodo in cui inizieremo a vedere sul mercato diverse soluzioni SMR che riescono ad arrivare davvero in fondo al percorso di sviluppo, licensing e costruzione. Va anche detto che oggi c’è una pluralità di concept e generazioni di SMR in competizione, e non è detto che tutti riusciranno a sostenere gli investimenti necessari fino alla piena maturità commerciale.
Ansaldo Nucleare sarà in grado di costruire SMR “in fabbrica”? Avete le competenze e le strutture industriali per farlo?
Ansaldo Nucleare, in Italia, è principalmente una società di ingegneria: non abbiamo una grande fabbrica dedicata alla produzione di reattori. Il gruppo però dispone di una fabbrica nel Regno Unito, all’interno della nostra controllata Ansaldo Nuclear Limited, che oggi opera soprattutto nel decommissioning e nella produzione di componenti e sistemi per la gestione dei rifiuti e del combustibile, come le glove box per la manipolazione in sicurezza di materiali radioattivi. In passato, anche senza uno stabilimento specifico in Italia, abbiamo partecipato alla realizzazione del primo reattore AP1000 in Cina, insieme a Westinghouse e a un partner cinese, fornendo componenti qualificati. Nel modello industriale degli SMR, fatto di modularizzazione, progettazione per moduli, assemblaggio di insiemi qualificati e test approfonditi in officina prima della spedizione al sito, credo che Ansaldo Nucleare possa giocare una partita importante, mettendo a valore proprio le competenze di ingegneria e integrazione di sistema. Senza dimenticare che le centrali nucleari hanno bisogno di turbine a vapore e generatori per produrre l’energia elettrica, quindi l’intero gruppo Ansaldo Energia potrà avere un ruolo fondamentale.
Se l’Italia decidesse davvero di puntare sugli SMR, quando potremmo realisticamente vedere il primo reattore in funzione?
Se guardiamo ai tempi industriali e alle tecnologie che stanno maturando, per l’Italia io vedo una finestra plausibile tra il 2033 e il 2035 per avere il primo SMR in esercizio. Ovviamente questo presuppone che da qui a pochi anni vengano prese decisioni chiare su programma, tecnologia e sito. La condizione abilitante, però, non è tecnica ma istituzionale: serve ricostruire un’infrastruttura regolatoria che oggi non abbiamo più. Finché non esiste un’autorità di sicurezza nucleare nazionale con cui confrontarsi su programma, tecnologia, tempi, fabbricazione, installazione e requisiti di sicurezza, è impossibile far partire il cronometro di un progetto. Per questo l’istituzione di un’autorità indipendente è il primo passaggio imprescindibile.
Sul fronte industriale, la supply chain italiana è davvero pronta o rischiamo di arrivare tardi?
La supply chain italiana, pur essendo numericamente limitata, è riconosciuta a livello europeo per la sua qualità ed è, direi, “corteggiata e corteggiabile”. Esistono aziende che hanno mantenuto competenze, qualifiche e produzioni nucleari e che sono già inserite in progetti all’estero. Se bisognerà raddoppiare capacità e volumi, credo che si possa lavorare “in itinere”: a condizione che ci sia un piano chiaro e non volatile sul fronte italiano, le aziende sono pronte a investire. Per l’Europa, io sono molto fiduciosa: i segnali che vediamo indicano un’accelerazione del mercato SMR, e Ansaldo Nucleare è già coinvolta a livello europeo, anche attraverso l’European Industrial Alliance on Small Modular Reactors, dove il nostro ruolo è stato riconosciuto e valorizzato.
E se alla fine si scoprisse che gli SMR non sono la soluzione migliore? L’Italia potrebbe tornare a puntare su grandi reattori?
È una scelta innanzitutto politica, non tecnologica. Le tecnologie per reattori di grande taglia sono mature, sicure e in esercizio in molti paesi: non ci sono ostacoli tecnici a utilizzarle anche in Italia. Basti guardare a cosa sta facendo la Polonia, che ha ordinato reattori di grande potenza a Westinghouse per emanciparsi dal carbone e ridurre la dipendenza dal gas. Gli SMR di prima generazione commerciale – quelli che citavamo per i prossimi cinque-dieci anni – si basano su tecnologie provate, integrando tutte le feature di sicurezza sviluppate nel post‑Chernobyl e post‑Fukushima. Ma lo stesso vale per i grandi impianti: parliamo di taglie da 1000 MW e oltre, tecnologie consolidate che possono essere adottate anche in siti storicamente nucleari italiani, da nord a sud. Quindi il tema non è “si può fare?”, ma “cosa decide di fare il Paese?”.
In Asia un impianto nucleare si costruisce in cinque anni. In Europa, casi come Flamanville o Olkiluoto sono diventati esempi da manuale di ritardi e costi esplosi. Da cosa dipende questa differenza?
Quando si fanno confronti occorre distinguere fra “first of a kind” e impianti di serie. Flamanville o Hinkley Point C sono primi esemplari di una nuova generazione e scontano tutte le complessità tipiche dei progetti capostipite: dalla qualificazione dei fornitori alle novità regolatorie, fino alla curva di apprendimento di tutti gli attori coinvolti. Nella nostra esperienza, invece, l’ultima realizzazione di un impianto – la seconda unità della centrale di Cernavoda in Romania – è stata completata “on time e on budget”. Lì non abbiamo registrato particolari rallentamenti, anche perché si trattava di un progetto di serie, non di un first of a kind. E oggi lavoriamo ancora in Romania, sia per l’estensione di vita dell’unità 1 sia per il completamento delle unità 3 e 4, confrontandoci con un’autorità di sicurezza molto rigorosa ma con tempistiche rispettate. C’è poi un tema più generale: i processi autorizzativi nel mondo occidentale sono diventati un collo di bottiglia non solo per il nucleare, ma anche per rinnovabili, cogenerazione e centrali a gas. In un confronto che citavo recentemente, tra Hinkley Point e un grande parco eolico offshore nel Mare del Nord, si parlava di 12 anni per l’intero ciclo autorizzativo e realizzativo nel primo caso e 15‑17 nel secondo: segno che il problema è sistemico.
La domanda finale è inevitabile: secondo lei questa è davvero “la volta buona” per il nucleare in Italia?
A bruciapelo, le direi: o adesso o mai più. Rispetto a quarant’anni fa il contesto è completamente cambiato: abbiamo il tema della decarbonizzazione, che dieci anni fa non aveva la centralità attuale, e una domanda di energia in forte crescita trainata da data center e intelligenza artificiale. In più, abbiamo sperimentato sulla nostra pelle cosa significa dipendere in modo eccessivo da un’unica fonte, come il gas, in un quadro geopolitico instabile. Oggi è molto più chiara l’esigenza di un portafoglio energetico bilanciato: rinnovabili al centro, ma affiancate da una fonte dispacciabile, certa e sicura come il nucleare, capace di garantire anche stabilità dei prezzi all’industria. Le analisi oggettive, come le modellizzazioni del Politecnico di Milano, mostrano che una quota nucleare nell’ordine del 10‑20% non è affatto penalizzante dal punto di vista economico e porta benefici importanti in termini di sicurezza energetica. La vera sfida è fare questo passo bene, con le competenze giuste, senza sprecarne l’occasione e senza trasformare l’energia in un terreno puramente ideologico, ma basandosi su numeri e scenari realistici, inclusi i costi di sostituzione delle rinnovabili a fine vita e le variabilità meteorologiche.
